La baronessa Laura Lanza di Trabia, conosciuta anche come baronessa di Carini, fu una nobildonna italiana resa famosa da una leggenda siciliana. Fu uccisa per mano del padre il 4 dicembre 1563.
Nacque a Palermo nel 1529, da Cesare Lanza, barone di Castania e di Trabia, e da Lucrezia Gaetani. Il padre apparteneva ad una famiglia nobile: figlio di un facoltoso avvocato catanese che aveva fatto fortuna con la professione e due matrimoni con ricche ereditiere. Fu più volte pretore di Palermo, non gli mancò di certo l’intraprendenza negli affari. Uomo violento e privo di scrupoli, sposò anche lui due ricche ereditiere: la prima, Lucrezia Gaetani, madre della baronessa, di famiglia catanese. Vedova e in età abbastanza avanzata, gli fu promessa in sposa nel 1521 quando egli era ancora un bambino. Lo sposò quattro anni dopo, senza che avesse ancora compiuto i quindici anni e morì nel 1546, in tempo per permettergli il secondo matrimonio con un’altra vedova, Castellana Centelles, gentildonna di origine spagnola, già accasata in Sicilia.
La baronessa, come il padre e il nonno, fece un matrimonio di convenienza e in giovanissima età: il 21 settembre 1543, a soli quattordici anni, sposò il sedicenne Vincenzo La Grua -Talamanca, barone di Carini. Il marito apparteneva ad una delle più antiche e nobili famiglie siciliane. Erede di un gran nome, il barone era uomo da poco, succube predestinato della prepotenza del suocero.
Dal matrimonio con il barone, ebbe sei figli: Eleonora, Lucrezia, Maria, Cesare, Ottavio e Tiberio. Il ruolo di madre non dovette aggiungere gran che a quello abbastanza squallido di moglie di un inetto che vegetava all’ombra del suocero e gli custodiva la figlia nel castello di Carini. Qui il barone, che pure possedeva un palazzo a Palermo, trascorreva gran parte dell’anno, occupato dall’amministrazione dei suoi beni. Fra di essi uno zuccherificio che egli possedeva in società con lo zio Ludovico Vernagallo e con il fratello Alvaro. Ludovico era un ricco mercante palermitano che aveva sposato una sorella del padre del barone. Alvaro, di condizione economica più modesta, era padre di tre figli, uno dei quali portava lo stesso nome dello zio, Ludovico e viveva con lui a Montelepre. Il giovane veniva spesso da Montelepre a Carini, dove era solito frequentare il castello. La baronessa lo conobbe e se ne innamorò. La relazione si protrasse per due anni all’insaputa del marito, che non doveva avere rapporti frequenti con la moglie, se il Vernagallo s’introduceva di notte nelle stanze della baronessa.
La tragedia scoppiò all’improvviso, il 4 dicembre 1563, per l’intervento del padre. Quel giorno il Lanza aveva deciso di passarlo con la figlia a Carini. All’approssimarsi del castello, mandò avanti un servo ad avvertire il genero e la figlia del suo arrivo. Appresa la notizia, il barone si precipitò a comunicarla alla moglie: la trovò nelle sue stanze con il Vernagallo e ne uscì stravolto.
Avrebbe voluto uccidere il Vernagallo sorpreso in flagrante adulterio con la moglie, ma non lo fece. Aspettò l’arrivo del suocero violento e spietato, ma soprattutto geloso della figlia. Egli decise all’istante di ucciderla insieme all’amante. Seguito da suo genero entrò nelle stanze della baronessa e le fece sgomberare dalla servitù: due colpi di archibugio segnarono la morte dei due amanti. La baronessa di Carini, colpita al petto, si toccò la ferita e, appoggiandosi al muro con la mano, vi lasciò un’impronta insanguinata.
Dopo che ebbe consumato il duplice assassinio aprì le porte delle stanze della figlia e invitò il suo seguito e la servitù del castello a prenderne atto. Quindi si ritirò nelle stanze del genero, mentre i chierici di Carini trasportavano le due salme nella chiesa. Prima che vi fossero seppellite, pretese che fossero esposte sulla piazza del paese, per rendere manifesto dell’adulterio. L’atroce notizia si sparse velocemente e arrivò subito a Palermo alle orecchie della suprema autorità in Sicilia, il viceré, Don Juan de la Cerda, duca di Medinaceli. Nessuna indulgenza per il Lanza che si dileguò allora dalla Sicilia, ma che ottenne udienza da Filippo II e quindi giustizia. Al crudele omicida fu quindi permesso di rientrare incolume in Sicilia, dove fu reintegrato nel pieno possesso dei suoi beni e continuò a godere di tutto il rispetto. Stessa sorte ebbe il marito, il quale però si sentiva sicuro delle leggi che tutelavano l’onore e non prese alcuna precauzione, finendo, non per molto, nelle carceri di Castellammare di Palermo.

