Iran: tra proteste e condanne capitali

Iran: tra proteste e condanne capitali

In Iran due ragazzi di 23 anni sono stati condannati a morte per aver preso parte alle proteste in corso ormai da tre mesi. Ecco un piccolo focus sulla situazione attuale.

Quello che sta accadendo in Iran ormai da tre mesi, a seguito della morte di Mahsa Amini, lo sappiamo bene. Era dal 1979 che la repubblica sciita non si rendeva teatro di scontri di una simile portata e sono oggi proprio i principi affermatisi 40 anni fa con la rivoluzione che oggi gli iraniani chiedono di riformare.

Secondo quanto riportato da Amnesty International, dall’inizio delle proteste le autorità iraniane avrebbero arrestato tra le 15.000 e le 16.000 persone. Tra gli arrestati troviamo anche giornalisti, dissidenti del regime, studenti universitari e minori. Purtroppo, il regime non si è fermato agli arresti. Due sono le condanne capitali eseguite nel mese di dicembre 2022, precisamente nei giorni 8 e 12. Le vittime di questa pratica inumana si chiamavano Mohsen Shekari e Majid Reza Rahnavard, avevano 23 anni.

Entrambi i giovani erano accusati del reato di moharebeh che possiamo tradurre come il reato di “fare la guerra Dio”. La particolarità di questo reato è quella di non essere un delitto religioso, anche se la traduzione potrebbe far credere il contrario, né di blasfemia. Il moharebeh è un delitto contro l’ordine costituito e, proprio perché si tratta di un reato ampio e vago, il regime lo utilizza come strumento di controllo. Secondo il Codice penale iraniano, le pene per chi commette il reato di moharebeh vanno dalla morte alla amputazione di un arto e, per i più fortunati, è previsto anche l’esilio.

Proteste in Iran e condanne a morte

Mohsen e Majid sono morti per impiccagione. Mohsen è morto in un carcere vicino a Teheran dove era stato trasferito pochi giorni prima. Majid è stato giustiziato in piazza, nella città di Mashhad, appeso ad una gru di quelle usate nei cantieri edili. La morte di Majid è stata filmata ed il video è stato in seguito diffuso pubblicamente. Non è cosa comune in Iran che le condanne a morte si svolgano in piazza e che si dia l’autorizzazione a filmare tutta la procedura con lo scopo di diffonderla.

Il processo, durato poche settimane, ha visto le vittime assistite da avvocati che non avevano scelto e sembra che le confessioni, necessarie per confermare le accuse e poi le condanne capitali, siano state estorte con la forza. Le condanne a morte seguono un procedimento ben preciso in Iran. L’ultima a pronunciarsi sulla condanna capitale è la Corte suprema iraniana. La vittima non viene messa al corrente del risultato del verdetto e nemmeno della data dell’esecuzione; inoltre le famiglie delle vittime ricevono la notizia della condanna solo dopo che è già stata inflitta.

Alcuni membri del clero sciita si sono detti contrari alle sentenze di morte. Hanno criticato le modalità con cui si sono svolti i processi di entrambi i giovani ovvero a porte chiuse e senza una giuria.

Possiamo considerare queste critiche come un primo segnale di cedimento interno al regime?

Quello che sicuramente possiamo affermare è che le morti dei due giovani non hanno incusso timore e non hanno fermato le proteste in Iran. I manifestanti, alla domanda che cosa ne pensassero delle condanne a morte, hanno risposto in coro: “Per ogni persona uccisa, se ne alzeranno altre mille”. Le proteste dunque continuano, anche se la strada per il raggiungimento di diritti che dovrebbero essere universali sembra ancora lunga.

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