Marion Cotillard veste Lady Macbeth

Lady Macbeth, la lady nera dal grande fascino trasposta per la terza volta sul grande schermo per opera del regista Justin Kurzel.

a cura di Eleonora Santamaria

Quasi non servirebbe ammorbare i lettori con la sinossi del dramma shakespeariano più breve che affonda le proprie radici nell’ambizione e nell’ambiguità.
Quasi non sarebbe necessario ricalcare le orme che ha lasciato il cupo eroe Macbeth e la propria lady avvicinandosi al trono di Scozia con i piedi intrisi di sangue, sacrilegi ed inganni.

Eppure, tentare di assaggiare la grandezza di Shakespeare in modi sempre nuovi seduce registi (da Orson Welles nel 1948 a Roman Polansky nel 1971) da settant’anni a questa parte.

Stavolta, la trasposizione cinematografica della tragedia attuata dal regista australiano Justin Kurzel stuzzicava l’entusiasmo di ogni cinefilo, attratto dal contributo fotografico di Adam Arkapaw (curatore della fotografia di True Detective) e dallo sfavillante cast composto da Michael Fassbender e Marion Cotillard; su quest’ultima, dato il suo ruolo, sono stati puntati in particolar modo i riflettori mondiali.

Malgrado la pellicola sia rispettosa del drammaturgo seicentesco solo per la fedeltà al testo originale e per aver creato “una favola piena di rumore e furia, che non significa nulla”, non vi sarebbero stati occhi più pieni dell’attrice francese per essere sporcati delle tenebre di Lady Macbeth.

Nella tragedia dedicata a re Giacomo I, la figura femminile di Lady Macbeth è un involucro sfocato senza tempo né luogo che manipola, assetata di potere ed immortalità, il proprio uomo affinché diventi re; pur comportandosi come fosse la madre del protagonista più che la sposa, sarebbe disposta a rinunciare al proprio sesso, grave limite per la società patriarcale dell’epoca, per farsi largo nell’immane storia che non le appartiene.

Per l’ambizione, la mascolinità, l’efferatezza e l’impalpabile anima, Lady Macbeth risulta uno dei personaggi femminili più ostici da affrontare per un’attrice, come la stessa Cotillard afferma in un’intervista.
Kurzel pare aver dimenticato alcuni tratti della più grandiosa “donna perduta” della letteratura; lascia, infatti, che ogni sua azione turpe venga ricondotta ad una mancata maternità, dipinge la sua sensualità come uno strumento di persuasione ignorando l’inesplicabile forza del buio che agisce senza sfiorare la materia. E subito, l’amore dei due protagonisti, lo stesso melmoso che inabissa e non innalza mai, tende ad odorare di già visto, di già sentito.

Nel film presentato al Festival di Cannes, nonostante le scelte registiche, non si fa fatica a vedere un barlume di bellezza truce nell’interpretazione dell’amata parigina che, in alcuni momenti, contiene nello sguardo tutto il male del mondo.

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