Racconti: Triade Mostarina (1 parte)

0
799
racconti

Giocavano al rialzo già da qualche mese. I croati e i musulmani. Sì, al rialzo. Soltanto un evento di una portata inimmaginabile avrebbe fermato questo stupido gioco. Quell’evento ci fu. E fu proprio inimmaginabile.

Nove novembre novantatre

Fu un autunno meteorologicamente gelido, come spesso capita dall’altra parte dell’Adriatico.

I primi di ottobre i musulmani conquistarono un piccolo villaggio croato, Uzdol.

La risposta croata arrivò puntuale la freddissima sera del ventitre ottobre. Pochi gradi riuscivano a stare nei nebbiosi villaggi montuosi dell’Erzegovina. Gli ustascia croati, i nazionalisti, assalirono il piccolo villaggio musulmano di Stupni Dol. Arrivarono con la faccia dipinta di giallo e di nero. Lo facevano spesso gli ustascia, per rendersi riconoscibili tra loro nei momenti più convulsi dell’attacco.

Uccisero il venti per cento della popolazione locale, tutti musulmani. Distrussero e bruciarono completamente il villaggio. I caschi blu, arrivati sul luogo, trovarono cadaveri torturati e carbonizzati, donne stuprate e sfigurate, macerie di abitazioni sparite.

A loro volta, la controrisposta delle truppe musulmane non si fece attendere. Era il pomeriggio del due novembre. A trentacinque kilometri da Sarajevo, nella cittadina mineraria di Vares, accadde l’imponderabile. L’esercito musulmano, assetato di vendetta, cacciò nell’arco di qualche ora, dodicimila croati dalla cittadina. Con il consueto corollario di barbarie.

Dodicimila croati.

In questo stupido gioco di cause e conseguenze, si arrivò al nove novembre novantatre. Le unità croate pescarono il jolly che fiaccò la resistenza musulmana.

Presero a cannonate il già tremolante Ponte Vecchio di Mostar, il quale cadde immortalato dalle televisioni di tutto il mondo. Simbolo di una guerra mai compresa fino in fondo dalla comunità e dalla stampa europea.

La distruzione del ponte fu un evento psicologicamente disastroso per il popolo musulmano. Cinquantamila musulmani, perlopiù donne e bambini, rimasero bloccate nel ghetto di Mostar est. Intorno, solo croati.

Grazie alla mediazione dell’ONU, si arrivò a un compromesso che permise i rifornimenti per una popolazione che, se fosse stato per gli ustascia, sarebbe stata lasciata morire di fame e di sete.

Basti pensare che Mostar est non aveva neppure l’accesso alla fonte d’acqua potabile. La si raggiungeva di corsa e di notte, con i cecchini croati appositamente appostati nei paraggi.

Il dieci novembre l’editoriale del quotidiano ‘Vjesnik’ di Zagabria scriveva, “in Bosnia da lungo tempo tacciono i molti minareti, i campanili e i luoghi di preghiera. Con la distruzione di questo ponte, però, il male ha definitivamente trionfato; ora, ogni pensiero di sopravvivenza di una Bosnia multiculturale appare privo di senso. Il ponte, colpito a morte, è un monumento funebre su due sponde, che si allontanano sempre più…”.

LASCIA UN COMMENTO