Il 20 agosto 1968 l’armata sovietica invade il territorio cecoslovacco ponendo fine alla Primavera di Praga
Nel gennaio del 1968 il riformista Alexander Dubček avviò la cosiddetta Primavera di Praga, ovvero un processo di decentramento economico e amministrativo dal sistema sovietico. Dubček sfidò ulteriormente il sistema sovietico promuovendo la democratizzazione del paese concedendo una maggiore libertà di stampa e di movimento. In particolare egli mirava alla divisione del paese in Repubblica Ceca e Repubblica Slovacca riconosciute come due nazioni distinte. Questo fu l’unico atto che si mantenne anche dopo l’ingresso nel paese delle truppe sovietiche e degli alleati del Patto di Varsavia e della presa del potere da parte del nuovo presidente Husak. L’invasione del 20 agosto 1968, compiuta attraverso circa 200000 uomini e 5000 carri armati, segnò la fine di ogni tentativo di autonomia da parte dei paesi che gravitavano attorno all’Unione Sovietica. La popolazione, profondamente delusa, intraprese una serie di manifestazioni di protesta che culminarono col suicidio del giovane studente Jan Palach. A coloro che non accettarono l’annullamento delle riforme non rimase che lasciare il paese per trasferirsi nell’Europa occidentale. Le stime riferiscono un totale di 300000 persone, per lo più istruite e qualificate professionalmente, che lasciarono la Cecoslovacchia. Il paese venne tenuto sotto stretto controllo del Partito Comunista Cecoslovacco e l’occupazione sarebbe terminata soltanto nel 1990.
