Nel 2009 furono recuperate le sue ossa all’interno della foiba di Rocca Busambra ma soltanto 3 anni fa fu possibile attribuire quei resti a Placido Rizzotto, il sindacalista della camera del lavoro di Corleone sequestrato e ucciso dalla mafia il 10 marzo 1948.

Nato nel 1914, primo di sette figli, Placido Rizzotto perse la madre quando era ancora bambino. In seguito all’arresto del padre, accusato di far parte di un’associazione mafiosa, fu costretto ad abbandonare la scuola per occuparsi della famiglia. Durante la seconda guerra mondiale prestò servizio nell’esercito sui monti della Carnia, in Friuli-Venezia Giulia. Dopo l’8 settembre si unì ai partigiani della Brigata Garibaldi come socialista.

Al termine della seconda guerra mondiale, rientrato a Corleone, divenne sindacalista della Cgil dalle cui fila guidò la ribellione dei contadini contro il sistema di potere della mafia che possedeva gran parte della terra e  opprimeva i lavoratori,  determinando la grave condizione di povertà del meridione. Nonostante le numerose intimidazioni da parte di cosa nostra, Rizzotto proseguì nelle sue lotte appoggiando con forza i decreti Gullo, tappa importante nella Storia del Mezzogiorno d’Italia, che imponevano l’obbligo di cedere in affitto alle cooperative le terre incolte dei proprietari terrieri.

Il suo impegno a favore del movimento contadino per l’occupazione delle terre, si guadagnò l’avversione di Luciano Liggio, all’epoca poco più che ventenne e con la smania di emergere come boss mafioso, e di Michele Navarra, un padrino all’antica che si trovò ad affrontare la rivolta dei braccianti.

Da allora i rapporti tra Rizzotto e Liggio, quest’ultimo sempre più preoccupato di entrare nelle grazie del boss di Corleone, si inasprirono e il 10 maggio del 1948, a soli 34 anni, il giovane sindacalista, esponente di spicco del partito socialista, venne attirato in un’imboscata da Pasquale Criscione, fedelissimo di Navarra, rapito e ucciso.

Le indagini della polizia, che indicarono in Navarra il mandante dell’omicidio, vennero condotte dall’allora capitano dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa e portarono all’arresto di Vincenzo Collura e Pasquale Criscione. Luciano Liggio, invece, rimase latitante fino al 1964. La sua cattura pose fine ad un mistero durato 16 anni. Criscione e Collura ritrattarono la confessione durante il processo e furono assolti per insufficienza di prove.

Doveva essere un’esecuzione esemplare, il tentativo di non far ritrovare più il corpo invece Rizzotto è diventato uno dei simboli più rappresentativi della lotta alla criminalità organizzata del nostro Paese.

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