Dagli inizi come documentarista “contro”, all’esordio ufficiale trent’anni fa, fino alla recente polemica sugli Oscar, Spike Lee è da quattro decenni la voce dell’orgoglio black sul grande schermo.

Fine 1986, siamo a New York. Michael Griffith, Cedric Saniford e Timothy Grimes, tre ragazzi di colore, cercano di usare un telefono in una pizzera del Queens a seguito di un problema con l’automobile e si ritrovano inseguiti da una folla di bianchi inferociti. Nella fuga, il ventitreenne Griffith muore investito da un’auto. Nel bollettino di guerra degli episodi di razzismo documentati dai media, forse è quello che più indirizza l’affermato regista Spike Lee verso la versione definitiva della sua opera terza, Fa’ la cosa giusta.

Metà 1983, siamo alla cinquantacinquesima cerimonia degli Oscar a Los Angeles. Louis Gossett Jr. viene premiato per Ufficiale e gentiluomo come Miglior attore non protagonista . Spike Lee, documentarista di 26 anni impegnato a trovare i fondi per il suo primo vero film, inizia a correre urlando di gioia per tutta la casa. Quella serata può aprire a un maggior numero di afroamericani le porte dell’empireo del cinema. O forse no?

Fine 1968, cerimonia di premiazione alle Olimpiadi di Città del Messico. Gli atleti neri John Carlos e Tommie Smith hanno appena fatto vincere agli USA l’Oro e il Bronzo nei 200 metri. Restano immobili sul podio, con il pugno chiuso alzato a mostrare il guanto del Black Power. L’immagine rimbalza sugli schermi di tutto il pianeta. Proprio davanti a uno schermo c’è l’11enne Shelton Jackson Lee, soprannominato Spike dalla madre. Dopo quella scena, il ragazzo affiancherà massicciamente allo sport e alla musica l’interesse per la politica.

Dagli inizi come film-maker “contro” all’Università di New York alla fine degli anni ’70 alla cronaca recente dell’Oscar alla carriera, per il quale Spike Lee ha ringraziato ma ha anche sottolineato che i  neri non sono “ancora entrati nelle stanze dei bottoni” del cinema, alla polemica frontale contro l’Academy per una platea di candidati alla statuetta composta da soli bianchi per il secondo anno di fila, fino all’endorsement per Bernie Sanders nella corsa alla Presidenza. Spike Lee è da quattro decenni la voce dell’orgoglio nero sul grande schermo.

Il 20 marzo 1957 Shelton Jackson “Spike” Lee nasce ad Atlanta, in Georgia, nel profondo Sud degli USA. È il primo dei cinque figli di Bill Lee, musicista accompagnatore delle più grandi stelle del jazz, e di Jacquelyn Shelton, insegnante di Arte. La famiglia Lee arriva a Brooklyn nel 1962, in un quartiere allora ancora prevalentemente bianco.

Qui la discriminazione è meno opprimente che nel resto del Paese, tuttavia Spike impara molto presto a farci i conti. Nella sua biografia Questa è la mia storia e non ne cambio una virgola, scritta con Kaleem Aftab, Lee racconta di essere stato rifiutato con un pretesto dai boy scout di Cobble Hill: “Mio padre mi mise seduto e mi spiegò chiaramente come stavano le cose”. A 14 anni lo appassiona molto la lettura dell’autobiografia di Malcolm X. Va al Liceo pubblico John Dewey di Coney Island, una delle zone più povere della città. Con una casa di proprietà e una madre con un lavoro fisso, tra i suoi compagni si sente un privilegiato.

Nel 1975 entra al Morehouse College di Atlanta, polo d’eccellenza della cultura nera in America, tra i suoi studenti illustri si annovera anche Martin Luther King. Scrive sul giornale studentesco e diventa amico del suo futuro produttore Monty Ross. Il 13 luglio 1977, filma i saccheggi e i disordini che si susseguono nel celebre black-out di 25 ore che paralizza New Yprk e ne ricava un documentario. L’anno dopo si laurea in Comunicazioni di massa e inizia a seguire corsi di cinema all’Università. Ha ormai scelto la sua strada.

Il cinema è per lui uno strumento di protesta contro il razzismo più o meno strisciante presente nelle istituzioni. Gira il cortometraggio The Answer in cui contesta duramente Nascita di una Nazione di D.W. Griffith, sicuramente un capolavoro di tecnica cinematografica ma anche un plateale apologo razzista. Tra i finanziatori dei suoi lavori c’è la nonna materna.

Il primo tentativo di girare un lungometraggio fallisce per difficoltà economiche. The Messenger doveva essere la storia di una famiglia interrazziale di Brooklyn, con il marito nero che alla fine si ribella alla tirannica moglie bianca. Il copione ha forti risvolti autobiografici e polemici nei confronti del padre Bill che, dopo la morte della madre, si è risposato molto presto con una donna bianca, con la quale il regista e i fratelli avranno sempre cattivi rapporti.

Le cose sono però cambiate. I film 48 ore, Una poltrona per dueBeverly Hills Cop hanno consacrato il trionfo di Eddie Murphy. In tv, spopola The Bill Cosby Show, in Italia I Robinson, serie creata dal celebre comico e incentrata sulla vita di una famiglia di colore perfettamente integrata nella middle class newyorkese. Spike Lee fonda la sua compagnia di produzione, la 40 Acres & a Mule Filmworks, il cui nome richiama la promessa, mai mantenuta dal governo di Washington, di assegnare 40 acri di terra e un mulo a ogni schiavo liberato, a titolo di risarcimento per la disumanità subita.

Dopo il suo primo lungometraggio ufficiale, Lola Darling, arrivano Aule turbolente e Fa’ la cosa giusta e ancora negli anni 90 i grandi titoli Jungle Fever, Malcolm X, Clockers, Girl 6. Fino alle dolorose riflessioni storiche del nuovo millennio con La 25° ora o Miracolo a Sant’Anna, e alle incursioni nel thriller con Inside man. Il regista Spike Lee continua a far discutere il mondo del cinema coi suoi temi provocatori e a proporre una ben precisa etica del cinema militante: “C’è un’infinità di domande. È una cosa di cui mi hanno accusato spesso: porre domande senza fornire risposte. Credo che scegliendo questo mestiere si scelga piuttosto il ruolo di provocatore”.

LASCIA UN COMMENTO