Il 3 novembre 1970 Salvador Allende diventava Presidente del Cile. Lo rimarrà per tre anni, fino al suicidio dopo il colpo di stato militare di Pinochet.

Salvador Allende, uno dei nomi più famosi della politica cilena, diventa effettivamente Presidente del paese il 3 novembre 1970. Uscito vittorioso dalle urne grazie all’appoggio della coalizione di Unidad Popular ed eletto il 4 settembre dello stesso anno, il suo insediamento giunse infatti due mesi dopo e durò fino all’11 settembre 1973. Una data destinata ad entrare nella storia del Cile ben prima di diventare conosciuta in tutto il mondo come il giorno – simbolo del più grande attacco terroristico agli Stati Uniti. Dopo tre anni di carica, quell’11 settembre Salvador Allende morì suicida nel palazzo presidenziale, il Palazzo della Moneda.

Nel corso della sua presidenza Allende dovette convivere con un’opposizione fortissima interna (soprattutto da parte della Democrazia Cristiana) ed estera (portata avanti dagli Usa spaventati dalle idee di sinistra del Presidente; la situazione comportò rifiuti da parte degli americani a concedere prestiti ed aiuti economici, cosa che contribuì a gettare il Cile in una profonda crisi finanziaria).

Nato a Valparaíso nel 1908, Salvador Allende divenne medico laureandosi all’Universidad de Chile e nel 1943 venne scelto come segretario del Partito Socialista, che aveva contribuito a fondare dieci anni prima. La vittoria presidenziale del 1970 giunse dopo le due precedenti sconfitte del 1952 e 1958. Il Presidente marxista, auto dichiaratosi “il Presidente di tutti i cileni” fin dal momento dell’elezione, era convinto della necessità di abolire i privilegi dei ceti abbienti e che questo fosse possibile attraverso l’attuazione di riforme radicali. A causa anche della chiusura degli Stati Uniti, spaventati da un possibile avvicinamento del Cile socialista di Allende all’Urss, le riforme non contribuirono a migliorare le condizioni economiche del paese: Allende era destinato ad andare incontro a un periodo di scioperi e proteste contro il governo.

Il malcontento diventò rovente, come le temperature, nell’estate del 1973 quando l’irruzione del terrorismo generato da fazioni estreme condusse il paese verso un’ondata di proteste sempre più accesa. A seguito dei voti contrari più volte presentati alla Camera, Allende decise di rivolgersi direttamente al popolo di cui si era dichiarato il Presidente, attraverso un referendum. Ma “la via cilena al comunismo” si trovò ben presto costretta a scontrarsi con un’improvvisa rivolta militare. Guidata dal generale Augusto Pinochet, la protesta sfociò in un vero colpo di Stato che provocò il bombardamento e l’assalto al palazzo presidenziale all’interno del quale si trovava Salvador Allende. Il “Presidente di tutti i cileni” rifiutò di arrendersi, preferendo la morte alla resa. A più di 40 anni dalla sua morte, la figura di Allende rimane quella di un personaggio controverso, considerato un martire dagli intellettuali di sinistra e molto meno dalla destra. Quel che tuttavia sembra pesare nella storia del Presidente è, di certo, la responsabilità degli Stati Uniti d’America, rei di aver avallato e alimentato una crisi economica già annidata nel Cile degli anni ’70.

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