Saddam Hussein veniva catturato il 13 dicembre 2003 dai soldati americani. Gloria e declino di un dittatore.

Muore impiccato nel dicembre del 2006 dopo essere stato condannato per crimini contro l’umanità.

Saddam Hussein il leader assoluto dell’Iraq in un regime considerato dittatoriale dal 1979 al 2003, quando fu destituito durante la seconda guerra del Golfo in seguito all’invasione anglo-americana, è il grande ricercato scomparso all’indomani della caduta di Bagdad.

Sono i primi giorni di novembre, il Pentagono lascia trapelare sulle pagine del New York Times una notizia: la Task Force 20, incaricata di dare la caccia a Saddam Hussein, è stata sciolta. Al suo posto un  nuovo team di specialisti: la Task Force 121.

L’obiettivo: prendere Saddam Hussein. Dall’azione congiunta della Task Force 121 e dei peshmerga nasce l’operazione «Alba Rossa».

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Nonostante l’emergere di una violenta e sanguinosa insurrezione condotta dalla resistenza irachena sunnita con azioni di guerriglia, tra cui spiccò per violenza l’organizzazione guidata da Abū Musʿab al-Zarqāwī, leader di al-Qāʿida in Iraq, Saddam Hussein fu catturato da soldati statunitensi in un villaggio nelle vicinanze di Tikrīt il 13 dicembre 2003 in un piccolo bunker scavato sottoterra durante l’Operazione Alba Rossa.

E’ un buco il nascondiglio di Saddam Hussein, o meglio la sua tomba. Vi può stare solo sdraiato, l’aria gli arriva da un tubo in plastica e da un piccolo ventilatore. Un rifugio di fortuna, niente di paragonabile ai bunker e ai tunnel dotati di tutti i comfort descritti dagli Usa alla vigilia della guerra. Altro che aria condizionata, viveri, depositi di armi, trappole. Piuttosto una tana. Il soprannome del nascondiglio (una citazione dal film «Alba Rossa») si rivela azzeccato: «Wolverine» («ghiottone»), un piccolo mammifero carnivoro e solitario.

E Saddam era davvero da solo.

Saddam Hussein venne sottoposto a processo il 19 ottobre 2005 da un tribunale iracheno insieme ad altri sette imputati,  ex gerarchi del suo regime, per crimini contro l’umanità in relazione alla strage di Dujayl del 1982 dove morirono 148 sciiti.

Il 5 novembre 2006 Saddam Hussein fu condannato a morte per impiccagione.

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Il 26 dicembre 2006 la condanna fu confermata dalla Corte d’appello.  Con lui fu condannato a morte per impiccagione anche Awwad al-Bandar, presidente del tribunale rivoluzionario, mentre Ṭāhā Yāsīn Ramaḍān, fu condannato prima all’ergastolo, poi all’impiccagione.

La sentenza provocò reazioni contrastanti: Curdi e Sciiti si rallegrarono, George W. Bush, presidente degli Stati Uniti, espresse la sua completa soddisfazione, definendo la sentenza «una pietra miliare sulla strada della democrazia», mentre in Occidente numerose e autorevoli organizzazioni umanitarie, tra le quali Amnesty International e Human Rights Watch, criticarono la condanna a morte e lo stesso svolgimento del processo, che non avrebbe sufficientemente tutelato i diritti della difesa e che sarebbe stato sottoposto a forti pressioni da parte del governo iracheno e, indirettamente, da parte dell’Amministrazione statunitense.

Dodici anni dopo la sua cattura, l’Iraq non e’ ancora uscito dall’incubo della violenza e dalla caduta del regime di Saddam. La stima del numero totale di vittime irachene ad oggi è di  circa 150.000.

 

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