Calcio e Turchia: quando lo sport e la politica si intrecciano

0
160
Calcio e Turchia: quando lo sport e la politica si intrecciano

Quante volte la politica è entrata nel calcio e anche in modo prepotente? Tante, forse troppe volte. Il caso della Turchia è solo uno dei tanti, ma procediamo passo dopo passo.

Lo sport, in particolare il calcio, attraverso i suoi organismi istituzionali, si è sempre impegnato a veicolare valori positivi. Tra le campagne proposte dalla FIFA ricordiamo #EqualGame, per la parità di genere nel mondo del calcio o #NoToRacism, contro ogni forma di razzismo. Valori dunque eminentemente positivi. Il Mondiale stesso nasce perché tutte le nazioni condividano questo gioco e si incontrino tutte insieme sul campo da calcio. Certo però una cosa come quella che sta accadendo ora né la FIFA né soprattutto la UEFA l’avevano messa in conto, probabilmente.

La guerra alle porte

Partiamo dai fatti: la Turchia lancia un’offensiva nella Siria del nord con la motivazione ufficiale di “sradicare il terrorismo”. In quelle zone infatti, è stimato un alto numero di miliziani dell’ISIS, sconfitti soprattutto grazie all’aiuto del popolo curdo, profondo conoscitore di quelle zone. Il “popolo senza nazione”, i curdi appunto, sono rimasti in quelle zone e forse, alla Turchia di Erdogan non va giù questa cosa. È per questo che, più che contro i terroristi, l’azione sembra diretta contro i curdi.

La comunità internazionale va in fibrillazione. Non è una cosa accettabile e non aiuta il fatto che molti calciatori stiano palesando il loro sostegno al regime. Si parte con i post di Demiral, della Juventus e di Under, della Roma. Il primo è fiero che il suo paese stia conducendo un’operazione di pace, mentre il secondo posta una sua foto mentre fa il saluto militare. Ed è proprio questo gesto che è finito nell’occhio del ciclone.

Turchia. Nazionale di calcio o battaglione militare?

Mentre la Turchia va in battaglia a Kobane, i calciatori scendono in campo per le qualificazioni ad Euro 2020. La Turchia fa infatti parte della UEFA, quindi come nazionale e come squadre di club, questa prende parte alle competizioni europee. La Turchia gioca due match, il primo contro l’Albania, che vince al 90esimo. Tosun, l’autore del goal, esulta proprio col saluto militare e i suoi compagni lo seguono. Ma, se quest’episodio non sembra ancora sortire alcun effetto, visto che viene interpretato come una provocazione benevola, le cose peggiorano qualche sera dopo.

Nello stesso girone della Turchia, c’è infatti la Francia di Emmanuel Macron, che non si perde una partita. A poche ore dall’incontro, la sicurezza attorno allo stadio viene incrementata e dall’Eliseo fanno sapere che né Macron, né altre autorità francesi saranno presenti alla partita. Questa finisce uno a uno, ma di nuovo, quando la Turchia segna, tutti i calciatori si mettono davanti alla telecamera a fare il saluto militare.

Ciò che si vede e ciò è nascosto

Sport e politica dovrebbero essere separati, tant’è che tutte le federazioni calcistiche devono essere indipendenti rispetto ai governi. E i giocatori turchi sanno che non dovrebbero scherzare con il fuoco, così come stanno facendo. La ministra francese per lo sport chiede sanzioni alla UEFA, che a questo punto è costretta ad aprire un’indagine. La Turchia, al momento, è qualificata come prima del girone a Euro 2020, ma se le cose dovessero andare male non è escluso che possa essere squalificata. Sono in molti infatti coloro che già lo chiedono, vista la situazione.

Nel frattempo anche le istituzioni si sono mosse, bloccando la vendita di armi alla Turchia, che però non desiste. C’è chi comunque giustifica i ragazzi turchi facendo notare che, vista la situazione che c’è nel loro paese, alcuni potrebbero essersi sentiti costretti a prendere parte a quel gesto. C’è persino chi tira in ballo il saluto romano dell’epoca fascista, quando per gli atleti italiani era obbligatorio farlo.

Conseguenze (o forse no?)

Ma la questione più pressante, al momento, sembra essere quella che riguarda la finale di Champions League. Infatti, il prossimo maggio, lo stadio designato ad ospitarla è quello di Istanbul, in Turchia. Dopo questi gesti sono in molti a chiedere che la finale non si giochi più lì, ma la replica di Michele Uva, numero 2 della UEFA, è secca: “è una misura importante, che andrebbe presa con le dovute precauzioni. Per ora non se ne parla”. Certo, ci sono in ballo troppi soldi e troppi sponsor, senza contare il fatto che Istanbul se l’è guadagnato, di ospitare la finale. Infatti l’annuncio venne dato il 24 maggio 2018 a Kiev, durante la finale di quell’anno. Praticamente in Turchia sanno già da più di un anno che dovranno ospitare quest’evento. A livello governativo, proprio in questa direzione, si muove l’Italia, che attraverso il ministro Spadafora invia una lettera alla UEFA, chiedendo formalmente che la finale non si giochi a Istanbul.

Insomma, una situazione non semplice, per tutte le parti chiamate in causa.

Prima di tutto non è facile per chi sta vivendo la guerra vera, quella che al momento si combatte a Kobane, roccaforte curda. La gente scappa, giungendo fino sui nostri lidi, mentre i potenti negoziano un “cessate il fuoco” che sa tanto di presa in giro. Non è facile però, nemmeno per chi combatte quest’altra guerra, forse più mediatica che sportiva. Sicuramente, i giocatori non dovevano fare quel gesto e la UEFA non può permettersi di restare a guardare. Sport e politica devono rimanere due cose distinte e separate, altrimenti fare campagne progressiste non serve a molto, se poi coi fatti non si prende posizione. Quei ragazzi potrebbero essere stati davvero costretti a fare il saluto militare, certo però una cosa è esprimersi sul proprio profilo social, un’altra esprimersi sul campo da calcio. La pagina social può talvolta esser vista come una sorta di casa, per la serie “mia la pagina, mie le regole”. Il campo è e deve essere neutro e i giocatori turchi, o chiunque ci sia dietro, ne stanno approfittando.

Non sappiamo quali saranno le ripercussioni e nemmeno se ci saranno, ma speriamo di vedere un barlume di speranza almeno in questa di “guerra”, augurandoci che anche quella vera non duri troppo.

LASCIA UN COMMENTO