Mario Brega e Guido Nicheli: gli ambasciatori degli anni ’80 in rete

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Attori e uomini molto diversi tra loro, Mario Brega e Guido Nicheli si “ritrovano” e vivono una nuova carriera sul web

Youtube, i motori di ricerca, le suonerie degli smartphone, gli schermi dei tablet. Ai loro tempi questi oggetti potevano essere forse a stento immaginati, eppure oggi ne sono dominatori incontrastati. Le battute, i monologhi, le foto di Mario Brega e Guido Nicheli spadroneggiano ovunque nella rete, facendo ridere anche chi, all’epoca dei loro film, non era nato. Molti comici, veri o presunti, oggi confondono l’umorismo con il tormentone. Il comico diventa così un pappagallo che ripete la stessa frase all’infinito, trasformandola in un tic. Gli esempi sono innumerevoli.

In questo quadro, i due caratteristi di vecchia scuola, maschere ineguagliabili di tanti film (non sempre eccelsi) che d’estate tornano sugli schermi televisivi, in comune hanno avuto la capacità di spiazzare continuamente lo spettatore. Ciascuno nella propria “lingua”, sono stati capaci di inventare continuamente battute, espressioni, funambolismi verbali sempre nuovi e di sicuro effetto comico.

Mario_BregaNato a Roma nel 1923, Mario Brega inizia ad essere utilizzato a Cinecittà come caratterista. Diventa quasi subito un emblema del cinema d’autore. Lavora con Dino Risi, Nanni Loy, Duccio Tessari e tanti altri, fino al provvidenziale incontro con Sergio Leone, di cui si auto-proclama assistente e segretario particolare. Il regista ovviamente va a nozze con un tipo così incisivo sullo schermo. Lo trasforma in un marchio di fabbrica dei suoi film, giocando spesso con il personaggio. In “Per un pugno di dollari” e “Per qualche dollaro in più”, Brega ha una cicatrice sull’occhio destro, ne “Il buono, il brutto, il cattivo” invece è sul sinistro, quasi ad anticipare la celebre gag di “Frankenstein Junior” in cui la gobba di Marty Feldman si sposta continuamente. L’attore di Trastevere fa parte dell’eredità artistica che Leone passa all’allievo prediletto.

In quella lunga galleria di figure paterne che è il cinema di Carlo Verdone, Brega è un capostipite inimitabile. In “Un sacco bello” costruisce il memorabile personaggio del padre del capellone indolente Ruggero, “comunista così” con Mercedes, cameriera, amico sacerdote, casa e aspirazioni ultra-borghesi. Una delle tante, nitide e perfette istantanee di Verdone sull’Italia degli albeggianti anni ’80.

In tutta la sua filmografia Brega, con i suoi toni laceranti, sempre sopra le righe, il suo gesticolare largo, le sue battute minacciose da brigante ottocentesco, costruisce una caricatura permanente dello stile di Belli, Trilussa, Petrolini. Diventa lo stereotipo perfetto di una certa romanità generosa ma insofferente, capace di mettersi a piangere di rabbia e di esplodere subito dopo in una risata assordante.

Guido Nicheli, Dogui per gli amici, Nasce a Bergamo nel 1934. Vive in una Milano in grande fermento non solo economico, ma anche artistico. L’Italia legge i gialli di Giorgio Scerbanenco, vede in tv i quiz rapidi, spartani e rigorosi di Mike Bongiorno e ammira sul grande schermo la Torre Velasca, location di una delle più importanti commedie degli anni ’50-’60, “Il vedovo”, interpretato sì da Alberto Sordi, ma affiancato da uno dei volti della “milanesità” per eccellenza: Franca Valeri, creatrice incontrastata di quell’umorismo meneghino a base di scorciatoie verbali ed efficientismo esasperato.

guido nicheliNon è il caso di fare paragoni, ma Dogui si inserisce in quella scia. Da buon lombardo, prima si garantisce un’occupazione: odontotecnico. Frequenta il celebre locale Derby, il tempio della comicità milanese, dove fa la conoscenza di tutti i big del cabaret del momento. Nel 1975, Steno lo fa esordire al cinema con “Il padrone e l’operaio”, protagonista Renato Pozzetto. Da allora, decine di film lo immortalano nel ruolo dell’industriale nordista tutto inglesismi e ordini impartiti a destra e a sinistra, ma soprattutto capace di acrobazie verbali di grande comicità. E’ la tv a regalargli il ruolo più famoso, quello del commendator Zampetti, ne “I ragazzi della 3° c”, uno dei fenomeni televisivi degli anni ’80, che inchioda milioni di telespettatori su Italia 1 ogni settimana. Nella prima stagione fiero interista, verrà convertito ai colori rossoneri dopo l’annessione del Milan all’impero Fininvest. A parte questi dettagli, “il Zampetti”, si produce in battute esilaranti, soprattutto nei duetti con il suo domestico di colore Isaac George.

Gli anni ’80 sono una stagione gloriosa dal punto di vista commerciale ma con limiti precisi dal punto di vista strettamente cinematografico. Uno su tutti: il cinema in quegli anni rinuncia completamente alla scrittura. Non esistono più copioni, solo sketch messi in fila e interpretati dai comici più in voga del momento, sotto la supervisione di registi e produttori impazienti di passare all’incasso (che non si fa mai attendere). Ma le presenze dei nostri eroi riescono sempre a imporsi sullo schermo, anche in pellicole dal fiato corto, come quella in cui compaiono insieme, “Montecarlo Gran Casinò” (1987) di Carlo Vanzina.

Lo scorso 23 luglio è stato il ventesimo anniversario della scomparsa di Mario Brega. Il giorno successivo, il 24 luglio, “Dogui”, deceduto nel 2007, avrebbe compiuto 80 anni. Eppure i loro sketch ce li riconsegnano un’infinità di volte ogni giorno, vivissimi.

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