Sport: sostegno o battaglie di convenienza?

Sport: sostegno o battaglie a convenienza?

Guerre, genocidi, persecuzioni, battaglie di pensiero. Il mondo degli ultimi giorni si presenta così ai nostri occhi. E lo sport, spesso tempio privilegiato per lasciare fuori tutto questo, ne è inevitabilmente colpito. Ma lo sport è a sostegno di quali battaglie? E come le sceglie?

Lo sport era (o forse avrebbe dovuto essere) un non-luogo in cui le questioni extra-sportive non entravano. Anzi, se pensiamo alle Olimpiadi antiche, queste facevano addirittura fermare le guerre, poiché dovevano essere veicolo di pace.

Eppure oggi lo sport viene spesso utilizzato come mezzo per lavare la coscienza di qualche stato o per usarlo come velo da da posare sugli occhi del mondo.

Le Guerre di “prima”

In questo momento storico le battaglie lì fuori sono tante, ma non sempre lo sport le vede. O meglio, fa finta di non vederle.

E alla luce di ciò che accade, soprattutto a Gaza, pare inevitabile chiedersi quali battaglie il mondo dello sport sostiene oggi. E quali, invece, sceglie in qualche modo di non sostenere.

Già, perché se si facesse un confronto con avvenimenti recenti come la guerra russo-ucraina, si noterebbe un doppio standard.

All’indomani dello scoppio della guerra in Ucraina, il mondo dello sport cercò di lanciare messaggi di pace attraverso atleti di entrambe le nazionalità. La scritta “pace” in quelle lingue, che è identica, viene ancora mostrata durante gli intervalli delle partite di calcio, ad esempio.

Senza dimenticare l’esclusione, da qualsiasi competizione, di tutti gli atleti russi e bielorussi, ritenuti complici, a loro modo, dell’aggressione all’Ucraina. Questo avvenne esattamente nelle settimane successive.

(Ndr, Aggiornamento del 3 ottobre. E’ notizia recente che gli atleti russi e bielorussi verranno riammessi con inno e bandiera alle prossime Olimpiadi invernali di Milano-Cortina.)

E la Guerra di “adesso”

Dal famigerato 7 ottobre sono passati circa due anni, ma nessuno ha pensato di scrivere pace in ebraico e arabo nei break delle competizioni sportive. E nessuno sembrerebbe aver pensato di escludere concretamente gli atleti israeliani da tutte le competizioni, nonostante quello che accade nella Striscia di Gaza.

“Ma la Russia è uno stato aggressore” direbbe qualcuno. Eppure la domanda che ci si pone da quasi un anno è: chi è adesso l’aggressore? Che non fa passare aiuti umanitari, che utilizza la fame come strumento di guerra e che bombarda indiscriminatamente scuole e ospedali?

Lo sport cosa ha fatto nel frattempo? Nulla. O molto poco.

Per dirne una, Israele sta giocando le qualificazioni ai mondiali di calcio e gli atleti israeliani devono giocare le loro partite casalinghe in campi neutri, per motivi di sicurezza, ospitati da Ungheria e Serbia. Quando giocano in trasferta destabilizzano i luoghi dove vanno e, diciamocela tutta, non deve essere bello nemmeno per questi ragazzi giocare con tale tensione addosso.

(Ndr Aggiornamento del 3 ottobre) Alcune voci parlavano di un’esclusione di Israele e delle sue squadre da tutte le competizioni Fifa e Uefa. La smentita è però arrivata in queste ore da Infantino in persona, in occasione del lancio di Trionda, pallone ufficiale del mondiale: “la Fifa non può risolvere i problemi geopolitici, ma può e deve promuovere il calcio in tutto il mondo sfruttandone i valori unificanti, educativi, culturali e umanitari”. Che dire, le perplessità rimangono.

Sostengo ciò che mi conviene

È questo è solo il fatto più eclatante e più recente. Se spostassimo la visuale dalle guerre ai diritti civili, ad esempio, vedremmo che anche in questo caso lo sport interviene a convenienza.

Per esempio usare Tom Daley, tuffatore britannico, per fare della buona propaganda olimpica va bene. Promuovere il fatto che è omosessuale e lavori a maglia a bordo piscina sembra un buono spot di inclusione. Quando però si tratta di dimostrare solidarietà a un atleta discriminato per essere omosessuale le federazioni spesso mettono la testa sotto la sabbia.

Perché? Perché il primo caso è virale e fa ottenere consensi. Il secondo caso –soprattutto se la fama è minore, lo sport meno conosciuto o, semplicemente, il “potere” minore- è divisivo e non posso permettermi di schierarmi apertamente. Ricordiamo la fascia arcobaleno bannata ai mondiali in Qatar per “non offendere il paese che ci ospita”?

Se guardiamo a casi che riguardano il genere o il razzismo, la storia sembra purtroppo, ancora, ripetersi in modo sempre uguale: sostenere con le parole, con il balletto che magari va virale su Tik Tok. Ma il sostegno, quello vero, tramite azioni e fatti fatica troppo spesso ad arrivare.

Per tornare all’inizio quindi lo sport dovrebbe veicolare la pace, ma è sempre più uno strumento a tratti propagandistico. E l’esempio ce lo forniscono ancora una volta l’irreprensibile FIFA e gli USA.

“La palla è mia e decido io”

Nel 2026 si giocherà il primo mondiale a 48 squadre. Una partecipazione larghissima, perché “il calcio è di tutti”, parole del presidente Gianni Infantino.

Il mondiale verrà ospitato in Canada, Messico e USA.

Gli USA di Donald Trump, un Presidente che governa praticamente da solo, attraverso gli ordini esecutivi. Tra quelli firmati, ce n’è uno che vieta alle persone con passaporto iraniano di entrare negli States e lo stesso con altre nazionalità.

Indovinate qual è stata la prima nazionale a qualificarsi al mondiale? Proprio l’Iran. Infantino dice che gli atleti iraniani giocheranno le loro partite negli altri due paesi ospitanti. Ma se per caso l’Iran arrivasse in finale? The Donald accetterebbe, in quel caso, di non farla giocare su suolo americano per la sicurezza? O forse è più probabile che invada il Canada?

La morte dello spirito sportivo

Ecco lo sport odierno: troppo spesso senza spirito, piegato al business e usato come strumento per i consensi. Uno sport che non si schiera più e non sostiene battaglie per cause importanti e moralmente giuste.

Una gabbia dorata in cui entra solo ciò che conviene. Ne esce, invece, distrutto lo spirito sportivo che sin dall’antica Grecia voleva insegnarci a batterci sul campo e poi, una volta fuori, stringerci la mano.

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