La sacralità di Equo e Solidale e la profanazione occidentale

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equo solidale

Il tema di maggio di Openmag è il mondo del Sacro e del Profano e la rubrica di Terzo Settore vi porta in un viaggio attraverso il Nord e il Sud del mondo per capire il valore “solenne” o meno del commercio Equo e Solidale.

Sacro e profano sono da sempre due mondi che, nonostante la loro natura contrapposta, si ritrovano inspiegabilmente legati, nell’arte (è abbastanza visibile nei dipinti di nudo del seicento) come in filosofia o ancor meglio in teologia. Bianco e nero, bene e male. Nonostante i diversi gradi di moralità ed eticità, le due catene simboliche finiscono per legarsi dando vita ad un perfetto gioco di opposti. Come può quindi un ragionamento dai toni così trascendentali occuparsi di una realtà empirica come quella del Terzo Settore? Uno dei casi è l’analisi del commercio Equo e Solidale che connette le varie aree del mondo, dando vita ad un complesso rapporto di sacralità e profanazione.

Genesi dell’Equo e Solidale (o Fair Trade).

La storia del commercio Equo e Solidale non ha lunghe radici, essendo da sempre una realtà di nicchia e poco conosciuta nei grandi mercati internazionali. Il termine infatti viene coniato solo nel 1987 come traduzione dell’espressione inglese Fair Trade, con il fine di sottolineare i caratteri fondamentali di equità, giustizia e solidarietà.

In che cosa consiste quindi il commercio Equo e Solidale? In una partnership economica basata sul dialogo, la trasparenza e il rispetto, che mira ad una maggiore equità tra le aree Nord e Sud del mondo attraverso una giusta idea di commercio internazionale. Il Fair Trade, nella sua concezione originaria,  contribuisce quindi ad uno sviluppo sostenibile complessivo attraverso l’offerta di migliori condizioni economiche e, cosa ancora più importante, assicurando i diritti per produttori marginalizzati dal mercato e dei lavoratori, specialmente nel Sud del mondo.

Diritti e Doveri.

Le organizzazioni del Fair Trade (FTOs – Fair Trade Organizations) che aderiscono a WFTO (World Fair Trade Organization – la federazione mondiale del commercio Equo e Solidale) oltre ad essere coinvolte attivamente nell’assistenza tecnica ai produttori, sono responsabili nell’azione di sensibilizzazione dell’opinione pubblica. In oltre, seguendo una ideologia che sradicano le pratiche socio-culturali ritenute accettabili fino ad ora, si occupano dello sviluppo di campagne volte al cambiamento delle regole e delle pratiche del commercio internazionale.

Come ogni federazione che si rispetti perciò, anche le organizzazioni aderenti alla FTO possiedono un codice di regole interno da rispettare, stabilito al meeting annuale tenutosi in Ecuador nel 2005. I principi basilari su cui si fonda vanno dalla creazione di opportunità per i produttori economicamente svantaggiati (uno degli scopi principali a lungo termine di ogni organizzazione è la riduzione della povertà tramite nuove forme di commercio), al rispetto di criteri di trasparenza e responsabilità verso i propri partner.

Se il principio fondante a cui ispirarsi è la tutela dell’ambiente, oltre i doveri, anche i diritti vogliono la propria parte: per entrare nella grande catena del commercio Equo e Solidale infatti, è necessario tutelare il diritto alle pari opportunità così come i diritti dei lavoratori e, in maniera ancora più significativa, dei bambini.

Il divario tra Nord e Sud del mondo e la sacralità della terra come bene comune.

Proprio nella diversa concezione del rispetto ambientale e dei lavoratori sta l’evidente divario tra Nord e Sud del mondo: se infatti i numeri del commercio Equo e Solidale italiano parlano di un vero e proprio boom con 13 milioni di euro di importazioni dirette (secondo l’ultimo rapporto annuale di Equo Garantito), il fronte occidentale continua a far danni.

L’occidente (o la parte Nord del mondo se preferiamo), forgiato dallo stereotipo di superpotenza e in nome di una presunta supremazia culturale, ricorre ad una logica sacrilega e quasi “da nuova colonizzazione” che prevede un solo Dio: il mercato. Lo dimostra chiaramente l’attivista e fondatrice dell’Organizzazione “Navdanya” (nove semi) Vandana Shiva nelle sue numerose opere (una di queste è “il bene comune della terra”) quando descrive accuratamente lo sfruttamento terreno da parte di alcune multinazionali a danno  delle popolazioni  di parti dell’India e dell’Asia, oltre alla privatizzazione di alcuni importanti beni comuni, che metterebbe in evidente posizione di svantaggio “gli ultimi”, contravvenendo a qualsiasi idea di solidarietà.

La lotta con i giganti dell’industria agrochimica.

La battaglia da lei maggiormente affrontata riguarda nello specifico la multinazionale Monsanto, già processata dall’Aia nell’Ottobre 2016 per rispondere alle accuse di crimini contro l’umanità, violazione dei diritti umani ed ecocidio. Nei suoi scritti la Shiva racconta un caso esemplare che riguarda l’India, uno dei maggiori paesi coltivatori di cotone nel mondo, smascherando l’evidente ricatto posto in atto (dal lontano 1995) dalla multinazionale che, aggirando le leggi indiane riguardo la coltivazione della pianta, pretende il pagamento di un prezzo stabilito (da chi?) dagli agricoltori per coltivare delle sementi brevettate. Risultato: la Monsanto ad oggi è riuscita a vessare la maggioranza dei contadini indiani per la modica cifra di 900 milioni di dollari di debito complessivo. Ma alla fine chi ne sa veramente? Chi ne parla?

Sarà forse per questa suddetta “ignoranza” che Altromercato ha finalmente presentato alla Bit di Milano 2017 un nuovo insolito modo di fare turismo, consentendo al viaggiatore inconsapevole di esplorare i luoghi e conoscere i commercianti dediti all’attività Equa e Solidale, secondo una concezione quanto mai cultuale della terra?

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