Racconti: Triade Mostarina (2 parte)

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Neretva

Non era mai stata famosa la Neretva. Sorella minore della Sava, affluente importante del Danubio e maggior corso d’acqua bosniaco.

La Neretva e lo Stari Most

Sorella minore della Bosna, fiume eponimo del paese, come può esserlo la Loira per la Francia, la Vistola per la Polonia e il Volga per la Russia.

Sorella minore anche della Drina, fiume storicamente famoso in quanto citato da Ivo Andric, ma soprattutto perché confine tra l’Impero Romano d’Oriente e l’Impero Romano d’Occidente nell’antichità.

E’ vero, nella regione della Erzegovina la faceva da padrone, la Neretva. Ma all’interno della Bosnia-Erzegovina, era uno dei tanti corsi d’acqua. All’interno della Jugoslavia, non ne parliamo. C’era anche il Danubio, del quale non poteva proprio considerarsi parente.

La Neretva nasce ai confini con il Montenegro, sullo sconosciuto massiccio del Lebsrnik. Scorre impetuosa in valli disabitate; attraversa placida la regione del Borac; si incunea nelle valli fertili e fa capolino a Konjic, seconda città dell’Erzegovina.

Proprio qui incontrava una volta uno splendido ponte di pietra costruito dagli ottomani nel diciassettesimo secola. Una volta; poi passarono i tedeschi nel marzo del quarantacinque. Non distrussero il ponte in un’azione offensiva, ma mentre fuggivano in ritirata.

La Neretva, superata Konjic, si tuffa nel Lago Jablanicko. Lì si fa ammirare dai turisti o dagli abitanti del posto in cerca di tintarella e refrigerio estivo.

Per una decina di chilometri, gira intorno al massiccio di Prenj sfogandosi per l’ultima volta, in vista del momento più importante del suo viaggio.

Arriva leggiadra a Potoci e, qui, si tranquillizza improvvisamente. Ancora poco, ancora poco. Soltanto qualche chilometro. Si libera delle montagne che la accompagnano dalla partenza. Si fa bella per il momento più importante del suo viaggio.

Rallenta per poter alzare bene gli occhi al cielo e sorridere a Mostar. Limpida, pulita, color verde smeraldo con rilessi azzurrognoli, la Neretva è pronta. Attraversa qualche ponte più piccolo, ma lei si prepara soltanto per lui.

Lo Stari Most, il ponte di Mostar. Il suo ponte.

Lei che separa quello che lui unisce. I croati a ovest, i musulmani a est.

Il ponte è un oggetto simbolico per antonomasia. Il ponte è la vittoria dell’uomo sulla bizzarria della natura. Il ponte è l’artificiale che diventa naturale, è la costruzione dell’uomo più vicina alla natura.

Più precisamente, lo Stari Most è il ponte che unisce Mostar ovest a Mostar est.

Era uno dei numerosissimi ponti che uniscono quella congerie di popoli che riempie la polveriera balcanica.

Ponti romani, medievali, ottomani, asburgici… Ponti di legno, di ferro, di cemento, di pietra…

La migliore combinazione possibile è quella di Mostar: ponte ottomano di pietra. Esteticamente i più belli, quelli con il maggior valore artistico, storico e culturale.

In Bosnia-Erzegovina accade anche che i ponti non abbiano lo stesso significato che altrove. Accade che i ponti possano dividere e non unire. Accade che i ponti siano di un popolo e non dell’altro.

Lo Stari Most è un ponte musulmano. Non cattolico.

Infatti, la vera frontiera tra il quartiere musulmano e quello croato è un centinaio di metri a occidente, sulla terraferma. Perciò, esso è sempre stato inteso come proprietà fisica e culturale musulmana.

I cattolici hanno avuto altri simboli in cui riconoscersi. Perciò, buttarlo giù non fu un problema.

Così fecero, i croati cattolici dell’Erzegovina, i quali, oltre ad eliminare fisicamente il nemico, lo vollero privare del diritto di avere un’identità in cui riconoscersi. Per delegittimare l’avversario, si distrusse il luogo simbolo dell’identità bosgnacca, ossia bosniaco-musulmana.

Era lì dal millecinquecentosessantasei, costruito sotto la direzione dell’architetto Hajrudin, fedele architetto di Solimano il Magnifico. Cadde il nove novembre del millenovecentonovantatre. Per la prima volta la Neretva incontrò fisicamente lo Stari Most.

Il nove novembre. Ci sono date che si ripetono sempre.

Quel mattino la Neretva non era tranquilla.

Le era capitato di ricevere cadaveri, macchine di fuoco e giocattoli da bambino… Le era capitato di sentire urla, esplosioni, di vedere incendi, stupri, pestaggi…

Non immaginava che, dall’anno successivo, il nove novembre sarebbe diventato anche il suo triste anniversario, oltre a quello di un muro che svanisce.

Secondo Ivo Andric, i ponti sono “più importanti delle case, più sacri perché più utili dei templi. Teoricamente appartenenti a tutti e uguali per tutti, sempre costruiti sensatamente nel punto in cui si incrocia la maggior parte delle necessità umane, più duraturi di tutte le altre costruzioni, mai asserviti al segreto o al malvagio. (…) eterno e mai soddisfatto desiderio dell’uomo di collegare, pacificare e unire (…) perché non ci siano divisioni, contrasti, distacchi”.

Ora la Neretva è fortunatamente costretta a rialzare gli occhi per guardare il suo ponte. Dal 23 luglio 2004 il nuovo Stari Most svetta su Mostar, grazie al prezioso aiuto delle potenze europee ed extraeuropee.

Le stesse potenze che vorrebbero il nuovo Stari Most come il simbolo di una convivenza multiculturale. Chiaramente calata dall’alto. Il paradosso è che la stessa comunità internazionale, attraverso il nuovo piano di pace, aveva dichiarato necessaria la divisione della Bosnia, a causa dell’incompatibilità a vivere insieme tra le diverse componenti nazionali.

Alla faccia della convivenza multiculturale.

Cosa collegare? Chi unire? Cosa dividere? Ma soprattutto, perché?

La Neretva e lo Stari Most non lo sanno più.

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