Morire di calcio: quando il gioco si trasforma in malattia

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Morire di calcio: quando il gioco si trasforma in malattia

Morire a causa del calcio, o meglio di tifo calcistico può sembrare assurdo, ma è purtroppo un dramma frequente che ha radici antiche, risalenti addirittura all’antica Grecia. Di questo parla il libro “Morti di Tifo” approfondimento sui fenomeni di tifo violento.

Il calcio è, lo sappiamo, lo sport nazionale per eccellenza in Italia. Eppure troppo spesso quello che è un momento di aggregazione, di condivisione e di sano agonismo si trasforma in azioni di violenza e vandalismo contro cose e persone in nome della difesa dell’onore della propria squadra. Per capire meglio questo fenomeno abbiamo incontrato SimonPietro Giudice, autore del libro Morti di Tifo, che propone una ricerca di data journalism per analizzare il fenomeno del tifo violento e gli episodi in cui si è manifestato.

SimonPietro, parlaci un po’ di te, di cosa ti occupi? Quali sono le tue “storie di calcio” che ti hanno portato a scrivere questo libro?

Sono un giornalista freelance, scrivo di sport, cultura e società, sono anche un autore tv in alcuni programmi Mediaset.

E sono un tifoso di calcio! Per citare Paul, il protagonista di Febbre a 90°, direi che: «Mi innamorai del calcio come mi sarei poi innamorato delle donne: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente, senza pensare al dolore o allo sconvolgimento che avrebbe portato con sé». L’idea di scrivere questo libro nasce in seguito ad un lungo viaggio in Inghilterra dove ho visto e sperimentato in prima persona la realtà calcistica nell’area geografica in cui è iniziato il fenomeno del tifo violento.

Il calcio è solo uno tra le tante discipline possibili, da dove deriva secondo te tutta questa passione per questo specifico sport? Cosa significa essere un tifoso?

Il calcio è lo sport più seguito nel nostro Paese e nel mondo. È uno sport che nasce come gioco popolare e quindi per tutti, anche se ora i prezzi per seguirlo allontanano il tifoso (penso al costo dei biglietti stadio o alla paytv).

Essere tifoso in fin dei conti può definirsi come inseguire quell’ideale dell’amore romantico in cui è naturale soffrire per ciò che si ama, e infatti il tifoso soffre in modo puramente romantico per la propria squadra.

Lo sport, incluso il mondo calcistico, è segnato da aspetti positivi. Cosa allora fa scattare la violenza? E perché il gruppo non contiene questi episodi che, come dici, diventano una vera epidemia?

Questo sport è presente sin dall’infanzia. Si inizia con le figurine, il fantacalcio, le scommesse, i racconti, fino a seguire in gruppo le partite della propria squadra del cuore.

Il calcio è amore, felicità e gioia. Per il tifoso, esagerare nelle manifestazioni di questi sentimenti significa attestare la propria appartenenza, nel tentativo tipico di ogni gruppo di cementare l’inclusione generando così esclusione. Quanto più si manifesta tanto più si fa parte del gruppo, condizione che farebbe scaturire comportamenti sempre più smodati nel tifoso.

Altro elemento rilevante è quello del processo imitativo trasgressivo che talvolta degenera in strage. Ed è proprio il gruppo stesso involontariamente ad alimentare questo processo di violenza. Capiamo quindi che il concetto di tifo nel calcio può andare ben oltre il semplice amore per la propria squadra.

Nel libro ci racconti che i fenomeni di “malattia da tifo” si possono ritrovare lontano della storia dell’uomo, addirittura all’antica Grecia. Ma ci sono quindi degli schemi che si ripetono?

Fin dagli albori il calcio si è dimostrato uno sport amatissimo ma purtroppo anche caratterizzato da violenza dentro e fuori gli stadi.

Nelle pagine di questo libro viene analizzato e raccontato il fenomeno del tifo violento fin dalle sue origini, partendo dall’antica Grecia e passando per la nascita del supporter rude per eccellenza, l’hooligan, esaminato e messo a confronto con l’ultrà italiano, i suoi modelli, gli stili e la kultura.

Secondo te esistono delle soluzioni possibili o siamo condannati a replicare questi stessi schemi all’infinito?

Sono già stati attuati molti provvedimenti volti a debellare il fenomeno violenza nel calcio. Tra quelli più noti in Europa vi è il modello inglese avviato dal primo ministro britannico Margaret Thatcher, e il D.A.SPO. in Italia.

Nel nostro paese i provvedimenti sono arrivati dopo numerosi decessi che iniziano con il nome di Augusto Morganti nel 1920, passando per Antonio De Falchi nel 1989, fino ad arrivare a Fabio Tucciarello nel 2020, tutti “vittime di tifo” dello sport più popolare al mondo.

Ma per non continuare a replicare gli stessi errori è importante iniziare a lavorare sulla kultura di questo splendido sport.

Credi che potremmo liberarci dall’epidemia delle “Morti di Tifo”?

Le numerose tragedie avvenute nel corso dei decenni hanno sicuramente sensibilizzato gran parte dei tifosi e ridimensionato i dati. Tuttavia, penso che difficilmente si potrà debellare la violenza dal calcio, così come non credo sparirà mai neanche da altri ambiti come la politica, la religione, la cultura e lo sport in generale.

È difficile e sarebbe utopico pensare che con qualche provvedimento si possa placare la violenza, perché in fin dei conti, purtroppo, la violenza è intrinseca nell’essere umano e forse nulla potrà estirparla.

Morti di tifo è la prova che il calcio e i suoi tifosi sono un fenomeno complesso. Una passione mista di cultura, folklore e senso di appartenenza che può andare oltre. Prestare poca attenzione alla fenomenologia dell’epidemia calcistica porta alla mancata comprensione psicologica della folla da parte della politica.

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