L’11 gennaio 1999 muore, stroncato da un tumore, Fabrizio De Andrè. A 17 anni dalla sua scomparsa, il pubblico ancora ricorda il “padre” di Bocca di Rosa, Marinella, del “brigadiero Cafiero Pasquale” e molti altri uomini, emarginati, sconfitti.
– Di cosa ha paura oggi Fabrizio De André?
– Sicuramente della morte. Non tanto la mia che in ogni caso, quando arriverà, se mi darà il tempo di accorgermene, mi farà provare la mia buona dose di paura, quanto la morte che ci sta intorno, lo scarso attaccamento alla vita che noto in molti nostri simili che si ammazzano per dei motivi sicuramente molto più futili di quanto non sia il valore della vita. Io ho paura di quello che non capisco, e questo proprio non mi riesce di capirlo.
Vincenzo Mollica intervista De Andrè a Speciale Tg1
È l’11 gennaio 1999 quando un tumore costringe l’Anima Fragile di Fabrizio De Andrè a staccarsi dalla vita. All’istituto Tumori di Milano dove era ricoverato da diverso tempo è probabile che la morte non lo abbia colto impreparato, con l’avanzare di una malattia, proprio per lui, difficile da capire. Una delle più grandi paure di Faber: la morte e il non capire che si fondono e bussano alla sua porta in un’unica notte, quella che alle 2.30 lo ha strappato da familiari, amici e fan.
Il dolore per la sua scomparsa è forte – “non doveva andarsene, non doveva. È stato il più grande poeta che abbiamo mai avuto” dichiarava Fernanda Pivano il 13 Gennaio 1999 – Fabrizio De Andrè non è solo un cantautore. È un personaggio unico: con la sua timidezza, il suo estremo riserbo, le vicende legate al rapimento saltate agli onori della cronaca, il compositore di alcuni tra i versi più famosi che la musica italiana ricordi; un cantastorie che ha conquistato il pubblico.
Dopo l’allestimento della camera ardente all’ospedale, in un’atmosfera privata di raccoglimento, Dori Ghezzi – compagna di una vita – e i figli di De Andrè decidono allora di dare ai suoi fan la possibilità di salutare Faber per l’ultima volta.
Il funerale pubblico che viene celebrato a Genova, città del “musico poeta”, si trasforma così in un solenne momento di commiato a lui dedicato, questa volta a ruoli invertiti, da parte di quelle persone comuni che De Andrè aveva tanto spesso cantato nelle sue canzoni. Canzoni che parlano di vita, di situazioni spesso drammatiche, tanto da apparire lontanissime a chi ascolta, eppure allo stesso tempo sempre realistiche.
Così la storia di Piero arriva a toccare ed emozionare, come se l’avesse vissuta, anche chi la guerra l’ha letta solo nei libri di storia; quella di Marinella chiunque si sia lasciato trasportare una volta nella vita da amore, passione e ingenuità; Bocca di Rosa un personaggio nel quale si riconosce anche la più rigida benpensante e il Testamento di Tito una riflessione che coinvolge e lascia interdetto anche il credente più convinto.
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I suoi personaggi, le sue note, i suoi racconti contribuiscono così a mantenere viva ancora oggi la storia di De Andrè, il “poeta degli sconfitti”, il “cantautore degli emarginati”, il musicista spesso criticato di esser sopravvalutato dai più eppure ancora grande protagonista nella memoria collettiva.
Si potrebbe parlare ancora di tante vicende della vita personale e professionale di De Andrè: del suo rapimento, ad esempio, e di come questo abbia influito sui suoi testi; si dovrebbe parlare di come siano state partorite le parole delle sue canzoni e da quali emozioni le note della sua chitarra; potremmo parlare dei suoi amici celebri, della collaborazione con la PFM e dei soprannomi che lo hanno accompagnato nel tempo. Ma, forse, il migliore modo per rendere omaggio a Fabrizio De Andrè oggi, in occasione di questi suoi 17 anni di assenza dal palcoscenico della vita, è far parlare le emozioni che quell’uomo schivo, armato di chitarra e poche parole (se non quelle delle sue canzoni), ha cercato di regalare al suo pubblico nel corso della sua carriera.
“Tu prova ad avere un mondo nel cuore
e non riesci ad esprimerlo con le parole”
Un Matto, Fabrizio De Andrè, 1971
