Alla scoperta della figura professionale dell’operatore sociale. Professionisti, come psicologi, che assistono per molte ore settimanali chi ne ha bisogno
di Debora Fontana
L’operatore sociale spesso si ritrova a bussare a porte di persone sconosciute senza sapere cosa ci sia dietro quella porta: ogni volta una emozione diversa, una nuova storia che comincia, un’altra vita che incontri e, nonostante gli scenari hanno spesso qualcosa in comune, c’è sempre una forte emozione con cui fare i conti. Così quando bussi a quella porta in un secondo ti affiorano nella testa tante domande, tanti pensieri che durano l’attimo di un suono di campanello. Dietro quella porta si incontra spesso tanta sofferenza ma spesso attraverso la sofferenza un inno alla vita per tutto quel di buono che ancora ti regala. Persone sole che hanno bisogno di aiuto.
Quello che a ciascuno di noi sembra così scontato: vestirsi, lavarsi, mangiare, sorridere, camminare, per molti diventa una fatica insormontabile. Nel caso in cui la persona non riesce a lavarsi questo diventa un contatto molto forte sia per l’utente che per la persona: il primo deve essere disposto ad essere “invaso” e toccato nella sua intimità e l’operatore ha a che fare con questa nuova dimensione dove sa di essere indispensabile ma allo stesso tempo “intrusivo” per questo è importate prendere consapevolezza di quanta discrezione e rispetto deve poter esserci in ogni singolo gesto.
Un altro punto con cui l’operatore si scontra è la solitudine di queste persone, persone che spesso non vedono l’ora di incontrarti per poter scambiare una chiacchiera, un sorriso, arrabbiarsi, sfogarsi, essere coccolate anche solo con uno sguardo, quegli sguardi che a volte ti toccano in fondo al cuore per l’immensa gratitudine che ti riservano per avergli donato una parte del tuo tempo. Dietro una persona diversamente abile spesso c’è anche il vissuto della propria famiglia spesso abbandonata a se stessa, e isolata dalla società. Spesso ad avere a che fare con tanta solitudine e tanta rabbia è proprio la figura dell’operatore: solo accogliendo tali difficoltà, attraverso il confronto la famiglia comincia ad essere vista creando un varco di comunicazione tra lei e la figura dell’operatore chiamata RELAZIONE.
Così è successo anche a me quando entrai quel giorno a casa di A., una persona anziana che apparentemente viveva sola in compagnia di un simpatico cagnolino nero. Quel giorno ero andata a sostituire una collega e ad accogliermi dietro quella porta solo il dolce sorriso di A., una donna di circa 70 anni affetta da elefantiasi (malattia acquisita che provoca un vistoso gonfiore delle gambe che diventano tubolari e grosse facendole assomigliare a quelle dell’elefante). Era seduta in questa cucina grande e molto luminosa. Dopo che ci siamo presentate e scambiate poche chiacchiere A. mi chiese di aiutarla con una pedicure visto che questa malattia le provocava una pelle così dura sotto i piedi da creargli difficoltà nella deambulazione. Mi chiese tutto con tanta dolcezza e cortesia chiedendomi spesso “scusa” dell’avermi chiesto quel “piacere” quasi come se si sentisse a disagio e un po’ in colpa. Mentre l’aiutavo con la pedicure la tranquillizzai dicendo che ero li per lei e non c’era motivo di sentirsi a disagio. Ci divertimmo molto in quelle due ore trascorse insieme anche se notavo quel simpatico cagnolino che ci gironzolava intorno fermarsi spesso davanti una porta chiusa che si trovava giù in fondo al corridoio come in attesa di qualcuno per poi tornare felice da noi a farci le feste. In quelle poche ore A. mi disse che aveva difficoltà economiche e che con quella sua poca pensione doveva non solo mantenere lei ma anche la figlia e il cognato che avevano perso il lavoro. Suonarono al campanello ed era un giovane ragazzo che gli aveva portato un vassoio pieno di cibo salutandola con un dolce sorriso e augurandole buon appetito. Vedendomi un po’ perplessa su quello che stava succedendo A. si confidò dicendo che proprio a causa di queste condizione economiche povere i vicini del pianerottolo a turno avevano deciso di portargli ogni giorno il pranzo. Mi raccontava tutto ciò con un’aria nostalgica e per un attimo i suoi occhi si rabbuiarono, ma ecco che a togliere quel buio venne di nuove quel simpatico cagnolino che incomincio a tirarle la vestaglia e a giocare con lei, poi venne da me qualche coccola e di nuovo davanti quella porta chiusa in fondo al corridoio. Non sapevo bene perché ma avevo la sensazione che quel cane avesse la missione di portare allegria in una parte di quella storia che la signora probabilmente mi aveva omesso, ma andai avanti nel parlare con A. più la conoscevo e più il suo cuore si apriva a me, mi disse che potevo essere una sua nipote se solo l’avesse avuta, silenzio e di nuovo quell’ombra negli occhi.
Il tempo passò molto velocemente in quella casa e la gentilezza della signora era qualcosa di unico e raro tanto da commuovermi. Prima di salutarmi i suoi occhi si riempirono di emozione e mi disse che quel giorno un angelo mi aveva mandato da lei, aveva ascoltato le sue preghiere e mentre mi abbracciava sentivo un forte calore e la mia attenzione tornò subito al cane che venne a salutarmi per poi tornare davanti quella porta misteriosa. Prima di andarmene salutai per l’ultima volta la dolce signora e le chiesi “scusami ma non ho potuto far a meno di notare che quel cane per tutto il tempo che sono stata qui veniva da noi, giocava e poi però torna puntualmente davanti quella porta chiusa, deve esserci davvero qualcosa di interessante per lui lì dentro, forse qualche buon sacco di crocchette” sorrisi. La signora guardò il cane e poi con una espressione totalmente diversa mi disse “si, lì dentro c’è qualcosa di veramente prezioso per entrambi, c’è la sua padrona, mia figlia, che da mesi lotta con la depressione e non esce più da quella stanza se non per pochi istanti, probabilmente lui, come me, spera che lei possa uscire una volta per tutte da quella maledetta porta e riportarci il suo sorriso di cui non abbiamo più ricordo!”.
All’improvviso cadde il silenzio sentii dentro di me un gelo e tra me e la signora non ci furono più parole se non teneri e commossi sguardi. Lei chiuse la porta e io ci misi qualche minuto per riprendermi e fare i primi passi verso l’ascensore. Quando uscii da quel palazzo la pioggia mi venne in aiuto per nascondere le lacrime che accompagnavano il mio ritorno a casa.
