Ansia da limbo, il disagio psicologico generato dalla pandemia

ansia da limbo- A lei per lei- Debora Fontana

In un’epoca segnata dalla pandemia di Covid 19 parliamo spesso di emergenza sanitaria, distanziamento sociale, crisi economica e occupazionale, ma pochi si soffermano sui disagi psicologici che un evento del genere sta lentamente e silenziosamente scatenando in molti individui. Finalmente abbiamo una definizione anche per questo fenomeno: “ansia da limbo”.

Sembra che il tempo si sia fermato, esattamente nell’attimo in cui abbiamo sentito per la prima volta la parola “lockdown” e da lì riprendere il normale ritmo della nostra vita è diventata un’impresa impossibile. È una continua attesa di qualcosa: che si trovi un vaccino adeguato, che si possa riabbracciare finalmente un amico o un familiare, che si possa smettere di avere paura di un nemico invisibile, che si possano dimenticare i colori con cui proprio ora è divisa l’Italia. Giallo, arancione, rosso. Saremo mai tutti verdi?

Incertezza e confusione sono diventate compagne indiscrete delle nostre vite e per alcuni questa nuova “comitiva” non è molto gradita, perché lascia tutto in sospensione, persino le decisioni importanti.

Per questo la nuova protagonista di “A lei per lei” è Debora Fontana, psicologa e psicoterapeuta familiare, attivissima in tutto il panorama romano e frusinate. Una chiacchierata con lei ci sembra oggi particolarmente importante per capire non solo l’importanza di un giusto approccio nella psicoterapia, ma quanto questa sia utile nel caso di “ansia da limbo”, disagio psicologico che, se tralasciato, può diventare dolore psicologico.

Debora parlaci del tuo lavoro. Pensi che la psicoterapia e il supporto psicologico siano ancora dei tabù in Italia? Qualcosa di cui vergognarsi, qualcuno di cui è meglio non parlare…

Come psicologa e psicoterapeuta familiare prediligo un approccio che mi permette di cogliere nell’individuo la sua storia personale e familiare. Il sistema famiglia infatti rappresenta per ognuno di noi un grande laboratorio dove sperimentarsi e conoscersi e all’interno del quale ci possono essere regressioni e reintegrazioni; è proprio questo “uscire ed entrare”, “separarsi ed appartenere” che permette a ciascuno di assumere una propria identità sia nella famiglia che nella società.

Proprio per queste sue caratteristiche la famiglia è diventata sempre più oggetto di studio in psicologia. Pertanto, in quest’ottica, gli eventi problematici di un singolo individuo influenzano l’intera famiglia come unità funzionale, con effetti che si estendono a tutti i membri e alle loro relazioni.

Il lavoro psicoterapeutico in questo tipo di approccio non è dunque prettamente rivolto al trattamento del sintomo presentato dal paziente ma anche delle situazioni relazionali che lo hanno generato.

Quando un paziente decide di entrare in terapia molti possono essere i suoi motivi, le sue storie, le sue emozioni, i suoi dubbi. Ma di sicuro è perché quel sistema di vivere, che fino ad allora era andato bene per lui, ora è andato in “tilt”: qualcosa si è rotto e non sa più gestire la macchina di funzionamento creata su misura per lui.

Le richieste che arrivano nella stanza dello specialista sono molteplici e il terapeuta deve essere in grado di scegliere le modalità, gli strumenti più opportuni per aprire questa porta. Fondamentale è mettersi in un atteggiamento di ascolto per aiutare il paziente a comprendere meglio la sua richiesta collocandola nel suo contesto esistenziale e nelle relazioni che lo trovano implicato nel presente.

ansia da limbo - A lei per lei- Debora Fontana

Dobbiamo mettere ben in chiaro che noi terapeuti non abbiamo la “sfera magica” e non saremo noi a risolvere i problemi dei nostri pazienti ma semplicemente li potremo aiutare a vedere altri strumenti, altre strade con il rispetto dei loro tempi e delle loro scelte. Può succedere che il paziente possa rivolgersi al terapeuta come un bambino si rivolge a un genitore buono, insistendo perché questi si prenda cura di lui.

È come se il paziente venisse in studio dicendo: “Il mio mondo è andato in pezzi e lei deve rimetterlo insieme”. E’ giusto far arrivare al paziente l’importanza dell’assunzione della sua responsabilità per la sua “guarigione”. Ogni incontro con “quel paziente” è originale, bisogna sempre essere pronti all’imprevedibile, ed è proprio questo il bello del mio lavoro. 

Oggi sempre di più sono le persone, di qualunque età e stato sociale, che si rivolgono a figure come la mia e questo avviene con sempre meno vergogna. La predisposizione alla psicoterapia dipende anche molto dal contesto sociale in cui siamo cresciuti e dalla nostra apertura mentale. Ci sono tante strutture private e non o altri professionisti (nutrizionisti, pediatri ecc.) che oggi si avvalgono della collaborazione di uno psicologo. La realtà, però, è che c’è ancora molta strada da fare….

Quanto è importante fare rete nel tuo lavoro, creare un network che funzioni e possa garantire all’individuo servizi e supporto di cui ha bisogno?

Direi fondamentale! La realtà è che se procediamo insieme si creeranno nuove opportunità, sia di crescita personale che di lavoro. Stare in rete permette di conoscere prima e meglio le informazioni che riguardano la professione, ci possiamo scambiare eventi di formazione, condividere progetti lavorare con un paziente in collaborazione con altri professionisti a 360 gradi.

Io stessa sono referente territoriale del network psicologi dell’ordine degli psicologi Lazio sulla provincia di Frosinone, la mia città natale. In questo modo un libero professionista come me può mettere in contatto i cittadini con tutte le risorse del territorio di cui necessitano (associazioni, servizi pubblici, nascita di eventuali convenzioni tra servizi ed istituzioni).

Una caratteristica alla base del network è appunto il costruire relazioni con tutta la stima e la fiducia che ne deriva. I manager più efficaci sono bravissimi a coltivare queste relazioni.

Chi è molto abile nello stringere relazioni può fare appello a una rete di amicizie estesa e in continua espansione a cui rivolgersi come una task force a cui attingere ad ogni momento. E’ un continuo rapporto di dare e ricevere dove tutti ne giovano.

In quanto donna è stato difficile acquisire una posizione rilevante nel tuo settore?

Devo dire che non è stato semplice, venendo poi da una famiglia di una piccola provincia di Frosinone (madre casalinga e padre operaio) ho dovuto fare grandi sacrifici, dove i miei mi hanno sempre supportato moralmente.

Trasferirmi a Roma per studio e scoprire la grande città mi ha messo davanti a sfide da superare, sfide personali e lavorative. Mi sono sempre mantenuta durante gli studi facendo diversi lavori (baby sitter, segretaria, lavorando in diverse cooperative in vari ruoli) e da ogni esperienza mi sono portata dietro sempre qualcosa, ogni esperienza mi ha cambiata e mi ha arricchita.

Ho messo ogni volta un tassello sopra l’altro senza mai perdere di vista il mio obiettivo: crescere ed evolvermi come persona e come donna. Ho sempre sognato di essere una psicoterapeuta e una donna che potesse aiutare la comunità sia nei bisogni che nella crescita.

Questo ovviamente implica un continuo mettersi in discussione, una continua formazione, avere quell’originalità e quelle competenze anche per essere “scelta fra  tanti” e distinguerti dalla massa. Questo significa acquisire tante competenze e farne tesoro, trasformarle se è necessario.

Essere donna ancora un po’ penalizza, soprattutto in ambienti prettamente maschili. Bisogna faticare il doppio per essere viste, per ottenere una promozione, per dimostrare di essere valide. Ma ce la possiamo fare, una delle cose che ci riesce meglio è la perseveranza nel procedere nell’obiettivo ed essere multitasking.

Con la pandemia del Covid 19 sono cambiate tutte le nostre abitudini e stili di vita, il tuo lavoro da psicologa come è cambiato e, soprattutto, c’è stato un aumento delle richieste da parte delle persone?

Si anche il mio lavoro è molto cambiato. Ovviamente nel periodo del lockdown ho dovuto rivedere proprio il modo di “incontrare” le persone. Ed ecco che la stanza della terapia si è trasformata nella “videochiamata di terapia”, cosa non molto facile per me ma anche questo periodo ci ha messo alla prova: con i pazienti abbiamo dovuto trovare un modo per “incontrarci” e in questo che la tecnologia ci è stata di grande aiuto.

ansia da limbo

Abbiamo ritrovato quindi un altro spazio per continuare il nostro percorso visto che anche i tempi erano molto incerti e si rischiava di interrompere il percorso in momenti delicati. Ci sono state anche delle problematiche come la rete  che non prendeva, si bloccava… Una vera sfida per me che faccio un lavoro basato sulla relazione, ma ovviamente non c’erano alternative.

In più un altro problema che da entrambe le parti abbiamo dovuto affrontare è stato trovare uno spazio di privacy a casa nel quale fosse possibile prendersi un “tempo per noi”. C’erano ad esempio persone che facevano colloqui in macchina, nel giardino di casa, nei bagni perché avevano casa “invasa” dai figli, magari anche piccoli o dal partner.

Insomma ne ho viste delle belle, anche questa è stata una grande esperienza per me. Quando poi a maggio si è avuta la possibilità di tornare in studio, anche lì non è stato facile per il distanziamento, per il fatto che le mascherine tolgono una buona parte di comunicazione non verbale fondamentale in un rapporto di psicoterapia.

Non parliamo poi delle terapie di famiglia, oggi per molti professionisti ancora in sospeso, a meno che non si abbia la fortuna di avere la stanza dello studio molto ampia e arieggiata, sufficiente ad accogliere dalle tre alle cinque persone senza creare assembramenti.

Dal punto di vista delle richieste sì, c’è stato un aumento. Questa seconda ondata sta creando più disastri ora che a marzo, lo stress e la paura del contagio così prolungati da mesi non aiutano. In più la privazione di tutte quelle abitudini che rappresentano modalità di leggerezza, incontri, divertimento (es. aperitivi, palestre, ristoranti, musei ecc.) sono vietati o comunque ristretti e tutto questo porta le persone a non avere valvole di sfogo e viversi tutto in  maniera diversa dove si ha la sensazione di stare incastrati tra casa e doveri (es. casa e lavoro). 

La maggior parte delle richieste  avvengono per emergenza, per sintomi come ansia, attacchi di panico o paura di ritornare ad essere rinchiusi nuovamente e la paura di essere isolati (sopratutto questo per le persone che vivono soli). I bambini hanno sviluppato molti tic o attacchi di rabbia e gli adolescenti  sono  molto più demotivati e isolati, hanno creato una forte dipendenza dalla tecnologia e i social. Credo che quello che da qui a poco, non dovremmo temere tanto i covid quanto le conseguenze psicologiche ed emotive che sta causando questa modalità di vivere.

Finalmente il presidente Giuseppe Conte ha cominciato a parlare di “disagio psicologico” e a porre l’attenzione su una pandemia che non colpisce solo il nostro corpo, ma anche la nostra psiche generando ansia e stress. Alcuni parlano di “Ansia da limbo”, ci puoi chiarire in cosa consiste e come si manifesta?

Bhe come già detto prima viviamo in una sorta di “vita sospesa” in attesa che tutto passi, che tutto torni come prima  anche se ormai tutto questo ci sta cambiando. 

Oggi viviamo una vita “a metà” si va a lavoro (chi ha la fortuna di essere tornato a lavoro) ma non si può andare a cena di parenti e amici, se si esce non si può andare la sera nei ristoranti e si deve rientrare alle 22 per il coprifuoco, tutto è cambiato e noi siamo costretti a riadattarci.

La pandemia ha spazzato abitudini e certezze e, al loro posto, ha imposto dubbi e attese. Da qui nasce appunto questa diffusa “ansia da limbo”, uno stato di sospensione legato al periodo del covid-19, una condizione diffusa e generalizzata di profonda insicurezza ed incertezza.

ansia da limbo

Le sensazioni più diffuse sono sensazioni di disorientamento, mancanza di concentrazione e disturbi del sonno. A soffrirne sono sopratutto gli adulti ma questo disagio inevitabilmente si ripercuote sui bambini. Non isolarsi e scaricare le tensioni in qualche modo (esempio fare lunghe passeggiate, fare attività fisica a casa o rilassarsi con un buon libro) potrebbe essere un buon modo per ritagliarci uno spazio di svago per noi.

Ad ogni modo se i sintomi si prolungano troppo,  è necessario chiedere aiuto ad uno specialista.

Il presidente David Lazzari ha smosso una questione importantissima: “L’ansia da covid non deve diventare dolore psicologico.” Per questo ha avanzato delle proposte per lo sviluppo della resilienza nella sanità, nella scuola e nel mondo del lavoro. Secondo te cosa si potrebbe fare? Il Governo ha fatto abbastanza per supportare la popolazione dal punto di vista psicologico?

Bisognava muoversi un po’ prima a mio avviso in quanto il Covid-19 ha subito scatenato paura della morte e del contagio e anche alterato tutto il nostro modo di relazionarci. La nostra vita è cambiata da un momento all’altro, per questo bisognava fin da subito prevedere che ci sarebbero state delle conseguenze psicologiche legate a tutto questo e in più anche all’isolamento.

Però meglio tardi che mai. D’altronde in Italia usufruire della figura dello psicologo è comunque un retaggio culturale. Ma da buona psicologa che lavora sempre sulle risorse e sulle opportunità mi accorgo che nei momenti di crisi si smuove sempre qualcosa, che sia la volta buona di una rivalutazione della nostra figura dove ogni professionista può mettere in campo la propria capacità al servizio della comunità.

Come comportarsi se un individuo presenta i sintomi di “ansia da limbo”?

Esistono chiaramente diversi livelli di ansia ed è bene imparare a riconoscerne i sintomi per agire quanto prima. Non bisogna arrivare all’ultimo stadio di “emergenza”. L’ansia spesso si può verificare anche a livello psicosomatico con sintomi come insonnia, attacchi di panico, paura di morire, stati alti di nervosismo e aggressività.

La paura è un altro sintomo evidente, e spesso accompagna il soggetto durante ogni momento della giornata, comprese le attività quotidiane che prima non generavano alcuna preoccupazione. Inoltre, se la paura o il nervosismo iniziano a superare i livelli di guardia, conviene sempre rivolgersi ad uno specialista.

ansia da limbo

Ci sono infatti stati d’ansia avanzati che possono poi sfociare in altre situazioni debilitanti, come gli attacchi di panico, il disturbo ossessivo-compulsivo e la fobia sociale, presente spesso a causa del Covid. In tal caso risulta fondamentale il supporto di un bravo psicoterapeuta, non solo per identificare le cause, ma anche e soprattutto per programmare un percorso di guarigione, che richiede comunque tempo e pazienza.

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Testata registrata al Tribunale di Roma in data 5/04/2016 | Fatto con da TechSoup