Il cinema sacro e profano di Luis Buñuel

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Il cinema sacro e profano di Luis Buñuel
fonte: web

Luis Buñuel. Padre nobile del surrealismo cinematografico, fustigatore della società borghese, il regista aragonese “ateo per grazia di Dio” è stato un accusatore implacabile del clero ma anche un poeta del desiderio di redenzione dell’umanità

Un uomo osserva la luna e affila un rasoio. Si avvicina ad una donna e con precisione chirurgica le squarcia un occhio. Il film è Un chien andalou (1928). L’uomo è Luis Buñuel, che esordisce dirigendo se stesso nel corto-manifesto del cinema surrealista, scritto con l’(allora) amico Salvador Dalì. L’occhio (che ovviamente in realtà non appartiene a nessuna donna ma ad un vitello morto) è quello dello spettatore, che viene sezionato, aperto per essere introdotto nell’universo onirico e grottesco che animerà i cinque decenni di carriera dell’autore spagnolo.

Il cinema come fuga dalle convenzioni

Impossibilità di mangiare, cioè di svolgere il rito-base dei costumi borghesi, quello della cena conviviale, ne Il fascino discreto della borghesia e impossibilità di abbandonare gli stessi costumi borghesi ne L’angelo sterminatore; di riaccedervi ne La selva dei dannati o ne Il fantasma della libertà;  di vivere secondo le convenzioni matrimoniali in Bella di giorno o Tristana; impossibilità sessuale in Quell’oscuro oggetto del desiderio; perfino l’impossibilità di delinquere in Estasi di un delitto. Quello di “don Luis” è un cinema di proibizioni, di forze più o meno misteriose che avvolgono individui e gruppi e ne ostacolano scelte e decisioni. Un’analisi che si traduce in una feroce critica alle istituzioni, ecclesiastiche in particolare, e in una poetica che giocherà sempre sul crinale tra sacro e profano. Il tutto “parlando” un linguaggio filmico rivoluzionario che fa tesoro dell’esperienza surrealista.

Le origini: “Per grazia di Dio sono ateo”

Luis Buñuel nasce a Calanda, in Spagna, nella Bassa Aragona, il 22 febbraio 1900, in una famiglia benestante di proprietari terrieri, primo di due fratelli e quattro sorelle. Suo padre Leonardo ha fatto fortuna a Cuba come uomo d’affari. Sua madre Maria Portolès è una donna profondamente religiosa. Quando si sposano, lui ha 43 anni, lei 18. Il primogenito arriva nove mesi dopo il matrimonio, subito dopo la famiglia si trasferisce a Saragozza. Il futuro regista Luis Buñuel trascorre un’infanzia dorata ma irrequieta. Da subito prova insofferenza verso la rigorosa educazione religiosa che gli viene impartita sia in casa che a scuola dai gesuiti. A otto anni, grazie a un cartone animato, è già innamorato del cinema, con disapprovazione della famiglia che lo considera un divertimento plebeo.

Dopo il diploma vorrebbe studiare musica alla Schola Cantorum di Parigi. Deve accontentarsi di Madrid. Il padre lo fa iscrivere a Ingegneria agraria. Finirà per laurearsi in Lettere, nel 1924. Negli anni dell’università si cementano l’amicizia ed il sodalizio con Salvador Dalì e Federico Garcia Lorca. Il suo bisogno di fuggire dalle convenzioni si accompagna allo sviluppo di una sensibilità molto “spagnola”, fiera, cavalleresca, amante del cruento, del sacro e del profano, a volte del macabro. In parte per esorcizzarla, in parte per studiarne la forza allegorica, al centro di molti esperimenti culturali del trio c’è la morte. “Per grazia di Dio sono ateo” rimane uno degli aforismi più celebri di Luis Buñuel.

Finalmente Parigi. L’esordio nel cinema

Nel 1925 corona finalmente il sogno di trasferirsi a Parigi. La sua ambizione è diventare scrittore ma è attratto sempre più dalle potenzialità del cinema. Dichiarerà poi di aver scelto definitivamente di diventare regista dopo aver visto Destino di Fritz Lang. Gli esordi sono nel segno del surrealismo, con Un chien andalou e L’Age d’or(1930). Ottiene un contratto di sei mesi con la Metro-Goldwyn-Mayer a Hollywood ma tornerà a casa ancora prima della sua scadenza.

Il temperamento e l’idea di cinema di don Luis sono troppo lontani dalla mentalità della culla dello star-system. In patria dirige il doppiaggio dei film della Warner Bros. I rapporti con il gruppo surrealista si diradano. Buñuel accusa i suoi ex-sodali di aver perso la propria carica rivoluzionaria e di essere rientrati nel sistema in cambio di fama e successo. L’amicizia con Dalì è compromessa. Con l’avvento del franchismo in Spagna, si trasferisce a New York. Proprio a causa di Dalì subisce un durissimo colpo. Nella sua autobiografia, il pittore punta il dito contro le convinzioni “sovversive” e l’ateismo di Buñuel, che è costretto e dimettersi dal suo ruolo dirigenziale nella cineteca del Museo d’Arte Moderna di New York. Con al seguito la moglie Jeanne ed i figli Jean-Louis e Rafael, il regista si trasferisce a Los Angeles.

Una nuova patria

È in Messico che don Luis torna a fare cinema a tempo pieno e nascono i suoi grandi successi, sempre tra il sacro e il profano. Non mancano mai dure polemiche. Vengono accusati di blasfemia Nazarin e Viridiana, entrambi premiati a Cannes, che narrano rispettivamente di un sacerdote e di una novizia le cui esistenze sono sconvolte dalla fedeltà ai princìpi cristiani, visti come inapplicabili in un’umanità sopraffatta dal peccato.

Il regista non demorde, anzi rilancia continuamente la propria visione caustica e anti-borghese. Nelle sue opere emerge sempre un chiaro monito verso la società. Nel 1962 partorisce uno dei suoi film-manifesto. L’angelo sterminatore. Un ricevimento di lusso si trasforma in una prigione: una forza misteriosa impedisce agli invitati ed ai padroni di casa di lasciare il salone, facendoli regredire giorno dopo giorno ad uno stato tribale.

Il ritorno al surrealismo

Con la seconda metà degli anni ’60 il cinema di Buñuel si fa meno “politico”. La lotta tra sacro e profano vira nuovamente verso toni onirici e surrealisti. Il regista torna a girare in Francia con Il diario di una cameriera(1964) che narra di una ragazza che entra a servizio in una casa altoborghese dove regnano vizio e corruzione;Bella di giorno (1967), con Catherine Deneuve nel ruolo di una signora dell’alta società ossessionata dall’irrefrenabile bisogno di prostituirsi (in Italia viene censurata la scena in cui la protagonista, da bambina, rifiuta la Prima Comunione); ma soprattutto La via lattea (1969), storia di due pellegrini che, sul cammino di Santiago, rivivono episodi delle Sacre scritture e relativi alla nascita delle eresie cristiane. Nel 1970 torna addirittura fugacemente in Spagna per dirigere Tristana, ancora con Catherine Deneuve nel ruolo di un’orfana che sposa l’anziano ed ossessivo tutore Fernando Rey.

Il fascino discreto dell’Oscar: gli ultimi anni

Conquista l’Oscar con Il fascino discreto della borghesia (1972): l’ennesimo gruppo di altoborghesi, cui si aggrega un vescovo che vorrebbe lavorare come giardiniere, è costretto da mille traversie ad annullare continuamente una cena. Metafora di una borghesia il cui potere va svuotandosi sempre più e alla continua, famelica ricerca di una ragione da dare alla propria esistenza (e alla propria corruzione). Un tema che ritorna in parte nel film a episodi Il fantasma della libertà (1974), con un “pranzo elegante” con gabinetti al posto delle sedie e in cui ci si apparta in bagno per mangiare.

Il congedo

Luis Buñuel si congeda dal cinema nel 1977 con Quell’oscuro oggetto del desiderio, in cui l’attempato uomo d’affari Fernando Rey si innamora di una giovane che lo attira e respinge continuamente, genialmente fatta interpretare da due attrici: Angela Molina e Carole Bouquet.

Alla fine degli anni ’70 le condizioni di salute iniziano a peggiorare ma non gli impediscono di scrivere le sue memorie. Don Luis muore a Città del Messico il 29 luglio 1983. Il suo più intimo amico e confidente negli ultimi anni è un sacerdote domenicano, padre Julian Pablo. Nel suo libro Memorias de una mujer sin piano, Jeanne Buñuel racconta che il sacerdote le avrebbe confidato che il marito ne sapeva di religione e di dottrina della Chiesa più di lui. Quando si dice il sacro e il profano.

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