Racconti: I lumini di Parigi

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Il giorno dopo gli attentati di Parigi ho acceso un lumino e, mentre la mia gatta mi guardava di sottecchi, l’ho appoggiato sul davanzale della mia finestra, le cui tapparelle di notte sono sempre alzate. Spegnendo la luce, così, potevo vedere il cerchio di luce e, oltre, la nebbia.

Irenäus Eibl-Eibesfeldt, nel suo illuminante libro sull’etologia della guerra, cerca di spiegare in che modo l’uomo sia uscito, in questo ultimo secolo, dalla natura.

La specie umana è la prima specie sulla terra che combatte in maniera intraspecifica, all’interno della medesima specie, e non interspecifica, tra specie diverse, per ragioni non naturali. L’uomo uccide l’uomo per scopi che esulano la natura. Il leopardo uccide un altro leopardo per conquistare la leadership del gruppo. Un leone uccide un altro leone per conquistare la leonessa.

L’uomo uccide l’uomo per motivi culturali, non naturali.

L’uomo, conclude l’etologo austriaco, ha superato la soglia imposta dalla natura. Ha superato i concetti di darwinismo naturale per arrivare al darwinismo sociale e culturale.

Non rimane chi è più forte, rimane chi ha la pistola in mano.

Se dovessimo parlare di etica e moralità, il discorso non cambierebbe. In questo ultimo secolo, la guerra ha compiuto passi indietro in maniera sconcertante. Nella prima guerra mondiale ci si fermava per le festività religiose e si rispettavano certe regole non scritte, le quali ora vengono calpestate e nemmeno prese in considerazione.

Sempre Eibl-Eibesfeldt racconta un aneddoto avvenuto tra i reticolati delle trincee della valle dell’Aisne, in Francia, durante la Prima Guerra Mondiale. Un maggiore tedesco, ogni mattina, tra la nebbia, si allontana dalla sua trincea, avvicinandosi a quella francese, per cacciare pernici e lepri da far mangiare alla sua truppa. Un mattino, la nebbia si alza prima del previsto, il maggiore tedesco viene sorpreso dall’esercito francese vicino al reticolato avversario. Un soldato francese alza il fucile, pronto a sparare, ma il suo maggiore lo ferma. Uccidere in quell’occasione non sarebbe stato moralmente, eticamente corretto.

Se devo pensare a cosa ho provato visceralmente in queste ultime settantadue ore, è proprio questa mancanza assoluta di regole, questa noncuranza nel porsi oltre la soglia della natura a spaventarmi.

Anche se è vero, è arrogante parlare così tanto e in questo modo di un solo attacco nel cuore dell’Europa, quando in Medio Oriente questi rappresentano la normalità, è comunque vero che noi siamo la generazione (forse la prima) che considera l’Europa come davvero un unico grande stato. Parigi mi è molto più vicina di molte città italiane. E l’ansia e l’angoscia che mi pervadono la rendono ancora più vicina dell’ora e venti di volo.

Perché Parigi è davvero qui dietro, oltre ad essere la città che ho visitato più volte.

Perché lo stadio rappresenta davvero un luogo dove potrei decidere di passare una serata. Perché il Bataclan rappresenta davvero un locale dove potrei decidere di ascoltare un gruppo. Perché Valeria poteva essere davvero una mia amica. E con lei chissà quante altre persone lì dentro.

Aver scelto di colpire questi posti è aver scelto di colpire il tempo libero, il divertimento dei giovani europei.

Ciò mi fa venire la pelle d’oca.

Ieri sera il mio amico Stefano è arrivato a dirmi che l’uomo è intrinsecamente il male. Porta in se stesso questa indole. Ci ho pensato tutta notte e ho paura perché questo livello di male sembra irraggiungibile dal bene. Cioè, il bene mi sembra davvero più ingenuo ed impotente del male. Esattamente come nei Balcani, non vedo soluzioni possibili che non generino altro male. Non vedo soluzioni possibili che mi rassicurano.

Da parte nostra, è necessario un modo nuovo di intendere il nostro rapporto con il mondo islamico. Non parlare di scontro di religioni e di civiltà, perché così non è. L’Islam moderato, anzi l’Islam, senza moderato, fa parte della nostra civiltà mediterranea e questo è un dato di fatto incontrovertibile nel 2015. Il fondamentalismo non è parte integrante della nostra civiltà perché non ne rispetta i più elementari valori. L’Islam e il fondamentalismo religioso islamico fanno riferimento allo stesso testo sacro, ma sono come due binari che non si incontrano mai nel pensiero e nella filosofia islamica.

Chi dice il contrario mente, sapendo di mentire. La prima vittima di questi matti è l’Islam stesso.

Da parte islamica, ma a livello statuale, non certo individuale, mi piacerebbe vedere qualche presa di posizione più forte nei confronti di questa organizzazione terroristica. Rimanere ancorati a posizioni di comodo e a divisioni tra sciiti e sunniti significa essere sordi al cambiamento. Ognuno, nella propria diversità, deve scegliere la strada per sconfiggere quello che è un cancro interno al mondo islamico, pur avendo radici soprattutto economiche anche al di fuori di esso.

A livello individuale, il mondo islamico deve trovare altre strade percorribili all’interno della propria cultura. Come scrive Massimo Campanini, la sconfitta negli anni Settanta del socialismo arabo e dei progetti panarabi hanno arenato anche la mente e il pensiero critico degli intellettuali arabi, i quali sembrano ora dividersi tra due filoni.

Il primo, seguito da Al Azm e da Zakariyya tra tutti, porterebbe all’accettazione acritica del mondo occidentale, in una tendenza secolarista che spersonalizzerebbe il mondo arabo, impedendone di pensare il presente e il futuro in termini islamici.

Il secondo filone ha portato a teoremi di radicalizzazione islamica. Non nominerei i pensatori, ma tra tutti spicca Anwar Al-Awlaki. Cittadino americano morto in un raid aereo nel 2011, è il primo esportatore della teoria degli attacchi dei lupi solitari, come quelli parigini degli ultimi mesi. I fratelli Kouachi, protagonisti della sparatoria a Charlie Hebdo, lo consideravano un punto di riferimento. Nella galassia jihadista molti si ispirano a lui, ai suoi sermoni, alla sua dialettica.

Il ritorno alla shar’ia, allo stato perfetto, lo stato medievale islamico di Medina, non è la via corretta. L’Islam ha le possibilità di uscire da questa crisi di valori (la quale interessa peraltro anche altre società, come la nostra) rimanendo Islam.

Perché non va dimenticato che, come ricordano il filosofo egiziano Hasan Hanafi e quello marocchino Abid Al-Jabri, l’Islam è una religione molto più laica di quella cristiana nella teoria dei suoi scritti, i quali hanno permesso la separazione tra religioso e temporale già nel Medioevo. Secondo entrambi, è il sottosviluppo perenne delle loro aree che ha immobilizzato la religione in istituzioni antiquate e ha spinto migliaia di musulmani a ricercare altrove determinati valori, dalla democrazia alla shar’ia, dalla libertà alla jihad.

Ho sentito il bisogno di scrivere per lo stesso motivo che mi ha portato ad accendere il lumino. Per vedere un cerchio di luce in questa nebbia.

Noi siamo una generazione fortunata, questo male non l’abbiamo mai conosciuto, se non tramite pagine di libri. Da queste stesse pagine, ho imparato che ci sono state generazioni che non hanno avuto la nostra fortuna.

Invece di rassicurarmi, questo pensiero mi sconvolge. E se la prossima generazione, quella dei nostri figli e nipoti fosse meno fortunata?

La paura ultima, forse la più subdola, è proprio questa. E d’altronde, questo è il terrorismo, lasciarti l’adrenalina del terrore per ogni scelta quotidiana che compi.

Al mattino, il lumino non serve più. La luce del giorno lo nasconde nella chiarezza.

Spero che queste notti di nebbia passino in fretta.

A Parigi come a Raqqa.

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