5 maggio: Garibaldi e la Spedizione dei Mille

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5_Maggio_1860 Garibaldi e la spedizione dei mille

La notte di 155 anni fa partiva la Spedizione dei Mille. Alla guida di Giuseppe Garibaldi, cominciava, così, il viaggio verso l’unificazione nazionale

Quarto 1860. Era la notte tra il cinque e il sei maggio, quando un migliaio di volontari, comandati da Giuseppe Garibaldi,  partì alla volta della Sicilia. Erano 1084 gli uomini che salparono dalle coste liguri a bordo di due piroscafi, il Piemonte e il Lombardo, messi a disposizione dal Regno di Sardegna. Obiettivo della spedizione: porre fine al governo dei Borboni nel  Regno delle Due Sicilie, delimitato a nord dallo Stato Pontificio. Ricorre oggi l’episodio cruciale del Risorgimento, passato alla storia come Spedizione dei Mille.

Generale e scrittore italiano, Giuseppe Garibaldi diede un contributo determinante all’unificazione italiana. Duce, nell’accezione latina del termine, il condottiero condivise col generale francese La Fayette il soprannome di eroe dei due mondi per le imprese militari compiute sia in Europa che nel continente americano.

Dopo le soste per rifornimenti a Talamone e Porto Santo Stefano, l’11 maggio i democratici-repubblicani approdarono finalmente a Marsala, in Sicilia. Dopo lo sbarco, i garibaldini si mossero rapidamente nell’entroterra, contando sull’entusiasmo di contadini e braccianti che speravano in una riforma agraria che eliminasse soprusi e ingiustizie. Presto disillusi, a Salemi il generale assunse la dittatura in nome di Vittorio Emanuele II. La fortuna arrise alle camicie rosse che sconfissero l’esercito borbonico a Calatafimi.

“Qui si fa l’Italia o si muore”. Queste le parole del patriota Garibaldi alla vigilia dell’occupazione di Palermo, capitale del Regno delle Due Sicilie. Ė a questo punto che Francesco II di Borbone, giovane e inesperto monarca, promise l’autonomia all’isola e una Costituzione a Napoli. Ma la fame di successo dei garibaldini non conobbe tregua, in un susseguirsi di vittorie che li portarono ad attraversare lo stretto proseguendo, senza ostacoli ,verso la città partenopea.

La derivante mancanza di prestigio del Regno Sabaudo a fronte dell’impresa garibaldina, costrinse il conte di Cavour a scegliere l’intervento regio. Più volte aveva cercato di ostacolare la spedizione. Garibaldi era per lui fonte di preoccupazione. Infatti, se le sue truppe fossero arrivate a Roma, si sarebbero inaspriti i rapporti con i francesi, obbligati, per ragioni di politica interna, a difendere il Papa.

Era arrivato, dunque, il momento d’intervenire. Sconfitto l’esercito pontificio a Castelfidardo, Vittorio Emanuele II avanzò con il suo esercito annettendo Umbria e Marche. Il 26 ottobre il Re incontrò Garibaldi a Teano ponendo fine alla spedizione e assicurando il Regno delle Due Sicilie alla dinastia sabauda.

Deluso dalla mancata inclusione delle camicie rosse nell’esercito regolare, Garibaldi si ritirò in esilio nell’isola di Caprera. Costretto a veder tramontare il sogno dei Mille ma non dell’Italia. Il 17 marzo del 1861 il nuovo Parlamento ratificò a Torino l’avvenuta unificazione e Vittorio Emanuele II venne proclamato Re d’Italia.

“Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. Così si sarebbe pronunciato il marchese D’Azeglio. Ma da qui in poi è un’altra storia.

A cura di Alessia Polimanti.

 

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