The Cineclub di Davide Manca è molto più di un cinema: vi portiamo quindi alla scoperta di un luogo vivo dove la cultura si condivide tra film, talk, gastronomia e visioni.
Ciao Davide, e benvenuto su OpenMag!
“Per me è davvero un piacere ritrovarti in questa occasione, anche perché con te non si parla solo di cinema, ma di visioni.
Ricordo bene quando, nel 2013, ad una delle feste di Fabrique du Cinéma al MACRO Testaccio, abbiamo avuto modo di proiettare un progetto a cui stavo lavorando. Ed a proposito: proprio dieci anni fa ti avevamo intervistato qui su OpenMag, durante una delle serate di Fabrique.
È bello ritrovarti ora con una nuova sfida culturale tra le mani.
The Cineclub, aperto all’Appio Latino in una ex tipografia anni ’50, non è solo un cinema. È un luogo che unisce proiezioni, incontri, musica e buon cibo. Un posto dove la cultura si vive da vicino, senza schermi nel mezzo.”

Partiamo da qui. Da questa visione che si è fatta luogo.
L’idea di aprire un cineclub proprio in una vecchia tipografia è potente, anche simbolicamente. Ma che visione tiene tutto insieme? È arrivato prima il luogo o prima il progetto?
“È arrivato prima il luogo. Nasce da una personale necessità di avere uno studio, dove sperimentare alcune idee sul mio lavoro: sono direttore della fotografia e mi impegno molto a studiare gli effetti della luce, costruendo strumenti miei, che uso poi sui set. Avevo bisogno di uno studio più ampio per conservare e testare questi dispositivi.
Dopo mesi di ricerca ho trovato l’ex “Tipografia Latina”: 300mq nel cuore del parco della Caffarella, travi in ferro, montacarichi e finestre che affacciano su un vecchio cinema abbandonato, l’Airone. Un ex centro stampa accanto a un cinema razionalista firmato Adalberto Libera, con affreschi futuristi di Capograssi: per un direttore della fotografia ed editore di una rivista sulla nouvelle vague italiana, era un segno.
Non più studio, ma The Cineclub.
Un vero e proprio luogo per il culto del cinema. Un ritrovo, un laboratorio di idee, un hub culturale in un momento in cui i centri di aggregazione spariscono e i cinema classici chiudono.”
Da direttore della fotografia, sei abituato a creare immagini che parlano. Che tipo di immagine avevi in mente quando hai pensato a questo spazio? Come hai immaginato che dovesse “guardare” il suo pubblico?
“Anche qui è stato lo spazio a suggerire la forma. La struttura ha una pianta a ferro di cavallo, con il primo piano che affaccia sul piano terra, come in un teatro elisabettiano.
Questo ci ha indicato dove collocare il palco (in realtà è una pedana alta 5 cm, per non creare distanza tra pubblico e ospiti) e il laboratorio gastronomico alle spalle.
Non può esistere un cineclub senza mangiare e bere. Ma non popcorn e Coca-Cola: bottarga, Franciacorta, menù vegani e… Brasilena!”
La Brasilena, per chi, come noi, è cresciuto in Calabria, è molto più che una bibita. È anche un modo per sentirsi a casa, in un luogo nuovo?
“Si, la Calabria è la terra che non si riesce ad abbandonare. Vivo fuori da più di venticinque anni, ma i suoi sapori e profumi mi sono indispensabili. Per questo non mancano mai prodotti tipici come la ‘nduja di Spilinga, il bergamotto di Reggio Calabria, e ovviamente… la Brasilena della Sila.
Nello specifico la proposta è affidata al direttore Wine e Food Francesco Solano, ex direttore dell’Antico Macello, ristorante gourmet nel centro di Mantova, e a Giorgia Casubolo, chef con anni di esperienza che oggi è protagonista in cucina.”
A proposito di regioni… Ogni mese c’è un focus su una regione italiana, sia nella programmazione che nel cibo. È un modo per raccontare l’Italia da angolazioni nuove? O per creare connessioni più profonde con chi frequenta il Cineclub?
“Questo è forse il format più riuscito. Forse siamo gli unici a farlo così, ma sono sicuro che arriveranno degli emulatori.
Proiettiamo film realizzati o scritti da autori della regione specifica, poi apriamo talk con artisti e istituzioni, sempre in un clima disteso, lounge. Si beve il miglior vino della regione, si degustano i migliori prodotti tipici. La serata marchigiana, ad esempio, ha visto avvicendarsi il King delle olive ascolane e il produttore del miglior gin della regione.
A proposito di gin: siamo diventati fortissimi. Oltre alla selezione giapponese, abbiamo curato le migliori etichette di cinque regioni italiane.”
Che tipo di pubblico abita oggi The Cineclub? C’è uno zoccolo duro? C’è un ricambio generazionale?
“Il pubblico è la nostra vera vittoria, perché non è pubblico: sono soci. La cosa più divertente è che oggi magari sei tra gli ospiti, domani sei un protagonista. Chi ascolta propone, chi propone assiste. È un continuo scambio di ruoli, una comunità attiva, di cineasti e cinefili.
È difficile definire un’età perché non c’è un’età per amare il cinema.”
Avete scelto di aprire solo quattro giorni a settimana. Un ritmo lento, quasi teatrale. Perché questa scelta? Come reagisce il pubblico a un luogo che non è “sempre disponibile”, ma chiede attenzione e presenza?
“Questa è la parte più difficile. Non siamo un locale, né un cinema tradizionale, ma un contenitore di eventi.
Apriamo dal giovedì alla domenica, con programmazioni precise:
- il giovedì Santhorror, il nostro podcast live dedicato agli horror;
- il venerdì Corto Mon Amour;
- il sabato ospitiamo eventi speciali, dalle grandi serie TV italiane alla musica cantautorale dal vivo;
- la domenica è dedicata alla stand-up comedy.”
“Non siamo aperti per cenare e basta”, hai detto in un’intervista. Che rapporto c’è, per te, tra la visione (del film) e l’interazione (con le persone)?
“A cena o al cinema puoi andare anche da solo. Al Cineclub si viene per entrare in una comunità. Per conoscere altri simili, confrontarsi, scambiare idee. Poi certo, si mangia. Il nostro menù parla da sé: qualità della materia prima, attenzione alla provenienza e cura con cui tutto ciò viene servito.
Ma più che dirlo io… dovreste chiederlo a chi lo frequenta!”
Parlare di “comunità” oggi può suonare inflazionato, ma qui sembra un’idea vissuta davvero, come ci accennavi prima. Come si costruisce – nel concreto – una comunità culturale oggi, a Roma?
“Si, forse in parte ho già risposto prima. Ma la verità è che a me piace solo così. Sarà un’avversione alla solitudine, o il fatto che nella vita di set si lavora solo in gruppo: per me creare è una condizione collettiva.
È una mia necessità da anni, nel mio lavoro ho una squadra di almeno una dozzina di persone. Insieme possiamo realizzare tutte le immagini che servono ai registi. È lo stesso spirito che ho voluto portare qui.”
Fabrique du Cinéma continua ad avere una voce originale nel panorama italiano. The Cineclub ne rappresenta, secondo te, una sorta di evoluzione “fisica”? O sono due creature con anime diverse?
“Sono la stessa cosa, ma con ritmi diversi. Fabrique è veloce, dinamico, esplosivo. I nostri eventi raccolgono il furore delle nuove generazioni e finiscono in party con migliaia di persone.
Il cineclub è il contrario: calmo, quotidiano, è un rifugio. Non un evento, ma uno spazio in cui stare senza fretta.
Il contenuto, però, è lo stesso: il cinema. Sempre quello della nuova onda italiana.”
Parlando di “visione”: che tipo di visione pensi serva oggi per fare cultura, in Italia?
“Fare cultura è una responsabilità enorme. Noi ci limitiamo a ospitarla. A offrire un palco, un amplificatore, agli autori che la portano con sé.”
Dove un tempo si stampavano caratteri in piombo, oggi si proiettano visioni. The Cineclub è molto più di un cinema: è uno spazio che invita a rallentare, a partecipare, a restare. Ringraziamo Davide Manca per aver aperto le porte — e il racconto — di un progetto che continua a mettere al centro l’immagine, la comunità e la cultura condivisa.
“The Cineclub si trova a Roma, nel quartiere Appio Latino, in via Lidia 46”
Le immagini sono state gentilmente concesse da The Cineclub, che ne detiene il copyright.
















