Cibo sostenibile o no. Sappiamo cosa mangiamo?

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Cibo sostenibile o no. Sappiamo cosa mangiamo?

Olio di palma, avocado e gamberetti. Tutti cibi buonissimi che ormai si trovano con grande facilità nelle nostre tavole ma vengono dall’altra parte del mondo. A cosa è legata la produzione di cibo sostenibile ma soprattutto non sostenibile? Mancanza di diritti ambientali e soprattutto umani.

L’olio di palma, olio vegetale ricavato dalle palme da olio, è ormai diventato famoso data la recente riflessione in atto collegata ai prodotti alimentari. Oggigiorno le aziende fanno a gara chi scrive il font più grande nella confezione dei propri prodotti “senza olio di palma” per garantirsi una sorta di etichetta di “cibo sostenibile” e attenzione alimentare.  L’attenzione su di esso si è avuta anche grazie ad un discorso sanitario sull’effetto di questo grasso particolare nella salute degli esseri umani. Purtroppo, quello che spesso non si sa è che l’olio di palma non è usato solo dall’industria alimentare ma anche nella produzione dei saponi o degli articoli da bagno, dei detersivi o dei prodotti farmaceutici.

Perché viene utilizzato così tanto?

L’olio di palma permette una conservazione ottimale dei prodotti a diverse temperature, ha tantissimi usi ed è estremamente economico. Perché? Perché è prodotto con uno sfruttamento intensivo della manodopera e uno sfruttamento intensivo dei territori, con una serie di conseguenze drammatiche sul versante della deforestazione e della biodiversità. Il caso più noto è quello degli oranghi, che da qualche anno a questa parte stanno riducendo notevolmente. Ma cosa succede nelle piantagioni dove viene prodotto l’olio di palma? Ne ha parlato Amnesty International in un’inchiesta nel 2016 dove vengono messe in evidenza tutte le conseguenze a cui la coltivazione di questo prodotto può portare.

La moda dell’avocado

L’avocado è uno dei cibi di cui si è sentito più parlare negli ultimi anni, complici i suoi numerosi effetti benefici e la facilità del suo utilizzo nelle ricette, non solo in quelle dietetiche ma anche in quelle vegetariane e vegane. Un frutto tropicale, proveniente soprattutto dal Messico, dal Cile o dal Perù che ritroviamo sulle nostre tavole molto facilmente e a prezzi decisamente contenuti rispetto all’effettivo costo di produzione.

Ma cosa c’è dietro la produzione degli avocado?

Chi coltiva gli avocado? Da dove arrivano precisamente? Stiamo parlando di un cibo sostenibile? Sono tutte domande che bisognerebbe porsi per qualsiasi tipo di cibo che ritroviamo sulle nostre tavole, soprattutto per quegli alimenti non tipicamente locali. Ebbene, per coltivare un avocado, frutto di un peso medio di 100gr, vengono usati circa duecento litri di acqua, oltre che l’utilizzo di grandi quantità di pesticidi, in quanto è un frutto soggetto all’attacco di un parassita particolare.

Le popolazioni che oggi coltivano il frutto chiamato “oro verde” si sono ritrovate ad un brusco passaggio da culture locali e tradizionali a delle monoculture intensive di solo avocado, in cui le multinazionali fanno da padrone, con delle conseguenze molto gravi sui singoli, soprattutto sull’acqua. Ci sono numerose testimonianze di attivisti che denunciano la situazione estrema in cui vivono le comunità locali dove il frutto viene coltivato, come per esempio quella rilasciata da Veronica Vilches per L’Internazionale. L’acqua scarseggia per la popolazione ma non per la coltivazione dei frutti, la cui domanda in questi ultimi anni è quasi triplicata.

Gamberi e gamberetti: pesche a strascico e allevamenti distruttivi

Un altro cibo tropicale sempre più comune sono i gamberi e i gamberetti, sempre più utilizzati nelle nostre preparazioni e provenienti soprattutto dal Bangladesh. I gamberetti spesso vengono pescati con delle reti a strascico, da cui derivano dei grandi danni per l’ecosistema, mentre, se sono allevati, gli allevamenti sono causa di grandi disastri ecologici, sia per l’inquinamento salino, sia per la durabilità di questi allevamenti che dopo un certo periodo di tempo devono essere abbandonati per essere spostati in altri territori “sani”.

Anche in questo caso c’è un diretto rapporto drammatico con i diritti umani, perché gli allevamenti sono gestiti e portati avanti con la schiavitù. I migranti di frontiera, soprattutto in Thailandia, che hanno bisogno di lavoro e di denaro, sono presi in carico dai trafficanti e venduti a prezzi molto bassi.

Cosa possiamo fare e come possiamo cambiare la situazione nel nostro piccolo quotidiano?

Assicuriamoci di conoscere la provenienza del prodotto e cerchiamo di comperare dal nostro rivenditore di fiducia, che ci assicura una provenienza a km zero e un’alta sostenibilità del prodotto. Se non riusciamo a fare a meno dell’avocado possiamo acquistarlo in alcune coltivazioni locali, come quelle della sicilia, dove sono presenti delle coltivazioni biologiche che rispettano l’ambiente e gli stessi agricoltori.

Mangiamo cibo sostenibile!

  • Compriamo frutta e verdura di stagione: mangiare le fragole a Luglio non è normale. Se si trovano al supermercato significa che provengono da paesi tropicali.
  • Consumiamo pesce pescato con metodi tradizionali e non in allevamenti.
  • Riduciamo il consumo di carne a una- due porzioni settimanali e compriamo sempre dall’allevatore di fiducia, invece che nelle grandi catene alimentari.

Cibo sostenibile o no. Sappiamo cosa mangiamo?

di Sara Mattana

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