Stereotipi e cinema estremo: dal film di genere al film “degenere”

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Stereotipi e cinema estremo: dal film di genere al film “degenere”

Horror deliranti, western sanguinari, sadismo carcerario, fantascienza folle e molto altro. Nutrendosi degli scarti del cinema ufficiale, gli stereotipi hanno generato un universo filmico parallelo che ha stregato le platee, arricchito i produttori e a volte ispirato il grande schermo dei piani alti.

Il 1980, per il cinema un anno spartiacque. Gli imprevedibili fiaschi al botteghino de I cancelli del cielo di Michael Cimino e di Stardust Memories di Woody Allen danno il colpo di grazia alla United Artists. È il tramonto della New Hollywood. Il potere dei registi viene ridimensionato a vantaggio dei produttori, che avranno l’ultima parola sul montaggio finale. Nello stesso anno, all’altra estremità della scala animale del cinema, quella inferiore, quasi per scherzo, i fratelli Michael e Harry Medved, critici cinematografici, inventano il premio satirico Golden Turkey Awards (“Premio Tacchino d’Oro”).

In un libro elencano tutti i film più meravigliosamente assurdi della storia. Il vincitore è Plan 9 from outer space, diretto da Ed Wood Jr. che viene trionfalmente proclamato “peggior regista di tutti i tempi”.

La rivoluzione dell’exploitation

È iniziata la riabilitazione del cinema “brutto”. Quello che ha il suo momento d’oro tra gli anni ’60 e la metà degli ’80. Mostri di ogni genere, vampire nude, scienziati erotomani, collegiali diaboliche, pistoleri satanici, carcerieri sadici, cannibalismo, insomma sesso e violenza in dosi industriali. Gli spettatori perdonano tutto: trame folli, scenografie e attrezzature improbabili, riprese a volte ben oltre il dilettantismo. Viene coniato il termine cinema trash, che poi verrà in parte snaturato, andando a indicare anche le innocue commediole scollacciate italiane degli anni ’70.

Emergono dall’underground pellicole sconcertanti, estreme, grottesche, basate sull’esasperazione di tutti gli stereotipi del cinema di genere. Girate in fretta per soddisfare la voracità del pubblico meno esigente e correre all’incasso, sono però dotate di una vitalità travolgente e spesso di genuina ispirazione (male o malissimo applicata, ma questo è un altro discorso). Per gli studiosi di cinema diventano familiari termini come exploitation, genere basato sullo sfruttamento di temi forti, anche con la variante sexploitation che non necessita di spiegazioni. Oppure blaxploitation, film esclusivamente con attori di colore, o addirittura nunxploitation, ambientati tra le suore.

O ancora WIP – Women in prison (pellicole ambientate in carceri femminili, con sadismi assortiti), nazi-movies (un titolo per dire tutto: L’ultima orgia del III Reich) e, naturalmente, splatter (o gore). Negli USA, gli appassionati trovano le loro bandiere nella rivista Psychotronice nella casa di produzione Troma. In Italia, punto di riferimento imprescindibile è ancora oggi il mensile Nocturno. Ideale per approfondire il tema, Il cinema dell’eccesso, opera in due volumi di Rudy Salvagnini.

“Alto” e “basso”

Fritz Lang definisce Delirium/Necronomicon (1967) dello spagnolo Jess Franco “un bellissimo esempio di cinema”. Alla lunga il cinema “degenere” diventa contraltare e materia d’ispirazione per quello ufficiale. Così come in Italia, alla fine degli anni ’90 inizia la rivalutazione del re della sexploitation Joe D’Amato (alias Aristide Massaccesi) e vengono trainati fuori dal limbo film sicuramente sottovalutati come Cani arrabbiati di Mario Bava. Generazioni di cineasti giocano di sponda con i registri e gli stereotipi del cinema “basso”. Da Roger Corman a Dario Argento, da Sam Fuller a John Carpenter, da John Landis, a Joe Dante, a Lucio Fulci, a George A. Romero. Fino a Quentin Tarantino, che fa della sintesi tra genere e “degenere” un marchio di fabbrica.

Quando alla sua terza regia, Quentin porta sullo schermo il romanzo Rum Punch di Elmore Leonard, la sua musa è Pam Grier, già protagonista di un caposaldo del cinema black degli anni ’70: Foxy Brown. In suo onore, il personaggio di Jackie Burke darà il nome al film, trasformandosi in Jackie Brown.

jackie brown

Gli USA: la blaxploitation, i nudies, i roughies

Il regista di Foxy Brown, neanche a dirlo tra gli idoli di Tarantino, è Jack Hill. Nato nel 1933, studia cinema alla UCLA di Los Angeles; è compagno di corso di Francis Ford Coppola. All’inizio degli anni ’60 entra nella factory di Roger Corman. Terminata la gavetta nell’horror, il successo arriva con il genere Women in prison, con Sesso in gabbia (1971) o The Big Bird Cage (1972) e con il sodalizio con Pam Grier, che dirige ancora in Foxy Brown e Coffy.

Tra i campioni del B-movie o (Z-movie?) nordamericano c’è Andy Milligan (1929-1991). Predilige i film in costume, in modo che – sostiene – possano essere distribuiti più volte senza che si capisca quando sono stati fatti. Un cinema “lisergico” il suo, con la cinepresa che traballa, cade o se ne infischia di inquadrare gli attori. Perversioni in quantità, grande uso di conserva di pomodoro e manichini fatti a pezzi, per titoli come La camera della tortura, Macellai, L’uomo con due teste o il fondamentale L’invasione degli ultratopi.

Nell’exploitation USA si fanno strada anche le registe, come Doris Wishman (1912-2002), pioniera del nudie: film in cui, molto semplicemente, ci si spoglia il più possibile. Inizialmente ambientato in campi di nudisti, come il poliziesco Hideout in the Sun (1960), il genere si presta anche a varianti fantascientifiche, come, sempre nel ’60, con Nude on the Moon: due astronauti sbarcano sulla luna e la trovano abitata da aliene dalle forme (molto) umane, logicamente del tutto svestite. A metà dei ‘60, per interessare il pubblico in cerca di emozioni forti si deve salire di un grado. Wishman passa così al sottogenere roughie, pellicole che all’erotismo ingenuo sostituiscono forti contenuti di sesso e violenza, come The Sex Perils of Paulette (1964) o Bad Girls Go to Hell (1965).

Cose “mostruose” dal mondo

L’exploitation non conosce confini e trova adepti in tutto il globo. Immancabile la Gran Bretagna, quando c’è da giocare sugli stereotipi del macabro e del kitsch. Nel 1983, Pete Walker riesce ad avere nel suo “horrorironico” La casa delle ombre lunghe nientemeno che Christopher Lee, Peter Cushing, Vincent Price e John Carradine tutti insieme.

LACASA_DELLE_OMBRE_LUNGHE_PETER_WALKER

Possiamo citare ancora il francese Jean Rollin (1938-2010), specializzato in vampiri (e soprattutto vampire) ad alto tasso erotico; il filippino Eddie Romero (1924-2013), negli anni ’70 padre della saga di Blood Island, che sfrutta l’ambientazione esotica a costo zero e propone piante carnivore la cui ira va placata con sacrifici di belle fanciulle, con tutto ciò che ne consegue, uomini-clorofilla, mutanti vari e altre amenità.

Non manca l’estremo oriente, con la fantascienza e la sexploitation del giapponese Teruo Ishii (1924-2005): Spaceman contro i vampiri dello spazio (1957) o Female Yakuza: Inquisition and Torture (1973). O il filone action di Hong Kong rivisitato da Nam Nai Choi.

Il Messico offre addirittura una dinastia registica, quella dei Cardona. René Cardona (1906-1988), cubano di nascita, autore di 140 film, dopo un apprendistato all’insegna del consueto horror, diventa maestro di un sottogenere molto popolare in Messico: quello dedicato ai lottatori di wrestling. Il figlio René Cardona Jr (1939-2003), con il suo Tintorera (1977) è anche lui nella Top Ten tarantiniana. Le gesta della famiglia vengono proseguite da René Cardona III.

Lo “Spaghetti Splatter”

Tra i tanti filoni che vanno forte in Italia vale la pena citare il sottogenere “cannibale”, nato negli anni ’70, sulla scia di un ritorno di moda del cinema esotico, con Il Paese del sesso selvaggio (1972) di Umberto Lenzi. Troppo poco mostruoso, dunque un fiasco, nonostante l’astutissimo titolo. Cinque anni dopo, il rilancio è affidato a Ruggero Deodato, forse il nostro regista più censurato, con Ultimo mondo cannibale, un campionario di efferatezze agghiaccianti che delizia il pubblico.

Arriveranno poi Mangiati vivi! e Cannibal Ferox di Umberto Lenzi, La montagna del dio cannibale di Sergio Martino e Zombi Holocaust di Marino Girolami. Deodato tocca l’apice con Cannibal Holocaust (1980). Forse il film più estremo mai girato, oggetto di procedimenti giudiziari, polemiche feroci e contestazioni anche violente in tutto il mondo.

Anche il western all’italiana trova la sua via per l’exploitation, grazie a Sergio Garrone. Alla fine degli anni ’60, sull’onda di Dio perdona… io no!, le praterie dello schermo si popolano di personaggi e titoli misticheggianti (c’è anche Trinità, a ben vedere). Regista, sceneggiatore, produttore, Garrone sforna Tre croci per non morire (memorabili le scene oniriche simil-Per qualche dollaro in più) e Una lunga fila di croci (uno dei protagonisti è soprannominato “Bibbia”). Il suo western più celebre è Django il bastardo (1969), dai toni para-horror, girato dopo il grande successo del film di Sergio Corbucci.

Nella sua filmografia c’è spazio anche per un film di guerra di buon livello: La colomba non deve volare (1970). Nel 1972 è produttore del thriller Io monaca… per tre carogne e sette peccatrici, incentrato sulle efferate traversie di sette evase con una religiosa al seguito. È capace di realizzare due film usando stesso soggetto, scenografie, attori. Come gli horror La mano che nutre la morte e Le amanti del mostro, entrambi con Klaus Kinski.

Con gli anni ’80 l’exploitation scompare. La funzione del cinema è cambiata. Le sale vogliono soltanto film di serie A. Alcune pellicole border-line continuano ad uscire direttamente per l’home video (nasce una classificazione di VHS apposita: “B+”). Rimane oggi un giacimento immenso di opere, alcune delle quali da rivalutare, altre meno, ma tutte a conferma della massima di Pablo Picasso: “Il peggior nemico della creatività è il buon gusto”.

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