Guardare all’alcol con occhi nuovi: dalla cultura del brindisi alla libertà di dire “no, grazie”.
C’è stato un tempo in cui sollevare un calice era un gesto automatico. Oggi, però, qualcosa scricchiola. E se quel bicchiere, celebrato come innocuo e conviviale, non fosse poi così innocente? Non per tutti, almeno, ma per alcuni inizia a insinuarsi un dubbio, e con lui una nuova visione.
È da qui che prende avvio la riflessione proposta dalla Dott.ssa Silvia Goggi, medico nutrizionista, direttrice scientifica e fondatrice dell’app Planter, nonché voce del podcast Un pasto alla volta.
Nell’episodio “Alcol? No, grazie!”, uno dei più discussi e condivisi, la Dott.ssa Goggi smonta con metodo e chiarezza l’idea dell’alcol come innocuo compagno sociale, raccontando – con rigore ma senza crociate – che cos’è davvero: una sostanza tossica, psicotropa, cancerogena, che crea dipendenza. Un rischio reale, eppure ancora sorprendentemente trascurato.
Non è una provocazione. È una questione di onestà intellettuale e di scienza.
Di quelle che ogni tanto servono, anche quando danno fastidio.
E il punto non è giudicare, ma informare. Fare luce.
Lo dice lei stessa: non è proibizionista. Il suo obiettivo è “informare le persone su ciò che dicono le evidenze scientifiche”.
Una posizione netta, ma aperta. Documentata, ma accessibile.
E intanto, con piccoli passi, quella visione inizia a farsi realtà: nei cocktail analcolici serviti con la stessa cura dei classici, nelle bottiglie di vino dealcolato, nella voce sempre più sicura di chi sceglie di dire “no, grazie” senza sentirsi fuori posto.
E intanto il mercato si muove.
Secondo un’analisi di IWSR Drinks Market Analysis, il comparto delle bevande low e no-alcol ha registrato una crescita del 7% a livello globale solo nel 2023, e si prevede che raggiungerà i 15 miliardi di dollari entro il 2028.
Il coraggio di guardare l’alcol per quello che è
Ci sono argomenti che chiedono tatto. Altri che richiedono dati.
E poi ce ne sono alcuni che esigono una cosa ancora più rara: il coraggio di rimettere in discussione ciò che abbiamo sempre considerato “normale”.
“Non esiste un consumo sicuro di alcol”, afferma la Dott.ssa Goggi nell’episodio numero 12. “Ogni quantità è potenzialmente dannosa”. E prosegue: l’etanolo – l’alcol contenuto nei drink – è la stessa sostanza che si utilizza per disinfettare. Eppure lo ingeriamo. Spesso con leggerezza.
L’etanolo non è un nutriente: è una sostanza tossica che viene gestita dal fegato come una sorta di emergenza. Il nostro organismo lo metabolizza rapidamente per disintossicarsi, ma questo processo crea sottoprodotti tossici e infiammatori, che danneggiano diversi tessuti, soprattutto se il consumo è cronico.
Le conseguenze sono molteplici e documentate: danni al fegato, alterazioni del microbiota intestinale, aumento del rischio di tumori (bocca, gola, colon, seno), impatti sul sonno, sulla glicemia, sulla memoria, sulla pressione.
L’alcol, infatti, agisce anche a livello neurologico: potenzia la dopamina, e quindi regala una sensazione di benessere e rilassamento. Ma è un piacere che non dura. A lungo andare, il cervello “si adatta” e chiede dosi sempre più alte per lo stesso effetto. È così che nasce la dipendenza.
E qui arriva una delle frasi più spiazzanti dell’episodio: «Sembra una provocazione, ma almeno l’arsenico non crea dipendenza».
Eppure, parlare di alcol in questi termini crea ancora resistenza. Perché l’alcol è cultura. È abitudine. È rito. Ed è esattamente lì, nell’intreccio tra normalità e dipendenza, che si nasconde la vera domanda: cosa cerchiamo davvero in quel bicchiere?
La sobrietà come gesto culturale
La novità più interessante è che la rinuncia all’alcol non è più solo un’esigenza medica o un atto radicale.
Sta diventando una scelta culturale. Una pratica condivisa. Un modo diverso di stare in compagnia.
Una cultura che non ha bisogno dell’alcol per stare in piedi.
La Dott.ssa Goggi lo osserva con lucidità: il consumo di alcol è incoraggiato da un marketing aggressivo e da una narrazione estetizzante. Le immagini patinate del brindisi perfetto, del vino “premio dopo una lunga giornata”, della birra “rilassante”.
E poi i meme, i reel, le magliette ironiche: “ma io bevo solo il venerdì… dalle 18 alle 3”.
Un paragone potente viene fatto con il tabacco. Per anni, anche le sigarette erano considerate normali. Poi sono arrivate le etichette shock, il divieto di fumo nei locali, la consapevolezza pubblica.
Oggi sappiamo che il fumo uccide. Con l’alcol, invece, no: nessuna etichetta avverte del rischio tumore. Nessuna campagna istituzionale fa davvero informazione.
Il problema, sottolinea, non è solo personale: è sociale, strutturale. E anche se non dice esplicitamente che lo Stato “guadagna sui vizi”, lascia intendere che la mancanza di informazione istituzionale è parte del problema.
Oltre l’abitudine: una nuova ritualità
Molte persone, racconta la Dott.ssa Goggi, dicono di bere “solo ogni tanto”.
Ma quel “ogni tanto”, spesso, diventa molto. Una birra la sera per rilassarsi, un bicchiere di vino a cena, un cocktail nel weekend… “È un attimo sforare”, dice.
Soprattutto in un contesto dove chi ordina un’acqua tonica viene ancora guardato con sospetto.
E allora si apre una domanda più ampia, quasi filosofica: di cosa è fatto il nostro brindisi?
È un gesto sociale, un bisogno emotivo, una scusa per rompere il ghiaccio, o un automatismo che ripetiamo senza pensarci?
La proposta non è quella di privarsi, ma di sostituire.
Se è il gesto che conta, si può aprire una birra 0.0.
Se è il gusto, esistono ginger beer, kombucha, shrub, infusi, analcolici d’autore.
Se è il rito, si può inventarne un altro. Magari più gentile con il corpo. Magari più onesto con il desiderio.
La sobrietà non è sempre un “no”: a volte è un “sì” a qualcosa di diverso.
Una piccola forma di libertà.
Una visione più limpida
Smetteremo tutti di bere? Difficile. E nemmeno necessario. La domanda non è “bere o non bere?”, ma: “cosa cerco, quando bevo?”
Se la risposta è compagnia, rilassamento, disconnessione… allora forse non è l’alcol l’unica strada.
O almeno, non l’unica da percorrere ogni volta.
Non è una gara a chi è più puro. È una domanda da farsi, ogni tanto. Un “e se provassi a guardarlo da fuori?”. Per alcuni, come per la Dott.ssa Goggi, è cominciato così.
E in fondo, rinunciare a qualcosa non è sempre una perdita.
A volte è un’apertura. Uno spazio nuovo, dove guardare le cose con più nitidezza.
Più che una rinuncia, è una visione.
Una visione sobria, sì. Ma anche più lucida, più vera. E forse, anche più libera.

