Domenica 23 febbraio, sono terminate le Olimpiadi invernali di Sochi 2014. Al di là di quello che è stato l’evento sportivo in sé, ricorderemo la manifestazione anche per un’altra ragione: buona parte del mondo è venuta a conoscenza della crescente omofobia dilagante nella Russia di Putin, che in tale occasione ha conosciuto una forte risonanza mediatica globale. Per avere una minima idea di quelle che sono le condizioni di vita degli omosessuali laggiù, ho contattato Amedeo, un giovane studente italiano di 25 anni, che lo scorso anno ha vissuto sei mesi in Siberia, nella città di Irkutsk (temperatura media annua: −0,6 °C), usufruendo di una borsa di studio tra l’Università di Roma La Sapienza e l’Università Linguistica di Irkutsk. Tale testimonianza non vuole certamente avere un valore esplicativo assoluto rispetto al fenomeno dell’omofobia in Russia. L’obiettivo è semplicemente quello di raccogliere le impressioni personali di chi ha vissuto in prima persona il problema. Amedeo è infatti dichiaratamente omosessuale. Il suo punto di vista sull’argomento è perciò particolarmente significativo.
-Senza troppi giri di parole, lei è stato se stesso in Russia? Intendiamoci, dal punto di vista del suo orientamento sessuale.
Sì, senza troppi giri di parole. Che però sono necessari, sempre. Quindi ne farò comunque.
-E’ partito dall’Italia con l’idea di nascondere la sua omosessualità una volta giunto a destinazione?
Sì. Ero convinto che avrei detto di essere gay a ben poche persone, attentamente selezionate. Avevo paura. Poi non è andata affatto così. Dopo le prime settimane, mi accorgevo di vivere in un contesto piuttosto privilegiato: giovani studenti, russi ma ancor più stranieri, che viaggiavano spesso in Occidente, abituati a realtà extrarusse. Mi sono fatto coraggio, ho provato con alcuni amici. Tutto è andato bene. Da lì, iniziai a dirlo piuttosto apertamente.
-Per un giovane omosessuale che arriva dall’estero è meglio vivere a San Pietroburgo o Irkutsk?
Bella domanda. Credo di dover rispondere: ad Irkutsk. C’è da dire che nonostante sia una delle città più popolate della Russia ( quasi 600.000 persone), Irkutsk resta una città della provincia siberiana. E in un contesto italiano, nelle province ci si aspetta sempre un concentrato di ignoranza e intolleranza al massimo grado. In realtà, la città – ma questo è un discorso che può valere per molti altri luoghi russi, ad esempio Novosibirsk o Ekaterinburg – si è rivelata piena di teatri, università, attività, iniziative, cerimonie, celebrazioni, punti di incontri, locali … una vera sorpresa! Inoltre, non bisogna dimenticare che sono proprio le metropoli russe, Mosca e San Pietroburgo, i luoghi più pericolosi, in cui tutto e tutti sono più esposti: alle novità e alle mille offerte di una vita metropolitana, così come alle visibilità indesiderate. Quindi, ecco: Mosca e Pietroburgo garantiscono sicuramente un panorama mondano più interessante, una varietà di persone tale per cui è più facile scegliersi la propria compagnia, ma dall’altra parte sono una giungla. Luoghi più marginali offrono, diciamo così, una maggiore serenità di vita.
-Nella città in cui è stato più a lungo, Irkutsk, c’erano comunità gay o dei locali frequentati solo da omosessuali?
Ebbene sì, ad Irkutsk c’erano un paio di locali gay, uno dei quali era anche – non a caso – il locale degli stranieri. Di comunità non ne so nulla.
-Ha comunque conosciuto persone russe che nascondevano la loro omosessualità nella loro quotidianità, accettando, di fatto, la discriminazione?
Molte, moltissime. Ma ad Irkutsk come a Mosca. Coppie di ragazzi che vivono insieme da anni dicendo di essere cugini, ad esempio.
–Questo d’altra parte è un escamotage diffuso anche nel nostro Paese. Quanto alle donne invece, ha avuto l’impressione che il prototipo di uomo drasticamente virile e allo stesso tempo intollerante nei confronti degli individui del suo stesso sesso, potesse esercitare una qualche forma di fascino?
Come altrove, è impossibile e dannoso dare una risposta univoca. Le mie sono solo impressioni, spesso fin troppo generalizzate. Posso dire che le donne russe nutrono un certo fascino per l’uomo sicuro di sé, duro, protettore, che forse, dunque, può corrispondere anche ad un uomo omofobo. Ma non è certo questo il valore ricercato.
-Guardando alle politiche governative, esse sembrerebbero remare in favore di quel prototipo. Dal 30 giugno una legge federale vieta infatti la propaganda di quelle che vengono definite “relazioni non tradizionali” in presenza di minorenni. Pare che la maggior parte dei russi sia d’accordo. Secondo un sondaggio, oltre l’88%. Il 47% ritiene inoltre giusto che i gay non abbiano gli stessi diritti degli etero. Qual è il suo parere sulla situazione in generale, indipendentemente da quella che è stata la sua esperienza specifica?
La maggior parte dei russi e delle russe sono probabilmente ancora omofobi. Questo è un dato di fatto. Molti di loro sono ostili ad ogni tipo di riconoscimento delle coppie gay. Tuttavia, se si fa un poco di attenzione nella scelta delle persone da frequentare, anche in Russia si possono incontrare veri amici, in grado di interagire con una realtà a cui sono poco abituati. Se viene mostrata loro la propria vita senza filtri, con tutte le passioni e gli amori più onesti, se gliela si presenta loro in modo spontaneo e senza mettere l’accento sulla diversità, possono nascere grandi sorprese. Diciamo che esiste uno scarto forte tra cerchia di amici e mondo sociale esterno.
-All’interno della sua cerchia di amici etero di Irkutsk, c’è stato qualcuno/a che ha voluto approfondire l’argomento “omosessualità” con lei? O ha prevalso la totale discrezione?
No, alcuni/e si sono interessate, anche molto. Coloro che nel tempo sono diventati veri amici hanno mostrato interesse ad un confronto.
–Che idea si è fatto invece degli impietosi e agghiaccianti video, messi in rete dai giovani neonazisti russi, che compiono gesti di violenza nei confronti degli omosessuali, quasi fosse una forma di divertimento?
Tristezza e impotenza. Commenti non sono possibili, io credo. A caldo, almeno. Al contrario: va fatto un discorso a lungo termine, articolato e approfondito.
-Indubbiamente. Mi chiedo solo se la sua affezione nei confronti di questo Paese non sia un po’ calata in seguito a tali episodi. E’ così?
Domandona. Sono entrato in crisi con la Russia più di una volta, negli anni. Ho avuto un momento di crisi anche per questa ragione. Superato, però, dal pensiero che le leggi russe non sono la Russia, la Russia non è la legislazione, ma le persone, le vite delle persone, la cultura creata – e anche quella negata. E io, a molte di quelle persone, devo tanto, mi hanno regalato grandi emozioni e insegnamenti. In fondo, l’Italia non si distingue certo per sensibilità verso le differenze, o per una buona parità di genere, eppure è amata come in passato. Mi aspetto il meglio dal mio paese come dalla Russia, quando la vedrò crescere vorrò aver partecipato.
-Che spiegazione antropologica, sociale e culturale ha invece dato al fenomeno dell’omofobia in Russia?
Ci ho pensato molto. Spiegazioni non ne ho, ci vorrebbe una tale preparazione su tutti i livelli, da cui io sono ben lontano. Credo che la Russia conosca una fobia, letteralmente: una paura. Verso tutto ciò che è diverso dall’idea di sé, che può minacciarne l’integrità, i confini, la purezza, la tradizione. Storicamente la perdita dei confini per la Russia è sempre stata una questione importante: basti pensare al suo sterminato territorio (un sesto delle terre emerse). Per arrivare a tempi più recenti, dal ’91 gestire i propri domini di influenza, e quindi i propri confini, è fondamentale per il paese, per il governo: è da lì che passa l’idea della stabilità e della potenza di cui bisogna convincere la popolazione, anche se ormai è passata. Per intenderci, io ritengo Putin molto furbo: lui dà ciò che gli viene chiesto, ciò che serve per restare al potere amato dai più.
-Eppure alcuni attivisti russi ritengono che la continua ostentazione di forza da parte di Putin, che nel caso specifico si manifesta nella ferma messa al bando della propaganda a difesa dei diritti dei gay, potrebbe paradossalmente accelerare il processo di riconoscimento degli stessi. Concorda?
Addirittura il riconoscimento non direi. Di sicuro pone la questione a dibattito, su cui automaticamente si impegnano tutte le altre nazioni. Rende il fenomeno visibile.
-Detto ciò, per lei, la possibilità che due giovani dello stesso sesso, tra 20 anni, arrivino a camminare liberamente mano nella mano sulla riva del lago Bajkal, come una qualunque coppia etero, è una realtà impossibile a realizzarsi?
Sul lago Bajkal si può già fare: non c’è nessuno nel raggio di chilometri! Temo, invece, ci vorrà molto di più perché questo accada nelle grandi città.
-Giusta osservazione. La natura osserva, ma non giudica. Grazie per la disponibilità Amedeo.
A lei.
A cura di Silvia Di Pasquale.
