Come le donne italiane hanno conquistato il diritto di voto

Come le donne italiane hanno conquistato il diritto di voto

Le donne italiane votarono per la prima volta nel 1946, ma la lotta per il diritto di voto iniziò molto prima. Ripercorriamo insieme fasi e conquiste.

Partiamo dall’inizio.

La battaglia delle donne per ottenere il diritto di voto politico comincia a fine Ottocento quando la dottrina francese socialista di Saint-Simon inizia a divulgare le sue teorie sull’emancipazione femminile. In Italia un sostenitore di queste dottrine era Giuseppe Mazzini, che sosteneva che l’uomo non avesse alcuna superiorità rispetto alla donna.

Ma Mazzini non era l’unico uomo a sostenere questa idea. Un’altra figura di rilievo in questo campo la troviamo infatti in Salvatore Morelli, che presentò il primo disegno di legge che prevedeva la concessione del voto politico alle donne e chiedeva la parificazione a livello giuridico dei sessi.

Queste proposte erano tuttavia ostacolate dal pensiero scientifico del tempo, che riteneva le donne instabili a causa del ciclo mestruale e quindi non adatte a votare. Contro questa concezione e a favore del suffragio femminile si schierò fermamente Anna Maria Mozzoni, la quale sosteneva che dare voce alle donne fosse l’unico modo per modernizzare la società italiana.

Nel 1877 la Mozzoni presentò la prima petizione per il voto politico delle donne, che aprì un dibattito alla Camera ma non portò a niente di concreto. Nonostante questo fallimento, continuò a battersi per il diritto di voto delle donne e anche se i suoi sforzi non furono sufficienti, diedero un importante contributo in questo campo, dando spunto ai movimenti del Novecento.

Il Novecento

Nel 1903 venne firmato da Roberto Mirabelli un disegno di legge che prevedeva l’estensione del voto anche alle donne. Egli fece del suffragio universale uno dei punti cardine del proprio programma politico.

Finalmente la questione iniziava ad avere più risalto e nacque addirittura il Comitato Nazionale pro-suffragio femminile, che propose una nuova petizione scritta dalla Mozzoni e firmata anche da alcune celebri italiane.

Le donne acquisivano sempre più la consapevolezza dell’importanza del voto.

Nel 1908 il Comitato Nazionale organizzò un convegno per discutere di questo tema, sottolineando il paradosso del diritto di voto agli uomini analfabeti ma non alle donne. Nello stesso anno Anna Kuliscioff, moglie di Filippo Turati e anch’essa socialista, si schierò a favore del suffragio femminile sostenendo la necessità di estenderlo da subito, andando contro il marito che si dichiarava favorevole all’estensione del diritto di voto, ma non nell’immediato. 

Le socialiste trovarono sempre più appoggio nel partito e smisero gradualmente di prendere parte agli altri movimenti pro-voto, questo fece in modo che questi ultimi smettessero di essere attivi come prima.

Nel 1912 si ottenne il suffragio universale maschile con la Legge Giolitti ma nel dibattito politico non si parlò per niente delle donne. Questo portò ad un aumento dei Comitati pro-voto e delle manifestazioni che però furono del tutto interrotte a causa della prima guerra mondiale.

Durante la guerra le donne dovettero sostituire gli uomini impegnati al fronte, svolgendo lavori tipicamente maschili e dimostrando così di essere al loro stesso livello. Per “premiarle” il 17 luglio 1919 venne promulgata la legge Sacchi, fondamentale nella lotta per l’emancipazione della donna in quanto elimina la predominanza dell’uomo nella famiglia.

Nello stesso anno venne approvato l’ordine del giorno Sichel, che presentò un disegno di legge che prevedeva l’ammissione delle donne al voto sia amministrativo che politico.

Come le donne italiane hanno conquistato il diritto di voto

Sembrava un punto di svolta, ma…

Il disegno diventò legge ma non arrivò mai in Senato a causa della questione fiumana, che decretò la chiusura anticipata della legislatura, facendo decadere tutte le leggi in attesa di approvazione tra cui, appunto, la Sacchi.

Il fascismo e il suffragio femminile

Vari partiti politici avevano inserito nel proprio programma l’estensione del voto alle donne, tra questi partiti figurava anche quello dei Fasci di combattimento.

Mussolini in un primo momento si dimostrò favorevole a questa iniziativa, dichiarando che “la concessione del voto alle donne in un primo tempo nelle elezioni amministrative in un secondo tempo nelle elezioni politiche non avrà conseguenze catastrofiche […] ma avrà con tutta probabilità conseguenze benefiche perché la donna porterà nell’esercizio di questi vivaci diritti le sue qualità fondamentali di misura, equilibrio e saggezza”.

Nonostante queste dichiarazioni, le donne non ottennero il diritto di voto neppure con il fascismo, dato che il regime tolse a chiunque, uomo o donna, la possibilità di votare.

In questo periodo inoltre, le donne vennero nuovamente relegate ai ruoli di mogli e madri e i loro salari vennero ridotti a meno della metà di quelli degli uomini.

Questa scelta venne giustificata con la presunta minore intelligenza del sesso femminile sostenuta dal fascismo. Si credeva insomma che le donne dovessero rimanere a casa. Ma la seconda guerra mondiale le portò nuovamente a sostituire gli uomini, inoltre, negli ultimi anni furono anche impegnate e protagoniste della resistenza. Questo fa comprendere la forza delle donne e il ruolo fondamentale nella società.

Il dopoguerra e l’estensione del diritto di voto

Durante la guerra era maturata tra i partiti, sopratutto quelli di sinistra, la consapevolezza della necessità di estendere il diritto di voto alle donne. Così, il 30 gennaio 1945, la questione venne discussa come ultimo argomento durante la riunione del consiglio dei ministri. In quest’occasione la maggior parte dei partiti si dimostrò a favore dell’estensione.

Il primo febbraio dello stesso anno venne emanato il decreto legislativo luogotenenziale n. 23, che riconosce finalmente il diritto di voto alle donne di età superiore ai 21 anni, con esclusione delle prostitute schedate che lavoravano al di fuori delle case dove era loro concesso di esercitare la professione.

Questo decreto estendeva l’elettorato attivo anche alle donne, ma non menzionava quello passivo. Cosa significa? Che alle donne era ancora preclusa la possibilità di essere elette. A questa mancanza sopperì però il decreto n. 74 datato 10 marzo 1946, che estendeva l’elettorato passivo anche alle donne di almeno 25 anni.

A conclusione di questo lungo percorso si arrivò al primo voto delle donne, il 10 marzo 1946 alle elezioni amministrative e successivamente alle elezioni politiche il 2 giugno 1946.

di Silvana Deroma

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