Nippon Shots, il Giappone non convenzionale

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Esce Nippon shots, raccolta di racconti sul Giappone visto attraverso gli occhi di Giorgia Sbuelz.

Giorgia Sbuelz, per “Nippon Shots”, suo romanzo d’esordio, ha scelto la forma di diario non convenzionale dell’esperienza vissuta nel Sol Levante. Non convenzionale perché di diari ne esistono già a migliaia in circolazione.

Lo stile

Giorgia ha optato così per una forma narrativa insolita, con uno stile poetico e personale, per raccontare luoghi o fatti tipici del Paese che l’ha rapita fin dal primo incontro. A piè pagina, a corredo del libro, sono inserite delle interessanti note esplicative che possono essere utilizzate come una sorta di guida: episodi storici, monumenti, modi di dire e leggende conducono il lettore in un affascinante viaggio immaginario nel cuore delle tradizioni e della cultura del Sol Levante.

I ricorsi all’allegoria, al simbolismo, agli stilemi narrativi della cultura nipponica, restituiscono uno spettacolo intenso e penetrante del Giappone facendo emergere l’aspetto reverenziale dell’autrice per quei luoghi sospesi tra sogno e realtà. Un racconto pieno di slancio e di intenzioni dove il surrealismo lascia spazio a quelle suggestioni e atmosfere tipiche dei film d’animazione di Hayao Miyazak. I ritmi con cui si alternano le immagini sono scanditi dalla gallerie di istantanee ‘parlanti’ che la scrittrice ci offre, oltre a creare un filo conduttore costante ed una cifra stilistica precisa e riconoscibile.

Il libro

Giorgia è una gaijin, una straniera in Giappone, letteralmente una “persona di fuori”, fuori dal caos e dalla realtà giapponese, tradizionale e non. Sperduta nella metropolitana di Osaka e per le strade di Tokyo, affollate da eccentrici cosplayer e tagliate da severi grattacieli che scaricano nel cielo la feroce velocità contemporanea – tanto lontana dalla tradizionale pacatezza nipponica – l’effetto straniante non diminuisce, anzi, se possibile, aumenta. A Giorgia allora non resta che entrare nel cuore del Paese forzandolo proprio da fuori, armata di penna, schizzando su un taccuino brevi flash di immagini ed emozioni, una galleria d’istantanee parlanti, dove rielaborare in ricordo l’esperienza appena vissuta, e tentare una sintesi tra contemporaneità e tradizione, tra aneddoto da strada e folklore.

Qui di seguito la giovane autrice romana, ci racconta l’imperturbabile e antica delicatezza del Giappone contemporaneo, rispondendo ad alcune domande.

La prima è d’obbligo: cosa rappresenta per te questo libro e da dove nasce l’esigenza di scriverlo.

“Il Giappone è stato sempre presente nella mia vita, anche inconsapevolmente. A partire dall’infanzia, con le mie trasmissioni televisive preferite, proseguendo nell’adolescenza con i fumetti. Gradualmente è arrivata la scoperta dell’arte e delle bellissime incisioni giapponesi assieme al fascino dello stile pittorico ukiyo-e. E poi la letteratura, il cinema, il cibo. Gli studi di lingua e cultura sono stati una diretta conseguenza, come i frequenti soggiorni: per turismo, per approfondire lo studio, per incontrare amici, per divertimento o per ritrovare me stessa quando serviva.

Negli anni però, a causa del lavoro e degli impegni, ho dovuto interrompere i viaggi, ma non ho abbandonato l’interesse. Mi è sembrato del tutto naturale quindi, proseguire questo legame attraverso la scrittura: i racconti brevi contenuti in “Nippon Shots” sono dei messaggi d’amore e di stima verso un paese a cui devo molto. Sono delle cartoline dal Giappone per chi in Giappone non è ancora stato, ma anche cartoline indirizzate al Giappone stesso e ai giapponesi, come dichiarazione di gratitudine per le esperienze di vita che questa terra ha offerto, non solo a me, ma a tutti coloro che vi si sono recati”.

Cosa ti piace del Giappone?

“Sono sempre stata attirata dagli ossimori. Mi piacciono gli estremi, il loro accostamento come alta espressione di apprendimento. Il Giappone scatena emozioni forti. All’inizio si viene travolti dall’ipnotico frastuono della tecnologia, della massima velocità e della massima efficienza. Metti piede a Tokyo per la prima volta e ti sembra di esser entrato nel futuro come lo hai sempre immaginato. Folle oceaniche si riversano per le vie del centro, insegne abbaglianti, migliaia di gadget e comfort a disposizione disorientano l’occidentale. Eppure il silenzio, quel senso di pace è sempre lì, a portata di mano, nei parchi dove il tempo si è fermato e i rumori della metropoli tacciono. In Giappone il senso della privacy è sacrosanto e l’esigenza della solitudine assecondata. Ho amato il Giappone anche per questo: in mezzo al caos della città sono sempre stata a contatto con me stessa”.

Qual è la città che ti ha più colpito?

“Senza dubbio Hiroshima. Ricordata principalmente per il suo passato e per ciò che rappresenta, l’incubo della guerra atomica, Hiroshima non è solo cicatrici, è anche una città che pullula di entusiasmo. Le gru di carta che ogni visitatore lascia in segno di pace, sono un inno alla vita chiaro e tangibile, forte quanto lo scheletro dell’Edificio “A” rimasto in piedi dopo il bombardamento che è diventato l’effigie della città. Le lacrime sono inevitabili, ma ho visto molti bambini giocare nel Parco della Pace, bambini che magari non hanno ancora coscienza dei fatti avvenuti nel 1945, ecco, ho scorto in loro la promessa di un mondo più clemente”.

Perché la scelta di chiudere il romanzo con l’immagine dello Shinkansen, il treno proiettile?

“Il messaggio è chiaro: il viaggio prosegue oltre l’ultima pagina. Il mio è un invito rivolto a tutte le persone alle prese col “proprio” viaggio, è l’invito a non stancarsi e proseguire. E’ un ritorno, una ciclicità, ma anche l’augurio che faccio a chiunque voglia salire su quel treno e scegliere il Giappone come meta per esplorare ed esplorarsi”.

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