Nicola Tanno, classe ’86, originario di Campobasso. Nell’estate 2010 si trasferisce a Barcellona per frequentare un master.
È l’anno dei mondiali di calcio. In finale ci vanno Spagna e Olanda. Una massa giallo-rossa segue con il fiato sospeso la gara trasmessa sui maxi-schermi. Siamo ai tempi supplementari. Iniesta segna il gol decisivo. L’arbitro fischia la fine ed in Spagna esplode la festa. “Somos campeones del mundo” grida il telecronista in tv. Anche Nicola scende in strada. Vuole fare delle riprese da pubblicare sul suo blog. In piazza ci si abbraccia e si salta dalla gioia. Ma la festa dura poco, soffocata dagli scontri con gli agenti di polizia catalana, i cosiddetti “Mossos D’Esquadra”. Nicola, da poco arrivato in Spagna, decide che forse è meglio stare alla larga e rifugiarsi da qualche parte, in attesa che gli scontri finiscano. Vede un bar e si incammina per raggiungerlo. Ed è allora che gli cambia la vita: si ritrova per terra, confuso, la mano a coprire l’occhio destro, il sangue a sporcargli i vestiti. Un poliziotto gli ha sparato, colpendolo all’occhio con un proiettile di gomma. Era l’11 luglio 2010. Da quel giorno Nicola ha intrapreso una battaglia personale per far sì che venisse vietato l’uso di quei maledetti proiettili. Sul suo blog ha promosso la petizione “ Stop bales de goma”. Ha raccolto le storie di chi come lui ha subito danni permanenti per colpa di questi proiettili. Si è battuto perché venissero aboliti e, a distanza di tre anni, ha avuto la sua vittoria.
Come ti sei sentito quando ti hanno detto che il Parlamento catalano avrebbe abolito l’uso dei proiettili di gomma?
Inizialmente sono rimasto sorpreso e stupito. Nonostante per sei mesi ci sia stata una commissione di inchiesta su questo tema, le dichiarazioni del Capo dei Mossos D’Esquadra e il Ministro degli Interni catalano andavano in senso contrario, difendendo l’uso dei proiettili di gomma. A fare da ago della bilancia è stata l’opinione pubblica. Nell’ultimo anno la questione è stata sollevata non solo qui in Cataloña, ma in tutta la Spagna. Si è creato un clima di pressione fuori dal Parlamento impossibile da ignorare, soprattutto dopo l’ennesimo episodio infortunio permanente causato dai proiettili. A farne le spese è stata Ester Quintana che esattamente un anno fa perdeva un occhio così come l’ho perso io.
Come siete riusciti ad ottenere questo risultato?
Sicuramente grazie all’associazione che abbiamo creato. Una cosa che ci tengo a sottolineare è che il problema dei proiettili di gomma non è sorto dopo il mio ferimento. I gruppi antirepressivi spagnoli già si battevano per chiederne l’abolizione ma lo facevano in maniera sporadica e disorganizzata. Ciò che abbiamo fatto attraverso Stop bolas de goma è stato quello di riunire insieme le vittime così da creare una voce unica, forte, in grado di arrivare alle istituzioni e ai mezzi di comunicazione. Tanti giornali sia locali che nazionali si sono interessati alle nostre storie e pian piano anche l’opinione pubblica si è schierata dalla nostra parte.
Al livello giudiziario, avete ottenuto qualche riconoscimento?
La battaglia in tribunale è ancora aperta. Nonostante il giudice abbia riconosciuto che a spararmi sia stato un agente di polizia, il processo è stato archiviato perché il poliziotto che mi ha ferito non è stato identificato. Dovrebbero darmi un risarcimento ma per me non è abbastanza.. Voglio ottenere giustizia per me e per coloro che hanno subito infortuni gravi per via dei proiettili.. Voglio che i responsabili non rimangano impuniti.
In questi anni che risposte hai ricevuto dai diplomatici italiani presenti lì a Barcellona?
Dopo l’incidente, sono stato 3 settimane in ospedale. Il mio caso era apparso sui giornali sia locali che nazionali, eppure dal Consolato non ho ricevuto nessuna forma di solidarietà. I diversi incontri avuti col console li ho richiesti io, mostrandogli sempre il materiale raccolto per cercare di evitare l’archiviazione del caso, ma anche da questo punto di vista non ho ottenuto grandi risposte. La delusione è aumentata quando nel maggio 2012, durante lo sciopero generale, anche altri due italiani furono colpiti dai proiettili di gomma perdendo a loro volta un occhio. A quel punto pensai che dal Consolato sarebbero intervenuti almeno con una nota o una segnalazione. Il loro silenzio, anche in quel caso, mi ha fatto capire che non erano degli alleati su cui potevo contare per portare avanti la mia battaglia… Mi rendo conto che ci sono delle relazioni diplomatiche da rispettare e non chiedo certo che vengano messe in discussione, ma avrei apprezzato anche un piccolo gesto di solidarietà, se non altro dal punto di vista umano.
In Italia, dopo la guerriglia urbana scoppiata durante una manifestazione nell’ottobre 2012, si è tornato a discutere dell’inserimento dei codici di identificazione sui caschi delle forze dell’ordine, così come stabilito da una direttiva europea. Credi siano utili?
Io credo che i codici di identificazione siano un atto di civiltà. Ho sentito poliziotti dichiararsi contrari perché se identificabili avrebbero paura di agire. Ma se fai “solo” il tuo lavoro non vedo di cosa devi avere paura. Purtroppo in Italia il dibattito nasce ogni qual volta succedono episodi di violenza per morire subito il giorno dopo. Quello che ho visto sia qui in Spagna che in Italia è un forte corporativismo all’interno delle forze dell’ordine. C’è la tendenza a coprirsi le spalle gli uni con gli altri, senza mai prendersi le responsabilità di quello che succede, soprattutto quando si abusa del potere che si ha. Ecco: se il ragionamento è questo, allora i codici di identificazione sono più che necessari.
Leggendo le tue interviste, ho come l’impressione che tu abbia vinto una battaglia ma non la guerra. Speri di ottenere altri risultati?
Io non la vedo come una guerra, ma più come un processo. Il problema non sono solo i proiettili di gomma ma è il modo in cui viene gestito l’intero sistema che ruota attorno all’ordine pubblico. Per esempio il fatto che vengano abbassati i criteri psico-attitudinali per far sì che molti ragazzi siano arruolabili e vengano tolti al mondo della disoccupazione, alla fine è un sistema che ti si ritorce contro. Mandare dei ragazzini di 20anni privi di esperienza, con poca preparazione e mentalmente instabili, a gestire situazioni critiche come le manifestazioni o i problemi di disordine pubblico fa sì che accadano episodi come quello capitato a me. Non faccio di tutta l’erba un fascio. Sono sicuro che all’interno delle forze dell’ordine c’è una parte democratica, che lavora per il bene dei cittadini, ma è debole e molto spesso rimane muta.
Ritornando a quello che ti è successo, hai ricevuto delle scuse?
Il paradosso di questa vicenda è proprio questo: il Parlamento, dopo aver istituito una Commissione di studio che ha indagato sull’uso dei proiettili di gomma, non solo ha deciso di abolire queste armi, ma è arrivato a chiederci scusa attraverso diversi deputati riconoscendoci come delle vittime a tutti gli effetti. Purtroppo lo stesso riconoscimento non è avvenuto in sede giudiziaria, dove il processo non è nemmeno partito perché fisicamente non esiste un indagato. Per la polizia la colpa è da imputare al disordine urbano e non a qualche poliziotto che ha abusato dell’arma che teneva in mano.

