Fare impresa: Italia migliora ma resta dietro a Botswana e Tonga

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Quando si parla di economia e di impresa, siamo ormai abituati a vedere la nostra povera Italia in fondo alle classifiche e il nuovo rapporto sulla competitività stilato dalla Banca mondiale (ahi noi!) non smentisce le attese.

I parametri valutati sono sempre gli stessi: facilità di avvio di un’impresa, conseguimento dei permessi di costruzione e dei crediti necessari, registrazione di proprietà, protezione degli investitori e risoluzioni delle insolvenze.

Il verdetto parla chiaro: in Italia fare impresa è difficile, addirittura difficilissimo se si tratta di piccole e medie imprese. Eppure, rispetto allo scorso anno, si è registrato un leggero miglioramento. Secondo il rapporto “Doing Business” della Banca mondiale, l’Italia è passata dal 73esimo al 65esimo posto su 189 Paesi considerati, posizionandosi subito dopo l’isola delle Antille Santa Lucia e scavalcando Romania, Turchia, Kyrgyzstan,  Trinidad e Tobago, Repubblica Domenicana e vari altri stati.

A ben guardare il report, poi, si capisce che la risalita, seppur timida, si deve ad una serie di interventi realizzati in tre aree specifiche:

–        nei passaggi di proprietà poiché è stato eliminato l’obbligo di presentare un certificato di efficienza energetica per tutti gli immobili commerciali sprovvisti di un impianto di riscaldamento;

–        nella realizzazione dei contratti di compra-vendita, resi più veloci ed efficienti;

–        nella gestione dei fallimenti con una semplificazione della normativa che li disciplina.

Sul podio di questa speciale classifica troviamo al primo posto Singapore, seguita da Hong Kong e Nuova Zelanda. Medaglia di legno per gli Stati Uniti, stabile rispetto al 2013.

Ciò che stupisce è che per trovare il primo Paese dell’eurozona dobbiamo scorrere fino al 12esimo posto, dove troviamo a sorpresa la Finlandia. 21esimo posto per la Germania, che perde due posizioni rispetto allo scorso anno.

Tornando all’Italia, stando al report, aprire un’impresa nel nostro Paese non solo è difficile, ma è anche parecchio dispendioso. Se in Germania per le procedure di avvio si arriva a spendere poco più di 1500 euro, in Italia un imprenditore, per dare inizio alla sua attività,  deve spendere più del doppio (quasi 3500 euro). E qui si inserisce quello che ormai è diventato un ritornello fastidioso: come si fa a convincere gli imprenditori esteri ad investire nel nostro Paese se le tasse sono così alte?

I miglioramenti ci sono, ma è ancora poco, troppo poco, per la terza economia dell’Eurozona e la nona al livello mondiale. Insomma, dopo aver letto il report, resta una domanda di fondo: come è possibile che sia meglio investire (con tutti il rispetto) in  Botswana (56esimo posto) e Tonga ( 57esimo posto) piuttosto che in Italia?

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