“L’appartamento – sold out” al Teatro Roma

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l'appartamento a teatro

Un’opera fresca  di Francesco Apolloni  in scena  fino al 25 gennaio che affronta con sapiente ironia l’emergenza abitativa,  l’integrazione e il razzismo, la convivenza e la guerra fra poveri, la disoccupazione

Esistono testi teatrali così forti e densi che, anche dopo la calata del sipario sui personaggi, ti continuano a parlare e tu non puoi far altro che assecondare (assaporando) i sentieri più o meno tortuosi della mente. Rimugini su quanto hai visto in scena, sui messaggi più o meno latenti che sei riuscito a cogliere durante la rappresentazione e sulla bravura degli attori che, anche per un solo istante, ti hanno fatto dimenticare tutto il mondo intorno a te. E intanto un sorriso ti si dipinge sul volto. Un sorriso tanto amaro quanto lo è stata quella particolare illusione scenica che ti ha inghiottito.

Non si sottrae a queste logiche la fresca opera di Francesco Apolloni “L’appartamento-sold out” in scena al Teatro Roma fino al 25 gennaio. Un’opera che affronta con lucidità e intelligenza alcune tematiche scomode di questa nostra contemporaneità, ma con il taglio distintivo della commedia. Di quella commedia italiana, regina indiscussa negli anni ’50 e ’60, da me tanto amata e stimata perché dietro ogni battuta, dietro ogni lazzo o risata fugace, si celava la disperazione, l’abisso esistenziale e il profondo disagio sociale.

L’emergenza alloggi e la trappola indiscriminata delle case popolari, l’integrazione e il razzismo, la truffa e il raggiro, la convivenza e la guerra fra poveri, la disoccupazione. Un meeting pot sostanzioso e impegnativo che Vanessa Gasbarri ha saputo trattare senza malizia e alleggerire garbatamente grazie a un’impostazione drammaturgica fluida, vivace e movimentata. Il ricorso alla musica, scritta per altro da uno degli attori (Jonis Bascir), al sapiente gioco delle luci di scena, ai bui e alla quasi incessante entrata/uscita dei personaggi creano il giusto ritmo che scandisce dinamicamente il passare dei giorni nell’ appartamento.

L’appartamento…È qui che si incontrano inconsapevolmente tre coppie di origini e religioni differenti: una italiana, una marocchina e un’altra indiana. Ognuna con il proprio bagaglio di delusione e disperazione, ognuna accecata dalle proprie tradizioni e credenze. In comune si spartiscono soltanto la rabbia per essere stati truffati pagando migliaia di euro per un alloggio popolare che si ritroveranno invece a spartire. Una coesistenza difficile, dura, che ci spinge a chiederci: come è possibile coesistere pacificamente all’interno delle quattro mura domestiche se non siamo in grado di accettare le altrui diversità in contesti più vasti? E il pensiero corre velocemente ai fatti di cronaca stretta, come è il caso dei disordini scoppiati lo scorso novembre a Tor Sapienza a Roma.

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Eppure, dopo essersi spartiti il territorio “democraticamente” e aver vanamente messo in campo le proprie strategie per scoraggiare gli altri e spingerli ad abbandonare l’appartamento, i sei personaggi raggiungeranno equilibrio e armonia, seppur precari perché minati dalle insofferenze personali. Ma la situazione precipiterà con l’arrivo del vero proprietario di casa, dato per morto dall’agente immobiliare interessato solo a concludere lucrosi affari.

Lo spettacolo, soprattutto nel secondo tempo, è infarcito di temi e spunti di riflessione che rallentano inevitabilmente l’azione scenica. Ma questo non ci disturba perché è il momento in cui il testo di Apolloni gira il coltello nelle lacerazioni generate dalla storia, forzando la mano per evidenziare la precarietà e l’assurdità dei rispettivi preconcetti. Assurdità che apre la strada all’intolleranza.

La narrazione tocca il suo momento più alto con l’accorato monologo del proprietario di casa Gioacchino Stasi, interpretato magistralmente da Enzo Casertano. È un discorso pungente, rabbiosamente disilluso che gela lo spettatore in due precisi passaggi: “Noi viviamo come statue di gesso, senza una coscienza” e “La vita è oggi. Non hanno senso i non farò, i vorrei fare…”. È l’assunzione delle proprie responsabilità, un atteggiamento di cui oggi siamo privi perché la colpa ricade sempre su un altro o sulla generale sfortuna. A rinfacciarcelo è, in un altro passaggio dello spettacolo, l’italiano Antonio Conte (altra brillante prova dell’attore pugliese), xenofobo e cinico: “Se non fosse stato per il raffreddore, sarei potuto diventare un calciatore”. Perché, per lui, è il calcio che salverà il mondo.

“L’appartamento” è una commedia corale che trae tutta la sua forza anche dalle brillanti prove attirati dei suoi interpreti e dall’affiatamento che i sette sono riusciti a costruire. La recitazione di veterani come Antonio Conte, Gabriella Silvestri (eccezionale nella sua parte di donna spregiudicata alla Sun Tzu), Enzo Casertano e Jonis Bascir (con cui ho avuto la fortuna di lavorare in una radio romana) è stata impreziosita dalla simpatica partecipazione di Rishad Noorani e Marine Galstyan. Tra loro si inserisce l’ottima performance di Alida Sacoor che ci auguriamo di vedere presto in altri lavori.

 

 

 

 

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