Riccardo non si nasconde. Non cerca di sembrare “più normale”. Non si scusa per ciò che è, né per come si esprime. Eppure, non è affatto freddo, né distante. È solo diretto. È uno di quei ragazzi che, quando parlano, ti obbligano ad ascoltare davvero.
L’ho incontrato in una stanza qualunque, dentro un progetto dedicato ai giovani neuro divergenti. Nessuna retorica. Nessun filtro. Solo lui, con la voce un po’ ruvida e le idee chiarissime: Riccardo è autistico. Ma, soprattutto, è Riccardo.
«Questo non è solo per noi, ma è anche su di noi»
Quando gli chiedo come si trova all’interno del progetto residenziale in cui vive, sorride, accende una sigaretta e parte diretto:
«Sembrava un bel progetto. Ma poi ho capito che non siamo solo utenti. Siamo anche “cavie”. Come ho saputo della possibilità di stare in una casa dove mi fosse possibile essere più autonomo sono subito corso a firmare senza pensare troppo a leggere tutte le clausole, cosi adesso mi ritrovo con orari di rientro “fortemente consigliati” e routine “imposte dall’alto».
Eppure, non si lamenta tanto delle regole che gli sono state date. È consapevole. Ha firmato. Ha scelto. Ma rivendica il diritto a essere trattato da pari, non da bambino: «alcuni educatori ci infantilizzano. Ma io non ho sei anni. E se mi tratti così, mi girano le balle», dice, senza rabbia, ma con fermezza.
Gli ostacoli del capire le persone intorno
Una delle cose che fa più fatica a comprendere è quando le persone hanno delle aspettative solo perché una persona si è mostrato in un certo modo: «per esempio: i miei genitori mi chiamano genio. Ma io prendevo sei a scuola, certo non studiavo ma non sono un genio solo per questo. Alla fine dopo questi risultati i miei hanno iniziato ad aspettarsi da me un incredibile percorso universitario nel quale io però non mi sono mai rispecchiato».
Non capisce perché tanti si aspettino coerenza dagli altri, come se le persone non potessero cambiare. «Se oggi uno fa una cosa, domani potrebbe non farla più. Che problema c’è?», si chiede.
E anche i piccoli gesti di gentilezza “vuota” gli risultano faticosi: «le chiacchiere di cortesia sono pesanti. Devo trattare da amico qualcuno che non sopporto o che non conosco, non è facile per me essere quello che non sono e soprattutto non capisco perché devo mentire».
Le relazioni significative in un mondo pieno di incomprensioni
Nonostante tutto, Riccardo ha costruito delle relazioni solide. Non molte, ma vere. E tra queste, c’è la sua ragazza: «lei è stata la persona più veloce a capirmi e a togliermi tutto il peso di “fingermi neurotipico”. Non avevo mai pensato che potesse esserci questo rapporto con qualcuno e nonostante non lo dimostri nel modo giusto mi sto impegnando a migliorare per avvicinarmi a lei, a volte anche senza capirla».
A volte fa fatica a comprendere le esigenze emotive degli altri, soprattutto se non coincidono con le sue. Ma è pronto a imparare: «fino a poco tempo fa non capivo per esempio che alcune persone quando sono scosse o tristi hanno bisogno di un abbraccio».
Riccardo non è chiuso. Non è rigido. È solo estremamente coerente con sé stesso. E questo lo rende, in un certo senso, straordinariamente affidabile.
Routine, musica, zucchine
Le sue fissazioni? Piccole abitudini che lo tengono in equilibrio: indossare sempre gli stessi vestiti, ascoltare le stesse canzoni in loop, mangiare sempre gli stessi piatti.
«La settimana scorsa ho assaggiato le zucchine per la prima volta. Mi sono piaciute. Ma non le mangerò di nuovo. Non sono nella mia routine. Però so che, se ho solo quello, posso mangiarle».
Non è testardaggine. È il suo modo di esistere e per quanto ci possa sembrare contraddittorio, per un neuro divergente come Riccardo è l’unico modo di vivere.
Il valore del pensiero
Riccardo ama le conversazioni dinamiche, piene di ragionamenti e che necessitano grandi energie mentali: «mi piace quando una persona mi fa ragionare. Quando mi dice: ‘Non sono d’accordo, e ti spiego perché’. Non sopporto chi dice solo: ‘Mi piace di più’. Che discussione è?»
Parla con passione di astronomia, della sua curiosità per il cosmo, ma anche cose di cui non ha mai sentito parlare. Vuole ascoltare e imparare. E vuole essere ascoltato.
«Parlare mi aiuta anche a sapere come comportarmi. È come se studiassi gli altri attraverso le parole che scambiamo».
Essere autistico non significa avere un problema
Quando gli chiedo se è orgoglioso del suo autismo, non esita neppure un secondo: «Molto. Non è un disturbo come molto spesso ho sentito chiamarlo. È una parte di me che ho imparato a conoscere. Non ho mai avuto particolari aiuti durante l’infanzia e questo mi ha aiutato a viverlo nella maniera più diretta possibile».
Alla fine dell’intervista, con un mezzo sorriso, aggiunge: «mi ha fatto piacere parlare del mio essere autistico e soprattutto sapere che qualcuno mi ha voluto ascoltare davvero».
Riccardo è uno. Ma anche tanti
Riccardo non rappresenta tutti. Non vuole farlo. Non pretende di parlare “per” gli altri. Ma nella sua storia – così vera, così specifica – c’è qualcosa che riguarda tutti noi: il diritto a non dover giustificare il proprio modo di stare al mondo.
Ascoltarlo non è facile, a volte. Ti spiazza. Ti costringe a mettere in discussione le tue stesse parole gentili, i tuoi gesti automatici. Ma proprio per questo, la sua voce è necessaria.
Perché Riccardo non chiede di essere incluso. Ti chiede solo di essere visto, per quello che è. Intero, contraddittorio, umano.
A cura di Marco Rizzo

