Binari paralleli: storie di calcio e sport in Kosovo

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calcio kosovo

Un campo di calcio una domenica pomeriggio e una partita da giocare. Calcio: uno sport, in Kosovo, che fatica a creare integrazione.

Il campo non è dei migliori, ma nel pavese e nel lodigiano ne ho visti di peggio. Passeggio poco più di un’ora prima della partita su un terreno di gioco, come ho fatto domenicalmente nella mia vita precedente. La deformazione professionale mi porta a controllare le reti, a contare i passi dal dischetto di rigore alla linea di porta e a sbirciare le linee laterali, che per tante volte mi hanno visto saltellare e correre nei pressi. Sto pensando che l’asta delle bandierine dei calci d’angolo è un pezzo di legno troppo corto, in Italia non sarebbe regolamentare. Sto pensando a questo quando vedo gli squarci all’interno delle reti delle porte.
Nel pavese e nel lodigiano non sarebbe possibile vedere ciò.
Questa volta non ho nessuna bandierina in mano e non devo arbitrare nessuna partita. Sono a Uglare, vicino a Gracanica, vicino a Pristina.
In campo la squadra del mio villaggio, Velika Hoča, e la squadra di questo villaggio. La prima ha la maglietta oro con i pantaloncini e i calzettoni neri, la seconda ha i calzettoni bianchi e il resto della divisa celeste.

È una domenica di aprile, una di quelle in cui le nuvole giocano a nascondino con il sole e a guardie e ladri tra di loro. Sono quelle nuvole che cambiano sempre forma, ma non direzione, dimensione, ma non velocità.

E corrono e corrono.

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È domenica pomeriggio, appunto, e non mercoledì sera, quando la partita doveva realmente essere giocata. Quel mercoledì sono uscito di casa prima di cena per capire a che ora e dove fosse il match. Ma ho trovato i ragazzi seduti al bar, “stasera c’è gara due, niente partita”.
La partita era stata rimandata per la semifinale del campionato balcanico di basket. Stella Rossa contro Partizan, il derby di Belgrado. Campionato balcanico, sì! Nel basket sono riusciti a creare una lega a 14 squadre, al cui interno si incontrano le migliori squadre slovene, croate, bosniache, serbe, montenegrine, macedoni e bulgare.
Una bella impresa. Nel calcio resta utopia.

Arrivano alla spicciolata nella piazzetta centrale del villaggio, con uno zainetto sulle spalle e con le scarpe con i tacchetti in un sacchetto di plastica. Nel baretto di turno prendono la bevanda energetica fondamentale per affrontare le difficoltà fisiche del pomeriggio. Si contano le macchine, mentre Sima smonta e rimonta una portiera della sua inconfondibile Yugo rossa. La macchina di un popolo, di un’epoca, di una nazione. Identificativa come la Trabant a est, tra Lipsia e Dresda, e la Cinquecento da noi.
Sul mio pulmino salgono in sette. Molti li conosco quel giorno lì, rompendo un ghiaccio di mesi di facce a punto interrogativo. Perché un ragazzo italiano dovrebbe vivere qui?
Parliamo di calcio e di basket. Da loro sport nazionali a braccetto, senza quella distinzione che in Italia è nettamente marcata. Anzi, i veri eroi sono nel basket perché, se è vero che i talenti serbi calcistici vagano nei maggiori campionati europei, è nel basket che loro si sentono davvero competitivi.
A ragione.
In sei giorni ci sono state quattro partite di quel playoff, di quel derby. La tensione all’interno delle minuscole kafane di questo villaggio era elevatissima e gli sfottò continui. Le birre Skopsko o Jelen o Lav scendevano molto più rapidamente del solito, il calore non era regalato dalla stufa a legna. Quando c’era una trojka, una tripla, eri certo che da qualche tavolo sarebbe partito un urlo di incitamento.
La passione per il basket qui è molto più popolare e diffusa. Ed è decisamente più forte. Per esempio, se si parla di calcio e tu chiedi che squadra tifi, loro ti rispondono “in Serbia o in Europa?”. A nessun italiano verrebbe mai in mente di rispondere in questo modo. Se parli di basket, la risposta è Zvezda oppure Partizan. In Italia troverei sicuramente qualcuno la cui risposta sarebbe LA Lakers o Boston Celtics.

Il viaggio in pulmino è una continua chiacchiera sugli avversari di giornata. Non dovrebbero essere forti, all’andata qui nel mio villaggio hanno perso quattro a uno. Prendo l’autostrada per Pristina. Poco prima che quest’ultima sparisca in una statale, se non in un normale viale cittadino italiano con tanto di attraversamenti pedonali e biciclette, giro a destra a Bresje. Non è uno svincolo autostradale, in mezzo all’autostrada c’è un semaforo.
A un certo punto uno nel pulmino mi dice di girare a sinistra, dove inizia una stradina di terra e fango. Chiedo conferma perché penso di aver capito male.
È giusto.
Dopo qualche centinaio di metri si apre uno spiazzo sulla destra. All’interno, l’impianto sportivo di Uglare. C’è un campo da calcio a undici regolamentare e un campetto di calcio a cinque. C’è una piccola casetta con due stanze, lo spogliatoio per la squadra di casa e quello per gli arbitri. Infine, c’è una piccola costruzione, posta in mezzo a un prato, il quale funge da gabinetto esterno, come quelli che si vedevano una volta nei nostri cortili.
Gli spalti sono tre gradoni di cemento. Mi siedo esattamente a metà campo, per poter avere la certezza che la linea non è certo fatta da Mondrian, ma forse da Boccioni. Tende alla curva, come dire.

Arriva l’arbitro. Sono le 15.51 e la partita dovrebbe iniziare tra nove minuti. Lui chiede ai capitani se sono pronti. La risposta è sì.
Via, si inizia in anticipo.
L’arbitro ha una divisa rossa. Quando si avvicina noto il marchio della federazione serba. I due assistenti, guardalinee, sono ufficiali e questo mi sorprende perché, a questi livelli, in Italia, non accade. Le loro divise sono nere, diverse tra di loro e diverse da quelle dell’arbitro. C’è una quarta persona con loro, è il delegato della federazione. Siede in tribuna e prende nota di quello che accade in campo. Ogni dieci minuti chiede a un panchinaro della squadra del mio villaggio, seduto in tribuna anche lui perché le panchine non esistono, quanto sta facendo Djokovic, in finale a Montecarlo contro Berdych.
Ecco un altro sport, il tennis, che nei Balcani ha sempre avuto una tradizione vincente. E l’ultimo di questa lunga tradizione, Novak Djokovic, la conferma alla grande. Qui in Kosovo, dicono che i suoi avi sono nati poco a nord di Mitrovica. Se vai in Montenegro, vicino a Virpazar, tra le ninfee dello Skadarsko Jezero, ti dicono lo stesso. Chissà…

Il livello medio della partita è più alto di quello che mi aspettavo. Dal punto di vista agonistico e tecnico, non ha nulla da invidiare a una Prima Categoria o Promozione italiana. Forse dal punto di vista tattico un po’ sì, ma stiamo parlando di ragazzi che non si allenano neppure in settimana. E come dice Milorad, “il loro allenamento è in kafana ogni sera”.
Il campionato per cui competono è esclusivamente serbo. Loro sono in un girone regionale a otto squadre, tutte le squadre provengono da villaggi serbi di Kosovo. Da piccole enclavi, come la mia. Chiacchierando con loro, mi sembra di aver capito che se venissero promossi, eventualità comunque remota, passerebbero in una lega in cui potrebbero incontrare anche squadre serbe di Serbia.
Credo sia un caso più o meno unico al mondo. Due leghe, una completamente albanese, l’altra completamente serba, all’interno dello stesso stato. Ma quella albanese è nazionale e si chiama Federata e Futbollit e Kosoves (FKK); essa non ha nulla da spartire con la Federata Shqiptare e Futbollit (FSHF), la federazione albanese. Mentre quella serba è ancora dentro la Fudbalski Savez Srbije (FSS).

Anche in questo corrono i binari di un’integrazione che fatica ad essere reale.
Come i binari, però, i due campionati non si incrociano e non sembra possibile questo possa accadere a breve.
In campo, i giocatori corrono in base alla nazionalità.

E corrono e corrono.

Per la cronaca, la partita si rivela parecchio divertente, con molte occasioni da una parte e dall’altra. La più ghiotta capita al Radnički di Velika Hoča. Radnički, lavoratori. Capita, appunto, un rigore che Šabac gentilmente calcia male.
La svolta della partita si ha quando l’allenatore giocatore decide di entrare. Non manca molto, ma il Radnički si presenta tre volte davanti al portiere avversario e, in una di queste, ecco il gol. Siamo all’ottantasettesimo e il gol spacca la partita.
Finirà così.

Anzi, finirà nella piazzetta di Velika Hoča, quando Sima sparisce per qualche minuto, facendo la ricomparsa con una cassa da venti bottiglie di birra Skopsko.

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Marcoandrea Spinelli
Dopo aver studiato storia tra Milano e Modena ed essermi specializzato ed ammalato di Balcani, ho lavorato come cooperante in un minuscolo villaggio di settecento persone poco sopra Prizren, dove il Kosovo si incastra tra l’Albania e la Macedonia. Velika Hoča. Questa splendida opportunità mi è stata regalata dall’associazione AmicidiDečani. La vita quotidiana di queste persone e di molte altre per tutto il Kosovo è inimmaginabile. L’associazione per la quale ho lavorato cerca solo di renderla migliore. Ora passo il mio tempo tra gli adolescenti, in una cooperativa che è una grande famiglia. Il villaggio in città. Perché fare l'educatore mi piace davvero.