Motörhead: Il Rock è morto, lunga vita al Rock

Cronaca del concerto dei Motörhead a Milano. Forse uno degli ultimi per Lemmy, sicuramente l’ultimo in Italia.

Roma. Stazione Termini. Ci incontriamo con Alberto e prendiamo il treno per Milano. Stasera suonano i Motörhead.

Magliette “da concerto”, occhiali da sole, cuffiette per ripassare i testi – che comunque sappiamo a memoria –, carrozza business con professionisti in giacca e cravatta che ci guardano come fossimo alieni.

Nella stessa carrozza c’è Luciano Moggi. Immaginiamo non venga anche lui al concerto abituato, com’è, a ben altri suoni e suonerie.

Meglio così. Aspettiamo questo concerto con ansia.

Lemmy – il leader dei Motörhead e forse l’ultimo vero rocker della scena mondiale – per problemi di salute ha annullato la data dell’anno scorso e molte date del tour di quest’anno. Sappiamo tutti che le sue condizioni di salute sono precarie, forse gravi.

Ma l’ultimo album “Aftershock” è meraviglioso. Insomma o stavolta o, temiamo, mai più.

In sella dal 1975 i Motörhead hanno venduto più di 50 milioni di album. Migliaia di concerti, un videogioco nel periodo d’oro dell’Amiga 500 che porta il loro nome e un’influenza su tutto il mondo rock, metal, hardcore che fa dei Motörhead e di Lemmy ben più di un semplice gruppo.

Entriamo nell’ippodromo verso le 19. Giusto in tempo per vedere la nazionale italiana perdere senza combattere e per rivolgere una preghiera al Dio del Rock: “non far piovere!”.

Invece piove. Ci bagnamo tutti ma siamo in seconda fila a due metri dal palco. Ci guardiamo “che facciamo ci andiamo a coprire?”. Con il rischio di ritrovarci poi in fondo?

La pioggia dura 40 minuti, poi, quando le prime note del gruppo spalla cominciano a riecheggiare finisce. Siamo zuppi ma si comincia. Nel resto di Milano c’è un nubifragio. Evidentemente il Dio del Rock ci ha ascoltato.

Pino Scotto suona per un’ora. I testi in italiano sono pazzeschi – e non nel senso buono del termine – ma la voce e il ritmo ci sono. Insomma tutti si comincia a ballare, pogare ed applaudire.

L’unico modo per vivere il rumore è
quando è buono e forte,
Così buono che non ci credi
che urli con la folla,
Non diffonderlo, trattienilo,
Sovraccarico, sovraccarico

Ma, lo sappiamo tutti – e qualcuno lo grida -, lo sa Pino, noi siamo qua per i Motörhead e per Lemmy.

22.15. Entrano in scena. Boato ed emozione. “We are Motörhead and we play rock n roll”. Come se fosse una band appena formata.

Lemmy – come al solito ha il microfono più alto di lui e per cantare deve guardare al cielo – parte con la sua voce vissuta, sofferta, roca. In ordine sparso passano alcuni dei loro più grandi successi “Killed by Death”, “Ace of spades”. Tutti applaudiamo, balliamo e cantiamo.

“Do you like rock?”.

E cosa ti dobbiamo rispondere Lemmy? Sei tu il rock. Balliamo e ci scateniamo con la voce e le mani.

Nei piedi senti il ritmo,
ti arriva dritto alla colonna vertebrale,
Scuoti la testi, devi essere morto
se questo non ti fa volare,
Non diffonderlo, trattienilo,
Sovraccarico, sovraccarico

Però un po’ alla volta ce ne accorgiamo tutti, anche se proviamo a far finta di nulla. A Lemmy trema la mano in maniera troppo evidente per essere normale, la voce è così impastata che spesso non si capisce, cantando perde qualche strofa e il suo basso salta qualche nota. Ci guardiamo, lo sappiamo. Non tornerà più in Italia. Il Dio che vediamo davanti a noi è un Dio morente. Un momento di tristezza poi, come degno funerale, arriva l’ultima canzone. È uno dei classici. Uno splendido epitaffio.

Si chiama Overkill – Sovraccarico.

Sai che il tuo corpo è fatto per muoversi,
lo senti dentro di te,
Il rock’n’roll non meriterebbe il suo nome
se non ti facesse inturgidire,
Non diffonderlo, trattienilo,
Sovraccarico, sovraccarico

Lemmy è sovraccarico di rock, vita, musica, eccessi e genio. Davvero altro modo degno per andarsene per lui non c’è. Il concerto finisce, è durato solo un’ora e venti ma non importa, e raggiungiamo un mio amico che ci ospiterà per la notte.

Dopo un concerto così però non si può dormire. Mi infilo le cuffiette e faccio due passi da solo per il centro di Milano che, passata la pioggia, è deserto.

Passano le canzoni, tornano in mente le emozioni del concerto che, inevitabilmente, si mischiano a ricordi personali legati a Milano e a quelle scelte, giuste o sbagliate, così vive che altro non sono che le storie da cui nasce il rock.

Nelle cuffiette parte un blues. L’ha cantata stasera si chiama “Lost woman blues”. Biscicata, trascinata e vissuta come quelle notti in cui, bicchiere in mano, provi a ritrovare te stesso quando lei se n’è andata.


penso che sto impazzendo
proprio sul punto di perdere la testa
lo sai, la mia donna mi lasciato da solo
abbastanza per far diventare un uomo cieco
devo chiudere la porta dietro di me
devo uscire e comprare un paio di scarpe da strada
giuro di essere ammalato e stanco
il canto più facile mi sta intristendo

mi sono svegliato questa mattina
tutta la mia vita è stata malridotta
e ora se devo trovare quella donna
dovrò lasciare questa città
hey!
ho intenzione di riportarla a casa

Una storia normale ma così vera da essere la vita. Se ne sta andando via…chissa se te la riprenderai, chissà se ce la riprenderemo. Male che va pomperemo il volume, i piedi cominceranno a tenere il ritmo, alzeremo il bicchiere come omaggio e commiato e “Thank you Lemmy…”

“We are Motörhead and we play rock n’ roll”

Devi essere morto se questo non ti fa volare.

Tag

  • lemmy
  • Milano
  • Motörhead
  • musica
  • rock

Potrebbe interessarti: