Moda, l’esperimento sociale di Fashion Revolution

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Esperimento moda a poco prezzo

Moda a poco prezzo: l’esperimento sociale di Fashion Revolution contro lo sfruttamento e delle cattive condizioni di lavoro a cui molte persone sono costrette

Essere alla moda a poco prezzo è sempre invitante. Ma lo sarebbe ancora se sapessimo in che condizioni sono stati prodotti i nostri vestiti? Probabilmente no.

13 centesimi all’ora, 16 interminabili ore di lavoro: è incredibile pensare che nei Paesi del Terzo Mondo (Bangladesh, Perù, Tanzania, India e la lista potrebbe continuare all’infinito…) si possa chiedere così tanto a qualcuno che vuole solamente vivere una vita dignitosa.

#whomademyclothes è il nome della campagna organizzata nella famosa piazza della capitale tedesca Alexanderplatz da Fashion Revolution al fine di promuovere una moda più giusta ed etica.

Spegnere il silenzio su questi argomenti allora diventa di fondamentale importanza per poter sensibilizzare i possibili acquirenti di capi alla moda, ma venduti a poco prezzo, contro lo sfruttamento lavorativo di uomini, donne e anche bambini che sacrificano la loro dignità per poter avere qualche guadagno.

Una piazza, un distributore automatico di magliette (tutte al costo di 2 euro) e centinaia di persone attratte dall’incredibile offerta: questi i protagonisti della scena. Una volta inserita la monetina, in trepidante attesa del proprio acquisto, arriva però la verità. Cruda, agghiacciante: i volti di alcuni uomini, donne e bambini che sono costretti a condizioni di lavoro abominevoli vengono rivelati. A questo punto la macchinetta propone un’alternativa tra acquisto del capo alla moda e la donazione: «Vuoi ancora comprare la maglietta?».

Fortunatamente, i risultati dell’esperimento sono stati positivi. La maggior parte dei passanti ha deciso di donare i 2 euro a progetti contro lo sfruttamento dei lavoratori nelle fabbriche tessili del Terzo Mondo, rinunciando all’acquisto. Si legge sul sito dell’iniziativa che, se da una parte «le catastrofi sociali e ambientali causate dalla filiera tessile globale continuano», dall’altra «la gente non ci passa sopra quando viene informata».

Il video è stato poi pubblicato a fine aprile in memoria dei 1.129 operai tessili di una nota casa di capi di moda cheap, morti nel 2013 nella strage di Rana Plaza a Dhaka, in Bangladesh.

A cura di Giusy Mercadante.

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