La schiavitù della libera informazione e la tirannia del web

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La schiavitù della libera informazione e la tirannia del web

Così come la libertà è il tema del mese di Openmag, i complessi rapporti che si intrecciano tra libertà d’informazione e oppressione da parte di fonti inattendibili  è il focus centrale della rubrica di Terzo Settore. Può la libera informazione diventare (o lo è già) schiava di notizie illusorie?

Sembra proprio il caso di dirlo, per quanto le notizie volino,  l’attività di fact cecking (verifica dei fatti, dell’informazione n.d.e.) sembra non riuscire a stare allo stesso passo con la fabbricazione di fake news. In un mondo completamente digitalizzato, dove ogni membro della comunità è un citizen journalist, diventando paradossalmente sia “produttore” che “fruitore”, l’universo delle notizie vive in uno stato di fermento costante. Questo desiderio di essere sempre “sul pezzo” provoca, come abbiamo già evidenziato per la vicenda della post verità nel terzo settore o delle ong nella vicenda migranti, un circolo vizioso di ignoranza e disinformazione dove i toni si alzano e si perde l’interesse per la verità delle vicende. Quindi, ci si chiede, la soluzione (temibile) potrebbe essere una drastica stretta sul vantaggio (eccessivo?) che concede internet ad una libera diffusione di notizie?

Il divario tra diritti alla libera informazione e insabbiamento delle notizie.

Libertà di informazione non è sempre (non è più) sinonimo di correttezza, che sia della notizia o della fonte. Nonostante ciò, c’è chi ha lottato con le unghie e con i denti per poter assicurare ad intere generazioni un diritto che a onor del vero è considerato fondamentale per l’esistenza umana. A dimostrarlo chiaramente sono gli stessi codici o dichiarazioni, come l’articolo 21 della Costituzione Italiana (“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”), o l’esistenza del gruppo per i diritti digitali Hacktivismo, fondato nel 1999, sostenitore dell’accesso all’informazione come un diritto umano primario e le cui credenze sono pienamente descritte nell’ “Hacktivismo Declaration“.

Altra questione strettamente connessa è poi quella riguardante il grado di libertà di stampa di un paese (secondo una conditio sine qua non per cui non può esistere libera informazione  senza una reale libertà di stampa, lontana da censure e corruzione). Per quanto riguarda l’Italia, quest’anno secondo la valutazione annuale di Reporters sans Frontieres, la libertà di stampa ha guadagnato 25 posizioni, passando dal drammatico 77esimo posto del 2016 al 52esimo. Tuttavia, il miglioramento è dovuto in particolare all’assoluzione di diversi giornalisti (di cui due coinvolti nel caso vatileaks) e i problemi relativi al mondo dell’informazione rimangono, sia per le minacce da parte della criminalità organizzata, sia dalle pressioni di alcuni movimenti politici.

Il caso Blue Whale tra emulazione post verità di internet.

Riguardo i pro e i contro che una libera (ma non corretta) informazione possiede, il caso “Blue Whale” è la perfetta allegoria di come alcune notizie assolutamente non filtrate dalla rete possano scatenare allarmismo ed emulazione, dando vita ad una drammatica quanto grottesca geografia del suicidio. Se infatti un tempo dominava nell’immaginario culturale comune la balena bianca con il suo bagaglio di simbologie e rimandi semantici; a oscurarle completamente la scena ci ha pensato  la cosiddetta “Blue Whale Challenge”. Questa “sfida” nasce  a maggio del 2016, quando il sito online russo d’informazione indipendente Novaya Gazeta pubblica un lungo articolo dal titolo “I gruppi della morte” a firma della giornalista Galina Mursalieva.

L’inchiesta.

Nell’inchiesta si legge che all’interno del più grande social media russo VKontakte (VK), fondato nel 2006 e con più di 350 milioni di utenti , sarebbero presenti migliaia di gruppi in cui gli adolescenti iscritti sono portati “sistematicamente e costantemente” tramite precise istruzioni e prove, verso il suicidio da “alcune persone adulte” che sfruttano il linguaggio, gli interessi e gli hobby dei giovani e la psicologia. La giornalista  sostiene inoltre che la maggior parte dei 130 suicidi tra il novembre del 2015 e l’aprile del 2016 in diverse città russe siano da collegare a questi gruppi online.

La sua ricerca, però, si era basata essenzialmente sulla testimonianze di alcune madri di adolescenti suicidatisi a breve distanza l’uno dall’altro, come Irina, che ha perso la figlia Eli di 12 anni, senza però indagare su chi si celasse davvero dietro le identità degli amministratori di questi gruppi e quanto ci fosse di vero tra il coinvolgimento di questi giovani con i gruppi presi in esame.

Per ciò che concerne i rapporti che intercorrono tra la Blue Whale e l’Italia, se il giornale “La Stampa” fa da capofila parlandone nel Giugno del 2016, a Marzo del 2017 l’argomento viene trattato a più riprese dalle maggiori testate del paese, fino ad arrivare al servizio de “Le Iene” andato in onda il 14 Maggio scorso,  che racconterebbe la storia del primo caso italiano avente per protagonista un ragazzo di Livorno suicidatosi (a detta del programma) il 4 Febbraio.

Leggende metropolitane ai tempi dei social network?

Se il servizio televisivo intitolato “Suicidarsi per gioco” de Le Iene ha avuto il “merito”, volente o nolente, di sollevare un vero e proprio polverone mediatico, scatenando oltretutto una sorta di allarmismo incontrollato nelle famiglie, l’altra faccia della medaglia, rappresentata da alcuni giornalisti come da attenti osservatori, ha deciso di non rimanere nell’ombra, mettendosi in moto per verificare l’ipotetica veridicità della fonte.

Nonostante infatti le notizie riportate da quotidiani come dai siti d’informazione parlino di circa 40 casi su cui la polizia starebbe indagando, il sito “Valigia Blu”, attraverso una ricostruzione sistematica, configura la mania Blue Whale come una vera e propria leggenda urbana, sottolineando come ad oggi non ci siano evidenze di casi di suicidio legati a questa sfida e chiarendo errori e incertezze riguardo il servizio andato in onda su Italia 1.

Dal canto suo, il giornale online “Linkiesta” pubblica un articolo che traccia la storia dei giochi suicidi, i quali risalirebbero almeno a 30 anni fa, tra cui il “chocking game”, il “blackout game” e decine di altri per privare il cervello di ossigeno.

La verità.

A rendere la situazione ancora più confusa ci ha pensato Selvaggia Lucarelli che, con un articolo su Il Fatto Quotidiano, mostra qualcosa di inaspettato sul servizio mandato in onda su Italia Uno: la Iena Viviani nell’intervista ammette che le interviste con le mamme russe che avevano appena perso i figli e i video dei suicidi sono false. Ma davanti all’accusa di aver innescato un meccanismo di emulazione con il suo servizio, Viviani sostiene “Non posso praticare l’omertà su un argomento e se ho contribuito a salvare anche una sola persona, il mio è stato un lavoro prezioso”.

Questi fatti, e altri ancora più gravi, che creano da un lato allarmismo e sovra produzione di fake news e dall’altro lato emulazione di comportamenti disadattivi, stanno facendo discutere molto sulla bontà dello strumento “internet”. Infatti, diversi  professionisti e leader stanno iniziando a pensare  una possibile soluzione nella gestione e l’uso dello strumento stesso che è il web.

Ipotesi di soluzione: la stretta censoria alla libera informazione.

“The Internet is broken”. Sono queste le parole di Evan Williams (creatore della piattaforma “Blogger” e fondatore di Twitter nel 2006) che dal New York Times riecheggiano come una formula, che ha ben poco di magico e molto di un presagio negativo riguardante la distruzione della civiltà. Secondo il fondatore di Twitter infatti la rete, e in particolare i social network, premierebbero l’estremo, dando vita ad un continuo bisogno di spettacolarizzazione che richiede la quantità piuttosto che la qualità.

Anche la Premier Britannica Teresa May, nel suo discorso riguardo il duplice attentato di Londra avvenuto lo scorso 3 Giugno, parla di nuovi accordi internazionali da prendere in funzione di una regolamentazione dell’uso di internet. Secondo il primo ministro infatti l’introduzione di regole per il cyberspazio priverebbe gli estremisti e i potenziali terroristi dal loro luogo sicuro in cui rifugiarsi e adescare nuove reclute.

La libera informazione è un privilegio voluto e conquistato duramente dalle democrazie di tutto il mondo, ma sembra che la globalizzazione della rete, paradossalmente, voglia sfruttare l’enorme potenziale insito ad un flusso ininterrotto di notizie h24, per trasformare cittadini pensanti in automi. Possibile che la tirannia di notizie manipolate provochi da parte dei governi un ritorno alle origini?

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