19 gennaio 1990: muore Osho, il “maestro”

«Mai nato – Mai morto», Osho dettò così il suo epitaffio. «Non è il mio nome» afferma «è un suono di guarigione.»

Osho  Rajneesh, meglio noto come Osho al grande pubblico (che lo conosce oggi anche per le frasi a lui attribuite da pagine ironicamente dedicate ai suoi insegnamenti) è stato un mistico e maestro spirituale indiano. Osho cambiò presto il suo nome, Chandra Mohan Jain, in Acharya Rajneesh negli anni Sessanta, poi in Bhagwan Shree Rajneesh, e in Osho Rajneesh negli anni ’80; fu proprio la riduzione di quest’ultimo che lo portò a diventare, semplicemente, Osho.

Completò i suoi studi di filosofia all’Università di Sagar, laureandosi con il massimo dei voti e conquistando il primo posto al campionato nazionale di eloquenza. Terminati gli studi, Osho continuò come docente di filosofia all’Università di Jabalpur. Viaggiò per tutta l’India per tenere conferenze, sfidando leader religiosi di stretta ortodossia, mettendo in dubbio concezioni tradizionali e incontrando persone appartenenti a tutti gli strati sociali. Si dedicò intensamente alla lettura di qualsiasi testo potesse consentirgli di ampliare la sua comprensione dei sistemi di credenze e della psicologia dell’uomo contemporaneo.
Dopo nove anni come professore, diede le dimissioni per dedicarsi a tempo pieno ai suoi impegni di conferenziere. Verso la fine degli anni ’60, Osho cominciò a sviluppare le sue originali tecniche di Meditazione Dinamica.

«L’uomo moderno», egli dice, «è così gravato da tradizioni ormai obsolete e dalle ansietà del vivere contemporaneo che deve attraversare un processo di profonda pulizia prima di poter sperare di conoscere la dimensione meditativa, rilassata e priva di pensieri.»

Durante il suo lavoro, Osho  affrontò ogni aspetto dello sviluppo della consapevolezza umana. Da Sigmund Freud a Lao Tzu, da George Gurdjieff a Gautama Buddha, da Gesù a Rabindranath Tagore.

«Io rappresento l’inizio di una consapevolezza religiosa totalmente nuova,» dice «Vi prego di non collegarmi al passato – non vale neppure la pena di ricordarlo.» I suoi discorsi a discepoli e ricercatori del vero, provenienti da tutto il mondo, sono stati pubblicati in più di 650 volumi e sono stati tradotti in oltre 40 lingue. Egli dice anche «Il mio messaggio non è una dottrina, non è una filosofia. Il mio messaggio rappresenta una forma di alchimia, una scienza della trasformazione, cosicché solo coloro che sono pronti a morire nella loro condizione attuale e a rinascere in una dimensione così nuova che non riescono neppure ad immaginarla in questo momento… solo queste poche persone coraggiose saranno pronte ad ascoltare».

La sua personale ricerca spirituale si legò ad un episodio che gli capitò di vivere il 21 marzo del 1953: in quel giorno, come afferma lui stesso, egli visse all’interno del proprio essere la vetta più alta e luminosa che ci possa essere sul cammino della consapevolezza: l’illuminazione.

Questa esperienza è descritta da Osho come «l’istante in cui la goccia si fonde nell’oceano, e l’oceano si riversa nella goccia.» A questa esperienza è collegato lo stesso nome di Osho.

«Quando me ne sarò andato… e dove potrei andare? Sarò qui… nel vento, nell’oceano; e se voi mi avete amato – se vi siete fidati di me – mi sentirete in mille modi. Nei vostri momenti di silenzio, all’improvviso sentirete la mia presenza. Una volta lasciato il mio corpo, la mia consapevolezza sarà universale […] e mi troverete nella profondità del vostro cuore, in ogni battito del vostro cuore.»

L’attaccamento alla vita non è per Osho un sentimento concepibile, come egli stesso afferma: «per quanto mi riguarda, non ho alcuna necessità di restare nel corpo, neppure un solo istante di più. Ho fatto i miei compiti! Tutto ciò che faccio – parlare con voi, ridere con voi, gioire con voi – il mio silenzio, le mie parole, sono tutti dedicati a voi, servono a provocare una sottile sincronia.»

«Ebbene, di certo io rido per voi, parlo a voi, vi amo; ma questo non vi rende in alcun modo in debito nei miei confronti. Non è altro che la mia gioia; non dovete neppure essermi riconoscenti! »

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