“Spirit of Scotland”, il Whisky conquista Roma

Numeri in aumento per la kermesse organizzata dalla coppia Fofi-Rennie. All’edizione 2015 aumentano espositori e visitatori con le giovani generazioni in prima fila. Scopriamo insieme ai protagonisti la storia dell’amato liquore scozzese

L’Italia si è scoperta amante del Whisky. Nei tre giorni dello “Spirit of Scotland”, il Festival dedicato al celebre liquore scozzese, oltre tremila appassionati e cultori hanno affollato i duemila metri quadrati del Salone delle Fontane a Roma. Il Belpaese non è, dunque, solo la terra di vino e birra – con quest’ultima che sta vivendo un nuovo periodo d’oro grazie alle artigianali – ma dimostra una certa sensibilità verso altre culture.

La prova evidente è in questo piccolo grande festival dedicato al Whisky. In quattro edizioni gli organizzatori Andrea Fofi, Rachel Rennie, Emiliano Capobianco, Andrea Franco e Giuseppe Perrone hanno visto crescere l’appeal verso visitatori ed espositori, quest’anno giunti in forza da ogni angolo del pianeta. Infatti, tra gli 80 brand – all’edizione 2014 erano 40 – vi erano produttori di Taiwan, India e Giappone, solamente per citarne alcuni. E proprio un’etichetta giapponese è risultata essere il miglior Whisky del mondo, scalzando le rivali scozzesi. Lo storico verdetto è stato emanato dalla World Whisky Bible (nome alquanto evocativo e profetico) che ha incoronato il Suntory Yamazaki Single Malt Sherry Cask 2013. Insomma, è come se un giorno un vino italiano o francese scoprisse di non essere più all’altezza di uno cinese. Miti in frantumi ma tutto è, ovviamente, possibile.

L’edizione 2015 ha segnato per Spirit of Scotland un cambio di passo anche a livello organizzativo. L’asticella si è infatti alzata e la coppia Fofi-Rennie hanno risposto presentando un festival rinnovato nel format oltre che nella location. La programmazione è stata più ricca di eventi, degustazioni libere (oltre duemila etichette esposte), masterclass, seminari sulla mixology, incontri affidati a esperti del settore con l’obiettivo di creare appuntamenti ad alto contenuto di “single malt”. E non solo. Perché allo Spirit of Scotland è stato dato spazio all’intrattenimento musicale con ensamble jazz dal vivo.

Ma la vera grande novità di questa manifestazione italiana è il “Collector corner”, uno spazio dedicato a quelle bottiglie di Whisky che ne hanno segnato la storia. Etichette leggendarie e sapori senza tempo da degustare lentamente, sorso dopo sorso, in un’esplosione di aromi e caratteri.

Per noi, che per la prima volta ci siamo affacciati al mondo dell’amato liquore di origine scozzese, l’appuntamento capitolino ha rappresentato l’occasione per capire come sia sbagliato confinare la degustazione o la bevuta del Whisky esclusivamente dopo i pasti. Ogni bottiglia, ogni lavorazione ha in sé diversi gusti da far esplodere nel palato, come ci ha spiegato Rachel Rennie.

Responsabile del prestigioso “Collector corner”, dove è stato ricreato un ambiente intimo e familiare in perfetto stile “scottish”, è stato uno dei guru nel mondo del Whisky: Salvatore Mannino, brand ambassador della Maison du Whisky, oggi punto di riferimento in Francia e in Europa per chi ama il distillato. E proprio alla Maison si deve la prima fiera dedicata al Whisky che oggi, dopo dieci anni, è diventato il principale appuntamento mondiale.

Ma cosa si cela dietro l’intramontabile fascino del Whisky? Sicuramente la storia, la cultura e la tradizione centenaria che si uniscono in un amalgama perfetto. Perché, quando si conversa con chi ha deciso di dedicarsi anima e corpo a questo distillato, emergono con forza alcune qualità condivise: amore per la propria terra (evidente, per esempio, nella lavorazione dei torbati), dedizione ed estrema cura nella lavorazione, attaccamento alle radici e alle tradizioni familiari, ma, soprattutto, tanta passione.

“Dimmi quello che bevi e quello che mangi e io capirò meglio il tuo popolo”. Ne è convinto Salvatore Mannino il quale sottolinea poi come dietro alla storia del Whisky si celino patrimonio ed eredità di un intero popolo. “Il whisky è la storia di gente che distillava non per bere ma per non buttar via il raccolto sovrabbondante dell’orzo”. Quindi, per conservarlo, veniva distillato. “Dopo aver scoperto che era anche buono da bere, avevano iniziato anche a venderlo clandestinamente”.

Pur evolvendosi le tecniche, la lavorazione del Whisky rimane legata al passato, all’oralità che, di bocca in bocca, ne tramandava la cultura. Perché, alla fine, pensateci un attimo: il Whisky ricorda a ogni sorso i sapori della terra di provenienza a cui è legato intimamente; è da essa che prende il carattere e il gusto. E nella fase di invecchiamento i produttori lasciano il proprio amore e le proprie speranze racchiuse in quel liquido che forse non potranno mai bere ma con cui delizieranno i palati delle generazioni future.

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