Jacopo Reale, tra montaggio e intelligenza artificiale: un nuovo modo di guardare il cinema

Montatore e autore, Jacopo Reale riflette su cinema e intelligenza artificiale. Un’intervista sul futuro dell’immagine e della narrazione visiva.

Nel momento in cui l’intelligenza artificiale entra nel cuore dei processi creativi, tra entusiasmi e allarmi, c’è chi sceglie di osservarla da vicino, con rigore e immaginazione. Jacopo Reale è uno di loro. Montatore cinematografico, autore silenzioso, sperimentatore curioso, ha fatto del montaggio una forma di scrittura e della visione un gesto poetico. In una lunga chiacchierata, racconta il suo percorso tra cinema e AI, sollevando una domanda importante: è possibile costruire immagini cinematografiche con l’AI?

Dalla sala di montaggio alle immagini generate, la sua traiettoria apre una riflessione profonda su sguardo, linguaggio e nuove forme di narrazione visiva.

Una riflessione che tocca anche noi, spettatori, lettori, creativi. In un mondo in cui l’immagine è ovunque, dove guardare è diventato un gesto quotidiano e distratto, Jacopo invita a fermarsi. A osservare con attenzione. A pensare per immagini, ma anche attraverso di esse.

L’autorialità invisibile: il montaggio come gesto narrativo

C’è un momento, nei lavori di Jacopo Reale, in cui l’immagine smette di rincorrere lo sguardo e comincia a trattenerlo. Non è un effetto. È un tempo che si dilata, uno sguardo che scivola via, un silenzio che si fa spazio tra le inquadrature. Succede nei film che ha montato di Ciro De Caro. Succede nei documentari. E – forse sorprende di più – succede anche nei suoi recenti esperimenti con l’intelligenza artificiale.

Perché se c’è una cosa che Jacopo ha imparato in quindici anni di lavoro nell’industria cinematografica è che la visione non è mai solo ciò che si mostra. È un’attitudine. Una forma di ascolto.

Per lui, montare significa cercare un tempo, un ordine, un’emozione. Non è solo post-produzione: è scrittura visiva. È scegliere, sottrarre, ascoltare il ritmo nascosto nelle immagini. Jacopo ha lavorato con la pubblicità, è passato al documentario, poi al cinema. Commedia, horror, drama: ha montato di tutto. E in questa libertà ha trovato la sua cifra.

Una delle collaborazioni più emblematiche è quella con Ciro De Caro, regista di un cinema d’autore fatto di verità e passione. “Ciro lascia molto spazio agli attori, ogni ciak è un microcosmo. E al montaggio devi trovare la strada. Il racconto si scrive anche lì, nel taglio, nel silenzio, nella sequenza.” È in questo spazio invisibile che si rivela l’autorialità del montatore: più simile all’ascolto che alla direzione.

Dalle immagini alla domanda: può l’AI raccontare davvero qualcosa?

L’anno scorso, in un momento di pausa lavorativa, l’incontro di Jacopo con l’intelligenza artificiale. “Mi trovavo all’estero, avevo un po’ di tempo. Così ho cominciato a studiarla. Da solo, partendo con Midjourney.” Ma Jacopo non si è fermato alla teoria: voleva capire se fosse possibile costruire un racconto cinematografico con strumenti generativi. “Non mi interessava creare immagini belle. Mi interessava capire se questi strumenti potevano generare immagini cinematografiche. E se era possibile raccontare davvero qualcosa.”

Il primo esperimento è stato un cortometraggio intitolato The Snail, grezzo, rudimentale ma necessario per capire. Seguito successivamente da “This footage does not exist in the real world”, un montaggio di immagini AI accompagnate da una domanda: “Will generative AI transform how we make movies?”

Il video è diventato virale: oltre 26 milioni di visualizzazioni in pochi giorni, condiviso da canali internazionali, spesso senza crediti. “Non me lo aspettavo. L’ho fatto per stimolare una riflessione tra colleghi. Mi sembrava assurdo che nessuno ne parlasse davvero nel mondo del cinema. Si discuteva delle sceneggiature, dello sciopero degli autori a Hollywood, ma non del potenziale visivo e creativo. Così ho voluto provocare, mettere quella domanda al centro.

Non pensavo lo vedessero milioni di persone. Si trattava di un video di due minuti e mezzo, non certo un contenuto da 15 secondi pensato per TikTok. Non virale per costruzione, ma forse capace comunque di intercettare qualcosa di profondo. La paura che l’AI ci rubi qualcosa, senza capire che può anche restituirci nuovi strumenti per dire ciò che prima era più difficile.”

Love at First Sight: narrazione breve, emozione piena

Quella domanda – sul futuro della narrazione – ha portato Jacopo a Love at First Sight, cortometraggio realizzato per il lancio di Kling 2.0.
Il progetto nasce da un invito inaspettato: Jacopo viene selezionato tra tre artisti AI nel mondo, contattato direttamente dal team Kling (nda una delle piattaforme più avanzate nel campo dei video generati con intelligenza artificiale, capace di trasformare testi e suoni in scene visive complete).

“Nel frattempo molte persone mi contattano, entro in una società di Berlino molto importante come regista AI. E poi Kling mi scrive per chiedermi se voglio fare un promo per il nuovo loro modello, il 2.0. Mi dicono: ‘Abbiamo selezionato tre artisti AI nel mondo, e uno di questi sei tu’. Non lo dico con vanto, lo dico con stupore.”

Il corto nasce da un’idea precedente, più complessa, che è stata semplificata per assecondare le potenzialità dello strumento. La storia è ridotta all’essenziale: un pastore, una ragazza in bicicletta, uno sguardo.

“Mi interessava lavorare sul concetto di osservazione. Chi guarda chi? Chi sta immaginando? È lui che si fa un film su di lei o è lei che guarda un quadro e immagina lui?”

La struttura è circolare. Il pastore legge un libro, viene osservato da una ragazza, immagina una storia d’amore. Ma alla fine scopriamo che è lei a guardarlo in un quadro.

“Mi piaceva l’idea che tutto fosse un’illusione, un’emozione costruita sull’osservazione. Perché alla fine non importa se è reale o generato: ciò che conta è se ti tocca.”

Il corto non ha dialoghi. Non c’è voiceover. Solo sguardi, silenzi, piccoli gesti. “Non mi piace il voiceover. E la tecnologia non era pronta per far parlare i personaggi. Così ho scritto una storia fatta di occhi bassi e imbarazzi. E quello che mi ha sorpreso è che il modello ha restituito la timidezza del protagonista meglio di come avrei potuto immaginarla. Senza forzature. Con naturalezza.”

Jacopo riflette: “Non è il prompt che fa la differenza, ma la capacità di rielaborare. L’AI ti mette alla prova. Non ha un pensiero montato: glielo devi dare tu.”
È qui che torna il suo mestiere. Dare ritmo, struttura, senso. Fare montaggio anche di immagini generate.

Visione e futuro: perché serve pensare per immagini

Per Jacopo, l’intelligenza artificiale non sostituisce il lavoro dell’autore. Lo obbliga a scegliere meglio. “L’AI ti dà qualcosa, ma sei tu a darle struttura, direzione, significato. Puoi unire stili, luci, estetiche. Creare qualcosa che prima non esisteva.”

Non teme l’evoluzione. Al contrario, la osserva con lucidità: “Un giorno ai bambini non chiederemo più di scrivere un tema, ma di raccontare una storia realizzando un video. La grammatica dell’immagine diventerà parte del pensiero. Il montaggio sarà una lingua madre.

La sua non è una visione futurista, né nostalgica. È concreta. “Anche con l’AI, il mio lavoro resta lo stesso: trovare il cuore di una scena. Lasciare emergere ciò che emoziona.”

Tra paura e possibilità: cosa cambia davvero con l’AI?

Quando gli chiedo se un’immagine generata possa suscitare la stessa emozione di un attore in carne e ossa, Jacopo riflette: “Questa obiezione parte da un fraintendimento. Non si tratta semplicemente di chiedere qualcosa a un algoritmo e attendere una risposta. Si tratta di lavorare con l’AI, di modellarla, guidarla, elaborare.”

Ci racconta che il paragone con l’attore reale non regge se si considera l’evoluzione delle tecnologie: “Stiamo già assistendo a una progressiva capacità di trasferire espressioni facciali, gesti e sfumature emotive da interpreti reali a personaggi digitali. Pensare che non possano emozionare è come sostenere che un film d’animazione non sia in grado di commuovere o coinvolgere. Il nodo non è la natura dell’immagine, ma la qualità della visione che vi è impressa.”

Una nuova grammatica visiva

Secondo Jacopo, il valore produttivo ed economico che ruota attorno alla creazione dell’immagine sta cambiando radicalmente. “Si stanno aprendo altre strade, altri mercati. Non sarà il grande cinema a trarne subito vantaggio, ma realtà più agili: piattaforme mobile, contenuti brevi, mini drama, spot. Luoghi dove l’innovazione può sperimentare senza dover chiedere permesso.”

Negli ultimi mesi, Jacopo ha fondato, insieme ad alcuni soci, Labyrinth Studio, una realtà produttiva dedicata al video breve, con l’ambizione di portare l’autorialità del cinema nei nuovi linguaggi generativi. “Vogliamo dimostrare che anche un contenuto di due minuti può raccontare qualcosa di profondo. Che si può fare storytelling breve con dignità estetica.”

Labyrinth Studio è nato da poco, ma il pensiero è chiaro: “L’AI non abbassa la qualità. La sposta. E ci obbliga a capire cosa conta davvero: l’idea, la sensibilità, la visione.”

Il progetto nasce per portare l’estetica e la profondità narrativa del cinema nel linguaggio dell’AI, producendo video brevi che raccontano storie vere, emozionanti e visivamente curate. L’obiettivo è ridefinire il concetto di contenuto breve: non più meme o clip virali, ma racconti d’autore accessibili anche a chi, prima, non aveva i mezzi per produrli.

Una visione che si estende anche al branded content, con un modello di advertising narrativo in cui il valore risiede nell’idea e nella scrittura, più che nella sola resa tecnica. Labyrinth è una scommessa sul futuro: un luogo dove la creatività torna al centro e il cinema trova nuovi spazi per esistere.

E forse, alla fine, è proprio qui che sta il nodo. In un tempo in cui tutto sembra urlare, l’opera di Jacopo Reale ci invita a rallentare. A guardare meglio. A ritrovare, anche nell’artificiale, un frammento di vero.

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