Kokeshi dolls, le bambole che non ti aspetti

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Kokeshi dolls, le bambole che non ti aspetti

Le kokeshi dolls, le tradizionali bambole giapponesi con tre secoli di storia, prendono vita nei quadri di Beatrice Alegiani.

Per molti, la conoscenza della cultura giapponese si limita al fenomeno dei Cosplay, alla fioritura dei ciliegi in primavera (hamami), ai libri di Banana Yoshimoto e all’esperienza gastronomica del sushi. Per molti ma non per tutti. Beatrice Alegiani, architetto e pittrice, ha aggiunto un altro tassello al nostro puzzle portandoci, direttamente dal suo studio romano, alla scoperta di un elemento decorativo del mondo nipponico, le kokeshi dolls.

Le kokeshi dolls

Utilizzate in Giappone come talismano contro la cattiva sorte, le bamboline, in realtà, nascondono una lunga tradizione. Le prime fecero la loro comparsa verso la fine del periodo Edo (1600-1868) realizzate da sapienti artigiani come souvenir per i turisti in visita alla prefettura di Miyagi, provincia nel nord est del Giappone famosa per gli onsen, i bagni termali.

Caratterizzate dall’assenza di arti, sono piuttosto semplici nella forma e nei materiali (legno di acero), hanno il busto sottile cilindrico e la testa rotonda, fattezze che ricordano quelle di un “piccolo papaveroʺ. In definitiva, una rivisitazione della matrioska russa. Dai lineamenti graziosi, le proporzioni minute ed essenziali, gli occhi grandi, scintillanti, teneri ed espressivi, le kokeshi sono anche le protagoniste assolute delle tele di Beatrice che, attratta fin da piccolissima dalla cultura orientale, ha voluto così celebrare l’estetica Kawaii, un rimando a tutto ciò che appartiene alla sfera infantile nelle sue forme ingenue ed essenziali.

Le opere

Nella sua vasta produzione dallo stile pop surrealistico, l’artista gioca con le proporzioni attribuendo alle bamboline le sembianze di amici o personaggi celebri, come Magritte e Pierrot: un tentativo di trasformare un oggetto inanimato, intriso di quella particolare forma di vulnerabilità a metà strada tra femminilità e infantilismo, in un testimone della nostra modernità, alla ricerca di un’identità perduta nell’era della globalizzazione.

In un mondo dove la bellezza è definita da canoni estetici prestabiliti che rende la dimensione sociale sempre più anonima, diventa una necessità affermarsi e trovare il coraggio delle proprie idee ma soprattutto, il coraggio di essere se stessi.

Lo sfondo bianco dei quadri di Beatrice dove svettano questi personaggi dagli occhi enormi e dagli attributi fisici in grado di conquistare al primo sguardo il pubblico con l’arma della dolcezza, sta a sottolineare questo processo di decontestualizzazione, necessario per osservare dall’esterno i colori sgargianti, l’ironia di una società ormai alla deriva e potersi riappropriare, finalmente, di una bellezza che è, in questo caso, soprattutto interiore.

“Non ho scelto una testa grande perché fosse piena di pensieri razionali, volevo che fosse piena di sogni”.

Il messaggio è chiaro: tornate a guardare il mondo con gli occhi dei bambini, perché solo così tornerete a stupirvi!

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