Gruppi Telegram: ennesimo caso di violenza. Le vittime? Sempre le donne. Ridotte a oggetti, viste sempre come proprietà, mai come persone. La crudeltà non ha limiti, non conosce confini: colpisce in casa, online, nella vita quotidiana.
L’anno scorso è uscita la canzone “Labour” di Paris Paloma, cruda e diretta, che useremo come filo conduttore per raccontare questa realtà.
One, two, three /Uno, due, tre
Respira. Sei online. Il tuo corpo è ovunque. Senti gli occhi addosso della gente per strada e non capisci perché. Tu non hai fatto nulla. Eppure tutti ti hanno vista nuda, in camera da letto, in doccia. Perché tuo marito fa parte di un gruppo Telegram dove si diverte a mandare foto tue private, in momenti intimi. Le manda a un gruppo di sconosciuti. Un’infinità di sconosciuti. L’uomo da cui ti aspettavi sostegno ti ha messa in rete.
Why are you hanging on so tight /Perché ti tieni così stretto / To the rope that I’m hanging from? /Alla corda a cui sono appesa
«Vorrei far mon… la mia compagna matura da un altro, ma lei non vuole. Consigli su come forzare la mano?»
«Legala al letto bendata, vedrai poi che le piace.»
Questo è solo uno dei messaggi trovati nei diversi gruppi presenti su Telegram. Gruppi Telegram dove uomini di ogni età e genere si scambiano foto o video delle proprie mogli o compagne. Come se fossero oggetti da condividere, trofei da esporre. Entrare nei gruppi non è semplicissimo e i componenti usano parole cifrate per superare i ban. Ma una volta dentro, c’è l’imbarazzo della scelta. Gruppi divisi per categorie: “mogli”, “madri”, “suocere”, “figlie”. Sì, tutte online, tutte private della propria dignità. Anche le figlie minorenni, coloro che dovrebbero essere protette, sono state messe online da chi si definisce padre. I gruppi Telegram dedicati alla condivisione di immagini intime di donne sono una realtà inquietante e diffusa. Troppo diffusa.
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If our love died, would that be the worst thing? /Se il nostro amore morisse, sarebbe la cosa peggiore?/ For somebody I thought was my saviour/ Per qualcuno che pensavo fosse il mio salvatore
Salvatore. Colui che ti sostiene. O quantomeno: marito, compagno, amico, fratello. Quella persona che scegli e che dai per scontato ti protegga o che ti voglia bene. Ma la cronaca ci ricorda che non sempre è così. Non solo gruppi Telegram, ma realtà durissime.
Il caso di Gisèle Pelicot è emblematico: drogata e violentata per dieci anni dal marito, vittima di una routine di torture silenziose, che includeva droghe nel cibo e nell’acqua, inviti a casa di uomini diversi e riprese delle violenze. Online. Tutto online. Nessuna mente comune potrebbe immaginare che tuo marito ti trasformi in un oggetto, un sex toy da condividere. Una donna ridotta a merce, costretta a vivere un incubo quotidiano senza via di fuga.
Lei ne esce a testa alta, diventando un simbolo per la Francia e per il mondo. Non si nasconde, non si vergogna. Gisèle lotta.
Il verdetto viene letto davanti a lei e ai tre figli. “Questo processo è stato una prova molto dura”, dice Gisèle, “penso ai miei figli e ai miei nipotini, perché loro sono il futuro ed è per loro che ho condotto questa lotta”. La sentenza ha condannato 49 uomini per stupro aggravato e uno per aggressione sessuale. Dominique Pelicot, 72enne, è stato anche riconosciuto colpevole di diffusione di materiale pornografico riguardante Gisèle, la figlia e le nipoti, registrato mentre erano addormentate, nude o in biancheria intima. In aula è rimasto in silenzio.
La decisione è stata percepita come storica: Gisèle ha rinunciato all’anonimato e ha voluto un processo pubblico, scegliendo di testimoniare e mostrare le immagini delle violenze, “perché a vergognarsi devono essere loro”.
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Apologies from my tongue, and never yours /Scuse dalla mia lingua, e mai dalla tua
Sempre colpa della donna, mai dell’uomo. Troppo provocante, troppo scollata, troppo presente sui social. Commenti come “Se posti il tuo viso sui social, devi aspettartelo” sono all’ordine del giorno. Phica mostrava un mondo oscuro: donne pubbliche e private usate come strumenti sessuali senza consenso, immagini modificate e condivise online, un controllo esercitato attraverso il web. La violenza si evolve, dal fisico al digitale. Donne famose e comuni, tutte violate nella loro intimità. Dominio pubblico. La colpa? Essere visibili, essere online.
Phica.eu, forum pornografico attivo dal 2005, è stato chiuso dopo un’ondata di indignazione. Ospitava migliaia di immagini modificate di donne, tra cui figure politiche, giornalistiche e celebrità come Chiara Ferragni o Paola Cortellesi, alterate per apparire sessualmente esplicite e accompagnate da didascalie volgari. Con oltre 700.000 iscritti, violava le politiche contro lo sfruttamento sessuale. Le amministrazioni hanno dichiarato di chiuderlo “con grande rammarico” per i comportamenti tossici che avevano “danneggiato lo spirito originale”. La chiusura del sito Phica ha suscitato attenzione internazionale, ma non ha fermato la diffusione: non solo i gruppi Telegram, anche Facebook diventa luogo di condivisione e complicità. Chiude un gruppo, ne apre un altro.
Busy lapping from flowing cup and stabbing with your fork / Impegnato a sorseggiare da coppe fluenti e a trafiggere con la tua forchetta / I know you’re a smart man (I know you’re a smart man) / So che sei un uomo intelligente (So che sei un uomo intelligente)
Uomini che si credono furbi, che pensano di non essere scoperti. Chi potrebbe immaginarlo? Chi sospetterebbe che il compagno, il marito, il collega, il migliore amico possa architettare un inferno così? Questi abusi nascono nel silenzio, nell’apparente normalità. Proprio come accade nei gruppi Telegram, dove la violenza si normalizza e diventa spettacolo.
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If we had a daughter, I’d watch and could not save her / Se avessimo una figlia, guarderei e non potrei salvarla
Bambine che fanno il bagno, padri che sembrano amorevoli e poi sono lupi. Un padre fotografa la propria figlia di otto anni e la consegna a maniaci senza che nessuno sospetti nulla. Una realtà che va oltre l’immaginabile, ma che è purtroppo cronaca. 2022, Roma, un uomo di 33 anni ha filmato le violenze sulla figlia di appena due anni e ha condiviso i video con una rete di pedofili online. 2023, Milano, un altro padre è stato arrestato per aver prodotto e diffuso materiale pedopornografico della figlia, proponendo all’ex compagno rapporti con la bambina.
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So now I’ve gotta run, so I can undo this mistake / Così ora devo fuggire, e provare a disfare questo errore/ At least I’ve gotta try/ Almeno devo provarci
Denunciare. Sempre. Al primo sospetto, al primo campanello d’allarme. Denunciare è un atto di sopravvivenza e di resistenza. Il revenge porn, l’abuso digitale, lo stalking, tutte queste violenze sono reati: ignorarle o minimizzarle significa perpetuarle. Le istituzioni devono agire, le piattaforme devono rispondere, e la società deve smettere di dare la colpa alle vittime. Solo così anche i gruppi Telegram smetteranno di essere terreno fertile per la violenza.
The capillaries in my eyes are bursting / I capillari nei miei occhi stanno scoppiando
Il trauma si ripete in una comunità mennonita isolata in Bolivia. Donne narcotizzate con spray veterinario venivano stuprate nel sonno. Al risveglio, doloranti e sanguinanti, venivano accusate di inventare tutto o di essere vittime del diavolo. Colpevoli? Uomini della comunità: zii, fratelli, vicini, cugini.
Tra il 2005 e il 2009 oltre 130 donne e ragazze della colonia mennonita di Manitoba, nel dipartimento di Santa Cruz, subirono violenze sistematiche. Gli aggressori usavano spray veterinari per narcotizzarle, e quando le vittime trovavano il coraggio di parlare, venivano ignorate o accusate di allucinazioni. Solo nel 2011, con l’arresto e la condanna di otto uomini, la verità venne finalmente alla luce.
Il pastore della comunità, invece di difendere le donne, le invitava a perdonare gli aggressori, parlando di punizione divina e necessità di fede. Alcune di loro però scelsero di riunirsi in segreto, discutere e reagire, scegliendo la dignità e la giustizia al posto della rassegnazione.
Questa vicenda è stata raccontata nel libro Women Talking di Miriam Toews, che si ispira a eventi reali per dare voce a chi non l’ha mai avuta.
If our love died, would that be the worst thing?/ Se il nostro amore morisse, sarebbe la cosa peggiore?
Capita ovunque: mariti che drogano e stuprano le mogli succede più spesso di quanto si possa immaginare, eppure se ne parla pochissimo. Diventa quasi invisibile, perché le vittime non denunciano e i casi restano nascosti. In India, a Chhatarpur, una donna è stata drogata dal marito tramite i momos, i ravioli al vapore, e poi violentata da lui e da due amici. Dopo l’aggressione, è stata trovata semi-incosciente, legata e abbandonata su un’autostrada. La violenza si è protratta nel tempo: il marito pianificava le sue mosse, la costringeva a ingerire sostanze che la debilitavano, approfittando della sua incapacità di difendersi. Nessuno avrebbe sospettato nulla, eppure tutto ciò accadeva dietro le mura di una casa “sicura”. Questo è solo un caso documentato, ma centinaia, migliaia di storie simili rimangono invisibili. Dietro ogni porta chiusa, dietro ogni casa, la logica è la stessa: controllo, dominio, proprietà.
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All day, every day, therapist, mother, maid
Tutto il giorno, ogni giorno, terapista, madre, domestica
Nymph, then a virgin, nurse, then a servant
Ninfa e poi vergine, infermiera e poi serva
Just an appendage, live to attend him
Solo un’appendice, vivo per assisterlo
So that he never lifts a finger
In modo che lui non alzi mai un dito
24/7 baby machine
24-7, incubatrice
So he can live out his picket-fence dreams
Così lui può vivere il suo sogno “casalingo”
Non tutte le donne sono vittime di violenza, ma troppe lo sono.
Ogni giorno, la maggior parte delle donne subisce una qualche forma di violenza: fisica, psicologica, sessuale.
Una ricerca dell’ISTAT ha affermato che in Italia, il 13,6% delle donne (2,8 milioni) ha subito violenze da partner o ex partner; in particolare il 5,2% (855mila) dal partner attuale e il 18,9% (2 milioni) dall’ex. La maggioranza ha lasciato il partner violento: per il 41,7% la violenza è stata la causa principale della rottura, per il 26,8% un fattore importante. Il 13% subisce abusi da conoscenti: 6,3% da conoscenti, 3% da amici, 2,6% da parenti, 2,5% da colleghi.
Numeri che raccontano un sistema di oppressione diffusa, normalizzata, che non intende fermarsi. Perché finché tutto questo non verrà considerato come assurdo, folle, le cose non cambieranno. Anche per questo i gruppi Telegram o i diversi siti online non sono un dettaglio: sono un sintomo di una società che ancora permette la violenza.
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It’s not an act of love if you make her/ Non è un atto d’amore se la costringi
A cura di Elena Massaro

