Il dolore pazzo dell’amore. Un romanzo di Pietrangelo Buttafuoco

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L’ultima opera dello scrittore e giornalista siciliano Buttafuoco tra ricordo ed evocazione

Parlare con un pazzo, fuori di sé, per riportarlo alla ragione  o presunta tale, non serve. L’unica via per non impazzire a propria volta è ascoltare, sentire, vivere, lasciar fluire oltre

Lo stesso è per l’amore, cui bisogna credere, sempre; che attraversa la vita e della vita costituisce l’anima, fino alla partenza dell’anima stessa. “Tra la vita e la morte c’è quindi l’andare, il dover andare” .

Capita quindi che nel cammino, in un dato momento, ci si guardi indietro, e si osservi la trama della vita componendola in una melodia che è fatta dei propri ricordi intrecciati e suonati insieme alle storie di chi la propria vita l’ha attraversata. Alla musica bisogna credere, sempre, e lasciarla fluire: solo così se ne può cogliere l’essenza.

E così che anche Buttafuoco, compone ne “il Dolore Pazzo dell’amore” una teoria di canti, racconti, nei quali le visioni e gli incontri dell’infanzia narrano il quadro di un mondo mitico fatto di ninfe e preghiere, il mondo di un bambino che non tarda però ad intrecciarsi con gli echi di una storia non troppo lontana; la guerra, il terremoto del Belice, la mafia, ma anche il tempo che passa,e molto più semplicemente i parenti, carne e anima del proprio vissuto, che se ne vanno, passano oltre.

Se la magia delle leggende e dei racconti popolari, sono parte essenziale del “mito” della vita che passa, lo sono allo stesso modo le storie e i vissuti dei protagonisti, colti nell’essenza . Si può andare via, lasciare la propria terra, ma il passato rimane, è ciò che ci compone. L’eroe di El Alamein può essere  parte della propria identità esattamente come uno zio, onesto proprietario terriero con un passato di prigionia in India.
In questi quadri di anime Buttafuoco non racconta favole, né raccontini eruditi o meno di fatti, storielle, ma essenza di vita.

“Il mondo di ieri è come il silenzio che viene incontro quando si entra in una casa svuotata ormai e fatta ricordo dal destino quando il destino, appunto, porta altrove, in un viaggio, o anche nel dover andare via tutti”.

Il ricordo diventa così evocazione; è un continuo incontro di anime quello attraverso il quale si viene condotti. Sfilano così il Generale Castagna, eroe di Giarabub, ed il milite Zappalà, l’amico Turi e lo Zio Nino. Pensieri, digressioni, sostanza quasi di sogno; ogni tanto sembra di perdere il contatto con la realtà, manca la terra sotto i piedi e si viene portati a volare tra i ricordi. D’altronde alla “Verità bisogna credere, alla realtà no; ciò che  è reale può essere una menzogna, ed il micragnoso mondo delle cose è quanto di più distante dal vero”, che ci allontana dall’Illuminazione.

Spirito, Anime, si, ma con i piedi ben piantati in una Sicilia evocata senza particolare enfasi. L’identità è un vissuto e non un artificio, se ne coglie l’essenza senza bisogno di raccontarne i confini. In questa regione reale o mitica, le preghiere alla Madonna hanno la stessa sostanza delle invocazioni all’Illuminato, al Misericordioso; così non sorprende  che alla storia di profonda umanità del Sacerdote Beniamino, possa seguire una riflessione su Allah, e che la Luce che illumina il milite Zappalà sia quella di Shiva. Lo Spirito non conosce confini, ma abita profondamente ogni terra.

Come la morte, che è protagonista sottesa di molti dei cunti. È qui il vero dolore pazzo, quello a cui non vi può essere consolazione, quello dell’Amore per la vita, anche quando questa va oltre, protagonista di un eterno ritorno, che abita, ma sfugge la linearità del progresso.

“All’amore bisogna credere, sempre. Anche quando ci fa  pazzi di dolore. ( …) E’ tutto un giocare sulle montagne russe: ebbrezza e poi giù verso i dubbi, anzi la certezza di essere più che dimenticato. È una giostra conclusa”

E quindi anche alla  morte bisogna credere, sempre. La morte diventa così non  solo un artificio per raccontare la vita, ma strumento di profondità, un filo a piombo che riporta la centralità della verticalità della vita. È questa verticalità il filo conduttore dei “cunti”; la verticalità  della vita che ascende, sempre.

 In questo viaggio, lungo questo percorso  quindi “Il mondo di ieri non è ricordo, è lievito. Sano, solido e vivificante”.

È una opera molto personale quella di Buttafuoco, si sente la sostanza della propria riflessione, nella “quotidianità”  e  nella semplicità dei ricordi, ma anche nella profondità dei pensieri di corsivo, non si ostenta il gusto un po’ snob dell’erudizione  che a volte è parso di cogliere altrove. Cuore, anima  e cultura camminano paralleli, non si superano, ma vanno insieme oltre.

Vita e più vita, è negli uomini e oltre gli uomini: verticalità, ascensione, Amore ,e soprattutto Spirito.

A cui credere, sempre; perché la “Luce non è una favola”.

di Fabrizio Renna

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