Il 14 aprile 2012, a nemmeno 26 anni – li avrebbe compiuti il 5 luglio – muore Piermario Morosini, il calciatore del Livorno stroncato da un arresto cardiaco allo stadio Adriatico durante la partita contro il Pescara.

Rimasto orfano a 14 anni, Piermario Morosini aveva un fratello e una sorella più grandi, entrambi disabili gravi. Il primo si  suicidò nel 2004, mentre la sorella è ospitata da sempre in un istituto di suore. Nonostante la vita si fosse fatta beffa di lui, per certi versi, il centrocampista si era aggrappato all’esistenza come pochi.

I primi calci li aveva tirati sul campetto del Monterosso, nella squadra di quartiere del Bergamo, città dove ogni tanto tornava. Dieci anni di militanza tra le file dell’Atalanta, nel 2005 passa all’Udinese che aveva acquistato metà del suo cartellino, lanciandolo in serie A per il debutto contro l’Inter. E’ anche l’anno in cui inizia a ritagliarsi un ruolo da fuoriclasse nell’ambiente calcistico.

Così a 19 anni gioca la sua prima stagione da professionista, dividendosi tra Primavera e prima squadra. Esordisce nella Nazionale Under 21 nel settembre del 2006, giocando 18 partite e arrivando a disputare gli Europei in Svezia; gioca anche tre partite in Coppa Italia e una in Coppa UEFA. Dall’Udinese passa al Bologna, dal Vicenza alla Reggina, dal Padova al Livorno, la sua ultima maglia.

Cresciuto con il mito della Sampdoria e di Roberto Mancini, tra i suoi idoli figurano i due giocatori dell’Argentina, Fernando Redondo, conosciuto mentre stava al Milan, e Matias Almeyda, passato per la Lazio, il Parma, l’Inter e il Brescia.

Aspettava la sua occasione, convinto che il meglio dovesse ancora arrivare quando la morte per cardiomiopatia aritmogena lo coglie improvvisamente durante la 14ª giornata di ritorno del campionato di serie B. Inutili i soccorsi prestati dai sanitari e la corsa in ospedale.

A poche ore dalla sua scomparsa il Vicenza e il Livorno hanno ritirato le maglie numero 25. Tre medici furono indagati dalla procura di Pescara per omicidio colposo nell’inchiesta sul decesso del giocatore amaranto per il mancato impiego del defibrillatore.

Oggi un’associazione porta il suo nome e si occupa di promuovere la formazione nella tecnica di primo soccorso per la rianimazione cardiopolmonare e formazione all’utilizzo del defibrillatore semiautomatico.

LASCIA UN COMMENTO