Cento anni fa nasceva il grande Mario Monicelli. Allergico alla qualifica di autore, ha ambientato molte sue commedie nel passato in cerca della radice dei mali italiani
Il più impegnato tra i registi brillanti o il più brillante tra i registi impegnati? Mario Monicelli probabilmente è entrambe le cose. Non accetta mai di essere definito autore, perché nessun film è di una persona sola. Lo dichiara per una vita intera: il cinema è un’arte collettiva, realizzata da un gruppo in cui il regista è solo quello che ha più responsabilità di tutti. Autore no quindi, ma polemista sicuramente sì. Passando dal comico al grottesco, al drammatico, la sua straordinaria filmografia racconta un’Italia nata irrimediabilmente male, ai cui difetti non bisogna però mai rassegnarsi. Forse più di tutti i grandi suoi pari, è il “cineasta della Storia”. A volte, come con La Grande guerra, contribuisce a riscriverla. Oltre al capolavoro con Sordi e Gassman, ci sono, tra gli altri, la Liberazione di Cari fottutissimi amici, la Guerra d’Africa di Le rose del deserto, le lotte operaie ottocentesche de I compagni, la Roma papalina de Il Marchese del Grillo, il ‘500 de I picari, il Medioevo de L’Armata Brancaleone.
Forse perché la famiglia in cui Monicelli nasce, il 16 maggio 1915, è di quelle che la Storia la vivono dall’interno. Nato a Roma, trascorre l’infanzia tra la Toscana, Milano e Bologna. È il secondo di quattro fratelli. Sua madre, Maria Carreri, è una donna pochissimo istruita ma di grande carattere e intelligenza. Suo padre Tomaso è un importante giornalista socialista che, con la Prima Guerra Mondiale, si converte al nazionalismo e parte volontario; si avvicina al fascismo, diviene direttore del Resto del Carlino ma cambia radicalmente (e pubblicamente) opinione dopo il delitto Matteotti. In casa sua e in quella di suo zio Arnoldo Mondadori, il futuro regista vede sfilare fior di intellettuali e giornalisti famosi che in privato parlano malissimo di Mussolini e del fascismo e poi sui giornali si producono in elogi sperticati del regime e del suo capo.
Dall’età di 5 anni, la madre spedisce Mario e il fratello maggiore Giorgio al cinema per interi pomeriggi, per potersi occupare in pace dei due figli minori. L’interesse per lo schermo nasce così, anche se per tutta la giovinezza la sua ambizione è diventare romanziere. Nel 1934 realizza il cortometraggio Il cuore rivelatore tratto da Edgar Allan Poe e lo invia, senza successo, ai Littoriali. L’anno successivo gira il lungometraggio I ragazzi della via Paal, vince la sezione “a passo ridotto” del Festival di Venezia e ottiene un contratto da aiuto-regista.
Dopo la guerra torna a Roma, dove registi e sceneggiatori squattrinati, radunati in grandi comitive chiassose, affollano quotidianamente le trattorie e i bar tra Piazza di Spagna e Piazza San Silvestro. I soldi per ordinare sono sempre pochissimi ma tra quei tavoli caotici si versano fiumi di inchiostro in soggetti e sceneggiature, preparando i vent’anni più gloriosi della storia di Cinecittà. Monicelli fa due incontri fondamentali: diventa assistente di Pietro Germi e inizia a lavorare in coppia con Stefano Vanzina, in arte Steno. La coppia conquista un buon successo con il cinema di genere ma si afferma soprattutto dirigendo Totò, del quale sono i primi a valorizzare anche il lato drammatico, ad esempio con Guardie e ladri (1951), insieme ad Aldo Fabrizi. Il sodalizio si scioglie nel 1953. Steno diventerà un campione della commedia di costume “all’americana”. Monicelli invece immagina un genere che superi i limiti del Neorealismo, riprenda l’antica tradizione della Commedia dell’arte e sappia parlare al grande pubblico dei problemi della società: sta per nascere la Commedia all’italiana. Ambientazioni drammatiche, provocazioni (anche politiche), niente lieto fine.
Sei nomination agli Oscar (senza mai vincere), tre premi a Venezia, tre al Festival di Berlino, più tanti altri, Monicelli può vantare un altro importante riconoscimento: quello di regista in assoluto più bersagliato dalla censura. Il suo Totò e Carolina nel ’53 viene bloccato per oltre un anno e subisce 83 tagli. La storia di un poliziotto che deve riportare al suo paese una giovane sbandata con foglio di via, che si scopre anche essere incinta, è considerata scabrosa. Inoltre la pellicola contiene numerosi sbandamenti politici, sia a destra (Totò si qualifica sempre come Agente dell’Urbe, come durante il fascismo) che a sinistra (il poliziotto sta per cadere in un burrone ed è salvato da un gruppo di comunisti diretti alla Festa dell’Unità). Il film, ormai diventato un caso sulla stampa, esce nel 1955 ma il sottosegretario allo Spettacolo Oscar Luigi Scalfaro ne blocca la distribuzione all’estero, per “tutelare” l’immagine nazionale.
Se censura e critica lo detestano, il pubblico gli tributa da subito un grande successo. Probabilmente è la sua visione del cinema come “arte collettiva” a dargli una predisposizione naturale per i film corali. La consacrazione definitiva arriva nel 1958 con il trionfo al botteghino de I soliti ignoti. Con un cast strepitoso (Totò, Mastroianni, Salvatori, l’esordiente Claudia Cardinale e molti altri), su una trama “noir” che vuole parodiare il polar francese, il regista e gli sceneggiatori Age e Scarpelli e Suso Cecchi D’Amico ufficializzano la nascita della commedia italica. Monicelli per la prima volta si dimostra capace di riplasmare completamente la fisionomia (e la carriera) di un attore. Il protagonista Vittorio Gassman, fino ad allora confinato in parti sinistre e negative, viene trasformato in una perfetta maschera comica con parrucca, profilo modificato, la dizione teatrale convertita alla balbuzie. Il film partorisce anche due storici caratteristi: Tiberio Murgia, cameriere sardo che diventerà il siciliano per eccellenza del nostro cinema, e “Capannelle” Carlo Pisacane, anziano filodrammatico napoletano che il regista decide di vestire da fantino e convertire al dialetto bolognese.
L’anno successivo, La Grande guerra mostra per la prima volta la vera, terribile vita dei soldati nelle trincee del Carso. Durante la lavorazione le polemiche fioccano, si parla di vilipendio alle forze armate (si tratta sempre di attacchi feroci verso film che nessuno può aver ancora visto). E come al solito, il risultato finale mette a tacere tutti. Il capolavoro con Sordi, Gassman e Silvana Mangano, ancora una volta circondati da eccellenti comprimari, non sminuisce affatto l’eroismo italiano del ’15-’18 ma anzi lo esalta ancora di più. Proiettato fuori concorso al Festival di Venezia, ottiene a furor di popolo il Leone d’Oro, ex aequo con Il generale Della Rovere di Rossellini.
Con L’Armata Brancaleone (1966), ancora Gassman, stavolta affiancato da Gian Maria Volontè, Catherine Spaak, Enrico Maria Salerno, è uno scalcinato condottiero in un Medioevo straccione e lontanissimo dai toni epici dei film in costume di Hollywood e di Cinecittà. Tra trovate geniali ed una colonna sonora famosissima, la pellicola merita un sequel, Brancaleone alle crociate (1970), forse meno incisivo ma dal cast altrettanto ricco: Adolfo Celi, Paolo Villaggio, Gigi Proietti, Stefania Sandrelli.
Nel ‘74 Monicelli eredita un progetto dall’amico Pietro Germi, ormai troppo malato per lavorare. Ancora un soggetto che parla di un gruppo, di amicizie incrollabili, di risate in faccia alla sfortuna, di morte e di vita. Il nuovo regista lo sposta nella sua Toscana, dall’originaria ambientazione bolognese. Germi muore di cirrosi epatica il primo giorno di riprese. Monicelli, che è sempre stato contrario al cesarismo dei registi e all’espressione “un film di”, vuole la scritta “un film di Pietro Germi” all’inizio di Amici miei.
Costruisce personaggi femminili memorabili: Monica Vitti, siciliana che si trasforma in inglese ultra-emancipata, ne La ragazza con la pistola (1968), altra metamorfosi attoriale e altro Oscar sfiorato; la sessantottina stralunata Mariangela Melato di Caro Michele (1976); il gineceo di Speriamo che sia femmina (1986) che relega le sparute figure maschili sullo sfondo.
La sua vis polemica trova lo sfogo naturale nel racconto degli anni ’70: la battaglia sul divorzio con Romanzo popolare, comico triangolo della gelosia dai risvolti politici tra il metalmeccanico milanese e milanista Tognazzi, l’ingenua e giovanissima moglie Ornella Muti e il celerino Michele Placido; ancora Tognazzi, golpista da baraccone alla testa del gruppo di congiurati senili e rimbambiti di Vogliamo i colonnelli; il drammatico e feroce Un borghese piccolo piccolo, con Alberto Sordi pensionato-giustiziere, nel suo ultimo ruolo veramente grande.
Il marchese del Grillo, Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno, Il male oscuro, Parenti serpenti, molti altri sono i film degni di nota che Monicelli realizza negli anni ’80 e ’90, prima di auto-costringersi al ritiro dopo il claudicante Le rose del deserto (2006).
La sera del 29 novembre 2010, all’età di 95 anni, una grave malattia gli fa decidere di morire suicida. Come suo padre nel ‘46, vittima di una forte depressione dopo aver perso ogni possibilità lavorativa. L’aveva trovato proprio Mario. Forse anche per questo, un’altra presenza ricorrente nelle sue commedie sono sempre stati i funerali. Uno per tutti, quello di Philippe Noiret nel finale di Amici miei. Un segno della continua necessità di esorcizzare il male, le sofferenze del singolo e della società, tramite la risata.

