Alberobello, il bianco sito Unesco dei trulli

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Alberobello. La luminosità calda del bianco è la prima cosa che colpisce, quando si arriva. Nell’estate assolata si stagliano infatti, con abbagliante nitidezza, i trulli e i muretti a secco che delimitano i poderi e le masserie.

“Mi sveglio e vedo un paese di sogno”, disse D’Annunzio davanti allo spettacolo offerto dai trulli nella valle d’Istria, una parte nel cuore della Puglia che abbraccia e comprende paesi come Martina Franca, Locorotondo, Cisternino ed Alberobello.

E’ proprio qui, ad Alberobello, che è nata la famosa costruzione dipinta con il latte di calce e con il tetto conico di calcare, chiamata e conosciuta da sempre come trullo. E’ qui che i circa 1.430 coni di pietra imbiancati, stretti gli uni agli altri, formano un vero e proprio paese, tanto che il paese stesso è stato definito proprio la “piccola Capitale dei trulli”, con i sue due rioni, il Monti e l’Aia Piccola, che racchiudono interamente il piccolo centro storico.

Il nome sembra derivi dal latino “Silva Arboris Belli”, cioè la selva degli alberi della guerra.

Tale è l’importanza rivestita da questo agglomerato che nel 1996 è stato riconosciuto dall’Unesco come Patrimonio dell’ Umanità, poiché ritenuto di valore architettonico universale in quanto esempio di un tipo di costruzione derivante da tecniche preistoriche di costruzione che è sopravvissuto intatto e funzionale in epoca moderna.

Le origini dei trulli sono controverse; sembra certo, tuttavia, che il trullo della Valle d’Itria nasca da una italica arguzia oltre che dai bisogni imposti dalla povertà. Il paesaggio è quello dell’ altopiano delle Murge, dove abbonda la pietra calcarea: era dunque necessario spietrare i terreni per renderli coltivabili, e con tutti i sassi creare muretti a secco per delimitare le proprietà e ripari per gli uomini.

Sembra che il nome Itria, derivi dal culto della Madonna Odegitria, che in greco significa “Colei che indica la Via”.

La storia attribuisce comunque a Giovanni Acquaviva d’Aragona, conte di Conversano noto come il Guercio, il sia pure involontario atto di nascita ufficiale dei trulli.

Egli voleva un feudo tutto suo, indipendente dalla corte di Napoli, all’epoca sotto Ferdinando IV di Borbone, e per questo incitò contadini e famiglie a vivere in quella zona. Impose loro l’impiego di pietre a secco, vietando l’uso della malta, così in caso di ispezione governative i trulli potevano essere smontati e rimontati in poche ore.

I maestri trullari lo resero una dimora autosufficiente per uomini ed animali, di circa una trentina di metri quadri interni suddiviso in modo da ricavare il focolare, il deposito per il raccolto con il soppalco in tavole di legno ed il fienile; le scale esterne portano invece ai ripiani per far essicare frutta e verdura.

I trulli sono inoltre il primo esempio documentato di costruzione isolante: i muri ed il cono innalzati a secco creano infatti una camera d’aria che assorbe gli sbalzi di temperatura e la mantiene costante, quindi caldi in inverno e freschi in estate.

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Nota a parte merita il tetto: formato da pietre calcaree sovrapposte dette “chiancarelle”, culmina in pinnacoli decorativi (la vera firma del costruttore) tracciati a mano, detti talvolta anche “cucurnei” o “tintule” che hanno origini remote e significati esoterici, che vanno dalla sacralità della cultura cristiana, ellenistica o giudaica, alla cultura della cabala o dei buoni auspici. I simboli sono quasi duecento, tutti diversi.

I più antichi sarebbero quelli sferici, riconducibili a simboli degli antichi adoratori del sole che abitavano nel vicino Salento.

Tra i tanti,il trullo Sovrano è l’unico ad avere due piani ancora esistente; è situato in una piazzetta dietro il santuario secentesco dei Santi Medici Cosma e Damiano, ed al suo interno (la costruzione è visitabile ad offerta libera) si effettua un viaggio a ritroso nel tempo sugli usi e costumi dell’epoca, grazie a video esplicativi e fedeli ricostruzioni di ambienti ed utensili.

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Trullo Sovrano

Per provare fino in fondo l’esperienza della vita nei trulli è anche possibile prenderne uno in affitto per soggiornarci; molti attuali proprietari infatti li hanno restaurati e resi abitabili, ed ora li mettono a disposizione di turisti che vogliano trascorrere un soggiorno originale ad Alberobello.

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Altre ex abitazioni sono state invece trasformate in ristoranti, piccoli atelier, boutiques e negozi di souvenir, così da rendere ancora più unico il paesaggio pugliese.

Due trulli sono invece rispettivamente convertiti in Museo del Territorio e Museo dell’Olio, entrambi visitabili, ed un terzo nient’altro è che una chiesa, consacrata a S. Antonio, sormontata da una cupola di quasi venti metri.

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Per avere una visione d’insieme appena arrivati dall’alto, conviene recarsi a Piazza del Popolo, nella parte nuova del Paese, ed affacciarsi dalla terrazza che si trova sulla destra, nota come Belvedere.

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Molto utile anche l’app  per smartphone “Intour Alberobello”, con molte utili informazioni sulla città, prenotazioni di alloggi ed itinerari di visita, anche nei dintorni.

A soli quattordici chilometri da Alberobello si possono poi visitare le spettacolari Grotte di Castellana, scoperte nel 1938: oltre un chilometro e mezzo di  stalattiti e stalagmiti che un corso d’acqua sotterraneo ha scavato per centinaia di anni nel calcare della Puglia, arrivando fino a settanta metri di profondità.

Come arrivare: distante una sessantina di chilometri sia da Bari che da Matera, oltre alla comodità di una propria autovettura, efficiente è il collegamento con i treni delle Ferrovie del Sud-Est (FSE,) e di varie autolinee di pullman. Lo scalo aeroportuale più vicino è Bari-Palese, distante circa cinquanta chilometri.

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