Rogo di Primavalle

Roma, 16 aprile 1973. Via Bernardo da Bibbiena, quartiere di Primavalle, periferia nord-ovest. In un caseggiato popolare, pochi minuti dopo le 3 del mattino, una tanica di benzina versata sotto la porta d’ingresso fa divampare un incendio nell’appartamento di Mario Mattei, segretario della sezione “Giarabub” del Movimento Sociale Italiano di Via Domenico Svampa.

Mattei, la moglie Annamaria e quattro dei loro sei figli riescono fortunosamente a mettersi in salvo. Non c’è scampo per Virgilio, 22 anni, e Stefano, che ne ha solo 8. Muoiono carbonizzati alla finestra, alle 3.37, mentre la folla e i primi soccorritori gli gridano disperatamente di saltare giù.

Il pm Domenico Sica incrimina per il delitto tre militanti di Potere Operaio, organizzazione della sinistra extra-parlamentare: Marino Clavo, 33 anni, Manlio Grillo, 26, Achille Lollo, 22. Quest’ultimo sarà l’unico ad essere presente al processo. Gli altri due sono già latitanti.

Dopo decenni, emergerà che la colpevolezza dei tre, negli ambienti del’estrema sinistra, è nota a tutti praticamente da subito. Nonostante questo, come sempre accade nei delitti contro attivisti di destra, viene montata una colossale e martellante campagna innocentista, con l’adesione dei vertici della politica, della cultura, del giornalismo, dello spettacolo, del mondo forense. Viene sostenuta unanimemente la tesi della “faida interna al MSI”. Nel collegio difensivo entra Umberto Terracini, senatore comunista ed ex-Presidente dell’Assemblea Costituente.

In primo grado, nel 1975, i tre vengono assolti per insufficienza di prove. Lollo viene scarcerato e ne approfitta per fuggire all’estero anche lui. Dapprima in Svizzera, poi in Angola, infine in Brasile. In appello nel 1981 il processo viene annullato ma viene dichiarato valido nel 1984 dalla Cassazione, che ordina un nuovo processo d’appello. Nel secondo appello, nel 1986, Clavo, Grillo e Lollo, ormai tutti latitanti, vengono condannati per omicidio preterintenzionale e incendio colposo a 18 anni di carcere, confermati in Cassazione nel 1987.

Nel 2005, una volta intervenuta la prescrizione, Achille Lollo, dal Brasile, senza più nulla da temere dalla legge italiana, rilascia una clamorosa intervista al Corriere della Sera. Dichiara che l’attentato, che doveva essere solo, dice, “un’azione dimostrativa” senza volontà di uccidere, era stato organizzato da sei persone. Oltre ai tre già noti, altri tre membri di PotOp: Paolo Gaeta, Elisabetta Lecco e Diana Perrone (che morirà il 9 maggio 2013, nipote dell’ex-editore del quotidiano “Il Messaggero”), che vengono indagati per strage. Nel gennaio 2011 Achille Lollo rientra brevemente a Roma, per confermare le sue dichiarazioni alla magistratura.

 

 

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