Sport senza confini: la celebrazione dell’integrazione

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Sport senza confini: la celebrazione dell'integrazione

Si è tenuta lo scorso 9 Giugno 2017 presso lo stadio Olimpico di Roma, la seconda edizione del “torneo dell’amicizia”, manifestazione che rientra nel progetto del CONI Lazio ” Sport senza confini “, finanziato dalla Regione, tra celebrazione e gioia.

Secondo un celebre detto di Jean Giraudoux, “lo sport è l’esperanto delle razze”. Al di là della citazione dal preciso significato semantico-filosofico, pragmaticamente sembra essere così; il mondo dello sport infatti ha diverse caratteristiche che lo contraddistinguono da sempre, dalla collettivizzazione di un sentimento quando si fa il tifo, alla simbologia di un percorso di vita che passa dalla fatica alla vittoria; ciò che spesso superficialmente viene sottovalutato è il suo enorme potere di aggregatore sociale, che unisce tutte le popolazioni del mondo attraverso un unico linguaggio. Fortunatamente c’è però chi ha la voglia di sfruttare in modo positivo questa qualità, come dimostra l’organizzazione della seconda edizione del torneo dell’amicizia all’interno del progetto Sport senza confini.

I confini come opportunità di conoscenza.

Si è tenuta lo scorso 9 Giugno 2017 presso lo stadio Olimpico di Roma, la seconda edizione del “torneo dell’amicizia“, manifestazione che rientra nel progetto del CONI Lazio “Sport senza Confini”, finanziato dalla Regione. Il progetto, frutto di un solido protocollo d’intesa realizzato in collaborazione con la COOP sociale “Tre Fontane”, la FIGC e le prefetture di Roma, Frosinone e Viterbo, vede l’adesione di 19 tra Centri Accoglienza e Protezione per richiedenti Asilo e Migranti; sono infatti otto le squadre composte da rifugiati e migranti, provenienti dai CAS (Centri Accoglienza Straordinaria) e dagli SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) di Roma e del Lazio, per un totale di quasi 200 giocatori, più i mille spettatori sugli spalti.

L’Olimpico, imperante nella sua grandezza e nella sua simbologia, acquista così non soltanto un valore sociale, promuovendo di fatto uno dei bisogni dell’epoca contemporanea quale l’inclusione, ma si presta a partecipare ad una manifestazione che assume i contorni di una vera e propria celebrazione (del resto manca poco alla Giornata Mondiale del rifugiato) della vita come della cooperazione. Nei giocatori traspare l’emozione (quasi la devozione) di chi sta calpestando il suolo di un “tempio sacro” dello sport, mentre gli spettatori contribuiscono a creare un clima di festa attraverso le varie fasi del tifo: dalla tensione, alla speranza nei calci di rigore. Il tutto è poi coronato dalle musiche di un’orchestra di tamburi e percussioni e da un gruppo vocale, composto anche questo da rifugiati, perché la musica, esattamente come lo sport, parla ad una sola umanità, con un unico linguaggio universale.

La passione degli operatori.

Poco prima che l’evento cominci, davanti all’entrata c’è Irene, un’operatrice della Cooperativa Eta Beta; Irene racconta di come questo evento non solo aiuti nella socializzazione tutti i migranti provenienti da diverse cooperative o da diverse parti dell’Africa, ma anche come la scelta strategica del luogo possa essere una grande cassa di risonanza per un tema a volte ostico da comprendere, come quello dell’inclusione. Nei suoi occhi si percepisce la soddisfazione e la forza che trae dalla partecipazione a un progetto come quello di Sport senza confini, insieme a un velo di speranza perché questo sia il punto d’inizio di un progetto che vada oltre la semplice conoscenza tra migranti stessi, per arrivare ad una completa (e pacifica) integrazione con gli italiani.

Le prospettive delle Istituzioni sull’integrazione.

A presenziare vigile le squadre che entrano sul campo e si affrontano c’è l’Assessore allo Sport e alle Politiche Sociali della Regione Rita Visini. dalle sue parole si percepisce come l’attenzione e la fermezza da parte delle Istituzioni sia fondamentale per portare avanti idee di un certo peso socio-culturale; l’Assessore infatti concepisce chiaramente l’idea di sport non solo come un ottimo strumento di incisione sociale, ma soprattutto come un diritto di cittadinanza a cui tutti devono poter attingere. L’umanità di Rita Visini si percepisce non solo nella personale concezione di amicizia, pensata non come valore politico esclusivamente umano, ma soprattutto nella sua metafora tra la società e il pallone da calcio: ogni singola collettività, con la propria storia e il proprio vissuto, rappresenta un “pezzo” della palla, tenuta insieme da cuciture; senza l’unione ogni parte sarà abbandonata al proprio destino.

“Abbattere le barriere ed i confini inserendo più porte di calcio”: è il leit motiv del Presidente del CONI Lazio Riccardo Viola, affascinato dall’entusiasmo degli spettatori e dalla concentrazione dei calciatori; il Presidente Viola racconta di come tramite il protocollo d’intesa nato un anno fa grazie anche alla collaborazione con la Regione Lazio (e che ha dato vita a Sport senza confini), i migranti lo abbiano ringraziato per aver creato un momento di “normalità”, al di fuori dei centri e lontano dal difficile vissuto personale.

E’ esattamente questo l’obiettivo che, come istituzione fondamentale dello sport, attenta anche alle tematiche sociali, si erano preposti: non si poteva sperare di raggiungere un risultato migliore, dal momento in cui non solo si è cercato di creare un momento di gioia, ma anche di favorire la socializzazione tra gli stessi rifugiati con differenti storie e culture; perché l’integrazione non è sempre (necessariamente) tra “noi” e “loro”.

Inclusione e benessere.

Ad osservare appagato lo straordinario successo è il Presidente della COOP Sociale Tre Fontane Marco Zonnino: il Presidente spiega chiaramente come la cooperativa, partner fondamentale del progetto, abbia due finalità principali, a cui si dedica fedelmente (e quotidianamente) quasi come fossero dei mantra: favorire l’inclusione ma anche tenere alto il livello di benessere dei propri ospiti. Il torneo dell’amicizia, insieme anche ad altre idee sviluppate all’interno di Sport senza confini, riesce infatti a coniugare perfettamente entrambi gli aspetti, sia favorendo l’integrazione di diverse storie che si incontrano per la prima volta, sia trasformando ragazzi straordinari dal destino difficile in calciatori per un giorno.

La voce degli ultimi.

Parlando con i migranti presenti, viene fuori in particolare un unico sentimento: la felicità. Per ognuno di loro, con una storia complessa alle spalle, e con i ricordi di un viaggio difficile stampati nella mente (Sumoru Abu, di 31 anni, dalla Costa d’Avorio ci ha messo 9 mesi per arrivare in Italia) la giornata allo Stadio Olimpico rappresenta una sorta di rinascita, attraverso un percorso che passa dalla sofferenza alla redenzione.

Sia Toure, sia Bamba Kassim, anche lui proveniente dalla Costa d’Avorio, sia Inowa di 21 anni (uno dei tanti profughi dell’isola della speranza, Lampedusa) credono nella forza dello sport, che attraverso l’uso di una lingua comune offre una possibilità di conoscenza e di inclusione. Colpisce dritta al cuore la storia di Salah, omonimo del più famoso calciatore della Roma. Giocatore di serie A dell’Arabia Saudita e oggi migrante residente in un centro di accoglienza in Italia, si ritrova grazie a quest’evento a calpestare lo stesso prato su cui giocano abitualmente i grandi del calcio, e che, in una sorta di strana equazione in cui al calcio sta la salvezza, ricorda tanto il destino di Coulibaly, migrante senegalese che attraverso la squadra del Pescara riscatta il suo destino.

Integrazione è ritrovarsi a celebrare l’unione di più culture che si sostengono a vicenda, è il campo dello stadio, ma anche un ragazzo africano che mostra felice la bandiera dell’Italia.

Sport senza confini: la celebrazione dell'integrazione

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