Rifugiati: se parlarne non basta

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A pochi giorni dalla Giornata dedicata ai rifugiati, gli inviti alla tolleranza e i dibattiti sul tema sembrano non bastare  a risolvere il problema.

Di rifugiati, in questi giorni, si parla moltissimo. L’eclatante invasione delle principali stazioni italiane (da Roma a Milano e a Ventimiglia) e il recente invito del Papa ad offrire ospitalità a chi scappa dal proprio paese, hanno visto il tema dell’immigrazione e degli sbarchi tornare uno dei principali argomenti di accesa discussione nell’attuale agenda mediatica. In una situazione tanto incandescente, molte organizzazioni, associazioni e realtà vicine ai temi del sociale hanno rivolto inviti alla tolleranza, cogliendo l’occasione della “Giornata Internazionale del Rifugiato” per organizzare incontri, dibattiti ed eventi centrati, appunto, sul tema dell’accettazione, del confronto e dell’integrazione nei confronti dei rifugiati. Come altre giornate internazionali, quella dedicata ai rifugiati di tutto il mondo, è stata istituita dalle Nazioni Unite a seguito di una Convenzione: la scelta del 20 giugno, giorno in cui la ricorrenza è stata fissata, nasce proprio dalla commemorazione della data in cui venne approvata la “Convention Relating to the Status of Refugees” – letteralmente, il documento relativo allo status di rifugiati, siglato nel 1951.

È dal 2001, anno del 50esimo anniversario della Convenzione, che i rifugiati godono di una giornata riconosciuta a livello internazionale la quale, tuttavia, non ha comportato un miglioramento della loro situazione. Si stima infatti che, dal 2000 al 2013, 23mila migranti siano morti mentre cercavano di raggiungere l’Europa e che, solo nel 2014, il nostro Paese ha dovuto far i conti con lo sbarco di più di 170mila persone, come conferma l’UNHCR, agenzia istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1950. Mentre si festeggiano i 30 anni del Trattato di Schengen, l’intesa che il 14 giugno dell’85 segnò la conquista della libera circolazione tra i Paesi firmatari, crescono però le tensioni e le difficoltà nei confronti della gestione della situazione riguardante l’arrivo e il transito dei rifugiati. Una situazione che ha visto, in un’ottica molto lontana dalla cittadinanza europea auspicata con Schengen, il rifiuto della “ripartizione” dei rifugiati, identificati sempre più come “faccende da sbolognare” che non come persone. L’arrivo spropositato di rifugiati è diventato un problema che ci riguarda sempre più da vicino e ben lo dimostrano le manifestazioni, le proteste e, sul fronte opposto, le campagne di solidarietà cui abbiamo assistito questi giorni.

Rimane tuttavia da capire se l’energica mobilitazione, il senso di comunità nato contro (o a sostegno di) uno straniero sempre più invasore dei propri spazi, non siano “semplici” palliativi a un problema che non è praticamente mai stato oggetto di accurati programmi politici. E, allo stesso modo, rischiano di risultare palliativi i numerosi eventi organizzati a ridosso della Giornata dei rifugiati, qualora limitati a discussioni in sale lontane dalla realtà; quella realtà di chi sente sempre più forte la paura della scabbia, di malattie e degli atti che la disperazione può portare a compiere; e, all’opposto, di chi – fuggito dai conflitti o dalle condizioni di estremo disagio del proprio paese alla ricerca di una vita migliore – si trova di fronte un paese completamente diverso rispetto alle aspettative in virtù delle quali ha messo in gioco la propria vita. In questa situazione difficile e delicata, in attesa che le istituzioni decidano come giocare responsabilmente a un gioco in cui le pedine sono vite umane, il Terzo Settore e le realtà ad esso vicine si muovono affidandosi a uno dei loro valori principali (seppur in questo caso non sufficiente): la solidarietà.

Così, ad esempio, nelle stazioni di Milano Centrale, Roma Tiburtina e Ventimiglia la Croce Rossa Italiana prosegue la sua assistenza a migranti, profughi e rifugiati. Inoltre, al lavoro di operatori e volontari nei presidi sanitari, punti di accoglienza e nelle azioni di distribuzione di cibo, bevande, farmaci e vestiario si aggiunge quotidianamente l’aiuto di semplici cittadini, altre associazioni e istituzioni presenti.

rifugiati casa dolce casa

L’UNHCR ha invece lanciato la campagna “Casa dolce casa” allo scopo, più ampio rispetto alla situazione contingente, di sensibilizzare e raccogliere fondi per quattro fra le più gravi crisi umanitarie degli ultimi decenni: Siria, Iraq, Repubblica Centroafricana e Sud Sudan. Una mobilitazione che raggiungerà il picco massimo il 20 giugno, in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato con il maxi evento concerto “World Refugee Day Live“, che si terrà a Firenze presso Il Parco delle Cascine.

A livello regionale, tra le altre, è l’AUSER Lazio a chiamare a contribuire ad una grande raccolta di aiuti umanitari da distribuire presso il centro Baobab (centro di accoglienza di via Cupa, vicino alla stazione Tiburtina).

Qualche, importante, esempio dei tanti messi finora in atto per rispondere all’emergenza profughi. Un’emergenza che sembra tuttavia destinata a continuare ad occupare le pagine dei giornali ancora per un po’. Nell’attesa sorge il dubbio che, come molte altre celebrazioni, anche all’istituzione della Giornata Internazionale dedicata ai rifugiati non sia corrisposta un’altrettanto ragionata attività di ricezione e distribuzione del problema.

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