Undici anni fa moriva Marlon Brando. Anello di congiunzione tra la vecchia e la nuova Hollywood, sposò il perfezionismo della recitazione con intuizioni geniali sull’aspetto esteriore dei personaggi.

Il suo istrionismo a tratti sembrava sfidare l’auto-caricatura. Carriera di un divo perennemente sopra le righe. Fino al clamoroso rifiuto di un Oscar.

Marlon Brando ha sicuramente avuto la dote fondamentale per essere dei divi: saper modificare dallo schermo la percezione della realtà; saper rendere credibile l’inverosimile. Atteggiamenti, abbigliamenti, pose che, se assunti da altri attori, sarebbero stati bollati come ridicoli e improbabili, proposti da lui, scomparso il 1° luglio di 11 anni fa, sono diventati Storia. Probabilmente, nella profonda provincia americana del 1953, qualcuno che se ne fosse andato in giro in moto vestito di cuoio da capo a piedi avrebbe corso notevoli rischi (per credere, rivedere il finale di “Easy Rider”, di ben 16 anni dopo). Brando invece, con Il selvaggio, diventa immediatamente un’icona. Precedendo di poco James Dean, getta le basi del cinema ribellistico-giovanile e fa impennare la vendita dei giubbotti di pelle, che diventano il feticcio di ogni contestatore che si rispetti. Lo stesso accadrà nel 1974, con Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci, quando Brando compare in scena con un cappotto di cammello sbottonato e buttato addosso quasi con disprezzo.

Nato a Omaha il 3 aprile 1924, gravi problemi familiari alle spalle, a colpi di provocazioni e ruoli sempre al limite del “Codice Hays” (il codice di condotta che impediva a Hollywood di realizzare storie contrarie alla morale corrente), Marlon Brando colpisce il pubblico con quell’evidente fragilità che si cela dietro l’aspetto da duro. Una fragilità tradita da una voce che resterà sempre nasale e infantile, senza impedirgli di dare vita a interpretazioni straordinarie.

Il primo premio internazionale è per la sua interpretazione di Antonio nel “Giulio Cesare” diretto da Joseph Mankiewicz nel 1953. Un ruolo shakespeariano non può che ricevere il BAFTA, il massimo riconoscimento del cinema britannico. Il primo Oscar arriva nel 1955 con Fronte del porto di Elia Kazan, che con Brando ha già girato Un tram che si chiama Desiderio e Viva Zapata!.

Ha un carattere difficile, Marlon Brando. Trascorre la vita ai margini dello star system, si impegna per i diritti civili e a favore dei Nativi americani. Come segno di solidarietà a questi ultimi, nel 1973 rifiuta il suo secondo Oscar, per Il Padrino. Ma è anche un “Divo” senza se e senza ma. Nel 1961 è costretto ad auto-dirigersi per un progetto a cui tiene molto, il western I due volti della vendetta. Le sue pretese e le sue imposizioni da primo attore hanno messo in fuga una schiera di registi, compresi due duri come Stanley Kubrick e Sam Peckinpah. Risultato, nella sua unica prova dietro la cinepresa, partorisce un film morboso e malato, pieno di primi piani di se stesso, in cui il giovane bandito Brando e l’anziano collega Karl Malden si chiamano tra loro “Kid” e “Dad” (“Figlio” e “Padre”). Sicuramente uno dei titoli più atipici del western americano.

Nel 1971, a 47 anni, si tinge i capelli, si imbottisce le guance di ovatta e sbaraglia la concorrenza di tutti gli anziani big di Hollywood per il ruolo di Don Vito Corleone. L’interpretazione forse più post-moderna della sua carriera. Uno degli attori simbolo della contestazione, all’alba degli anni ’70, ridefinisce le coordinate del gangster film “classico”. La saga dei Corleone, nelle mani  di uno dei registi simbolo della New Hollywood, si trasforma in un’autentica “tragedia greca”, quella di un re e dei suoi eredi. Sul set de “Il Padrino” nasce l’amicizia tra Marlon Brando e Francis Ford Coppola.

Nel 1976, con Missouri, il divo affronta uno dei temi classici del nuovo western “politico” americano, quello dello scontro epocale tra l’anarchismo degli ultimi razziatori ladri di bestiame e gli “uomini di legge”, cioè assassini pagati dai proprietari terrieri per eliminare le minacce alle loro proprietà. Il film, diretto da uno dei maestri del filone, Arthur Penn, è un fallimento commerciale. Ma Brando, come sempre, dà magistralmente vita a un bounty killer dall’apparenza improbabile, che viaggia per il west con un armamentario di sapone, sali da bagno, acqua di colonia, dopobarba, che rivelerà tutta la sua ferocia nella guerra contro il bandito Jack Nicholson, pistolero in cerca di una redenzione impossibile.

L’amicizia con Coppola si conclude nel 1979 su un altro set, quello di Apocalypse Now. La produzione è una delle più travagliate che la storia ricordi. Tra gli innumerevoli guai, si rende necessario girare da capo alcune inquadrature. Per farlo, Brando pretende un milione di dollari. La casa di produzione di Coppola rischia il fallimento. “Così impara a fare il servo dei produttori” commenterà il divo, riferendosi all’ex-amico regista, che lo meriti o no.

Nel 2006, due anni dopo la sua scomparsa, Marlon Brando rivive sullo schermo in Superman returns di Brian Synger, tramite alcune sequenze inedite risalenti al 1978, quando, nel primo “Superman”, aveva interpretato il padre del super-eroe. Dopo una vita in lotta contro tutto e tutti, è riuscito a spuntarla anche sulla morte.

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