Joel e Ethan Coen: i tuttofare del cinema indipendente

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Comicità, paura, splatter. Trent’anni fa, l’esordio degli autori de “Il grande Lebowski” e “Non è un paese per vecchi”

Un anno da ricordare per i fratelli Coen, il 2014. “Fargo”, film simbolo di Joel e Ethan del 1996, diventa una serie tv di grande successo, sbarcata da noi a dicembre su Sky. Il film vanta due Oscar: migliore sceneggiatura originale ai due e miglior attrice protagonista a Frances McDormand, nel ruolo della poliziotta a fine gravidanza che indaga senza sosta su un torbido caso di rapimenti e omicidi. Anche l’attrice, sposata con Joel dal 1984, è ora sugli schermi di Sky con la miniserie “Olive Kitteridge”. Questo mese, i fratelli del Minnesota festeggiano tre decenni dietro la macchina da presa.

“Blood Simple – Sangue facile” esce nelle sale il 18 gennaio 1985, dopo una produzione molto difficile. Un losco individuo ordina l’omicidio della moglie che lo ha tradito. La trama è un pretesto per stravolgere in chiave grottesca tutti i luoghi comuni del thriller. A cominciare da una vittima predestinata (McDormand) che sembra non spaventarsi realmente di nulla. Un noir a basso costo, ambientato nella profonda provincia texana, con un finale rubato allo splatter che sembra la parodia di “Shining”. Risalta da subito quel registro narrativo acido e surreale che sarà il marchio di fabbrica dei Coen.

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Il film piace al pubblico, vince il Gran Premio della Giuria al Sundance Festival e lancia i due astri nascenti del cinema indipendente. Per tutta la loro carriera coniugheranno l’occhio cinematografico nitido e glaciale di Kubrick con la comicità distruttiva dei fratelli Marx, la geometria ineluttabile e disperata del Woody Allen drammatico con la vocazione bergmaniana a scandagliare il caos della vita.

Da sempre Joel e Ethan chiedono di essere considerati e valutati come un autore unico. Generalmente, nei titoli di testa, il primo risulta regista, il secondo produttore ed entrambi sceneggiatori. Eppure il valore aggiunto del loro cinema viene garantito dalla sua inesorabile bipolarità. Un dualismo che unisce l’amore per il cinema di genere con la divagazione intellettuale e, in alcuni casi, teologica. Non può essere un caso che Joel sia laureato in cinematografia e Ethan in filosofia. I loro non sono film “d’essai”. Sono noir, commedie, western, spy-stories, le cui regole narrative vengono sempre demolite dall’interno. Buoni o assassini, odiosi o simpatici, onesti o farabutti, i loro personaggi sono in balia di una sorte indifferente, forse decisa da una volontà superiore, o forse no. Colossali imbrogli che nessuno conoscerà mai, piani geniali architettati o sventati dal caso, vita o morte, salvezza o dannazione, niente è deciso. E chi sopravvive non ha quasi mai la consapevolezza necessaria per apprezzarlo.

Joel e Ethan Coen nascono a Minneapolis, rispettivamente il 29 novembre 1954 e il 21 settembre 1957. I genitori, entrambi docenti universitari, impartiscono ai figli una rigorosa educazione ebraica. Fin dall’adolescenza i due si appassionano al cinema. Con una macchina da presa usata si dilettano a rifare scene dei vecchi film che vedono continuamente in tv. A scuola, e più tardi all’università, vivono immersi nella controcultura “beat” e nella contestazione nascente. Un cortocircuito tra modernità e tradizione che racconteranno nel più autobiografico dei loro film, “A serious man” (2009), in cui una famiglia ebraica degli anni ’60, e il suo “patriarca” in particolare, vede il proprio stile di vita messo a dura prova dal cambiamento dei tempi, moti studenteschi, droga, rivoluzione sessuale, accorgendosi di non avere più certezze e, forse, di non averne mai avute.

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A New York, nel 1980, i Coen conoscono un giovane autore di cortometraggi che li coinvolge nella lavorazione di uno strampalatissimo horror. Budget all’osso come sempre e riprese che si stoppano in continuazione. Joel è accreditato come assistente montatore. “La casa” di Sam Raimi esce miracolosamente nel 1982 e diventa un cult, ottenendo il pubblico plauso di Stephen King. La via della regia è aperta.

Dopo “Blood Simple”, la coppia vira sulla commedia. “Arizona Junior”, esilarante, con alcuni momenti slapstick, mantiene l’ambientazione proletaria e la disarmante amoralità del film precedente, con una coppia innamoratissima, il pregiudicato Nicolas Cage la poliziotta Holly Hunter che, non potendo avere figli, decide di rubare uno dei cinque gemelli neonati di due ricconi della zona.

“Crocevia della morte” (1990) si inserisce nel filone gangsteristico che ha trovato nuova linfa alla fine degli anni’80, riprendendo soprattutto il tema dello scontro tra mafie che si fa anche scontro razziale, mostrato da Michael Cimino ne “L’anno del dragone”. “Barton Fink” (1991), tuttora il più cupo e “demoniaco” della coppia, sembra rifarsi al sottogenere satanico-slasher, ammiccando a titoli come “Angel Heart – Ascensore per l’inferno” di Alan Parker o al primo Abel Ferrara.

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Con i primi film si cementa intorno ai Coen un gruppo di attori-simbolo. Oltre a Frances, John Turturro, Steve Buscemi, John Goodman, cui si aggiungerà, più tardi, George Clooney, con “Fratello, dove sei?”, un’Odissea omerica ambientata nel Mississippi della Grande depressione.

Quando si dice il destino. Quella che dovrebbe essere la loro prima grande produzione è un clamoroso fiasco. “Mr. Hula-hop” (1994), 30 milioni di dollari di budget, è una pellicola totalmente priva di mordente, che riprende invano l’estetica fumettistica di quel periodo, in stile “Dick Tracy” o “Brenda Starr”.

Joel e Ethan tornano al successo con “Fargo”, thriller low budget ambientato nel loro Minnesota coperto di neve e contaminato dalla tendenza pulp del momento. Il personaggio di Steve Buscemi sembra essere di tutta evidenza un Mr. Pink miracolosamente scampato all’arresto nel finale de “Le iene” di Tarantino.

Il secolo si chiude con il film più virale dei Coen, quello che porta il loro nome nell’era di internet. “Il grande Lebowski” (1998) da due decenni è omaggiato incessantemente dalla “fan art”; fa nascere gruppi di social network e flash-mob; genera quantità incalcolabili di clip, video, teaser, trailer, gadget, magliette, tazze, merchandising vario; arruola citazionisti in servizio permanente sui pc di tutto il globo.

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Se negli anni ’70 il contestatore voleva essere avanguardia, nei bellicosi anni ’90 bush-clintoniani è irrimediabilmente fuori dal tempo. Il “Dude” Lebowski di Jeff Bridges (Drugo, nella versione italiana) è così ma non se ne cura affatto. E la sua monumentale indolenza viene scambiata per astuzia diabolica.

Sono personaggi in distonia con i loro tempi anche il professore-rapinatore Tom Hanks di “Ladykillers” (2004), remake dell’omonimo film del 1955; l’anziano sceriffo de “Il Grinta” (2010), ancora Jeff Bridges, in un ruolo che fu di John Wayne; i protagonisti di “Burn after reading” (2008), Brad Pitt, John Malkovich, George Clooney, apologo comico-spionistico sulle paranoie di un’America disperatamente bisognosa di nemici da combattere; lo stanco Tommy Lee Jones di “Non è un paese per vecchi” (2007), anziano uomo di legge che non riconosce più la patria a cui ha dedicato la vita. È quest’ultimo film, tratto dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy, a vincere quattro Oscar e a dare definitivamente al duo un posto nel cinema che conta.

Con la loro ultima fatica, “A proposito di Davis” (2012), Joel e Ethan hanno imboccato nuovamente la via del film esistenzialista con molte domande inevase. Chi non ama alzarsi dalla poltrona senza aver avuto tutte le spiegazioni e con la sensazione che non tutti i pezzi siano andati a posto, non è uno spettatore fatto per i fratelli Coen. Nel mondo reale ci sono poche risposte, nel loro cinema è lo stesso.

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